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Dalla Val Vigezzo alla California — Lombardi nel Mondo

Dalla Val Vigezzo alla California

Claudio Mori e Aldo Ceccomori, dopo il volume “Dalla Valle Vigezzo al Rio Grande do Sul” (2010), con “Siskiyou Road” presentano l’emigrazione vigezzina in California. Grazie alla documentazione raccolta, completano più di cinque secoli di espatrio da questa vallata

Claudio Mori e Aldo Ceccomori, dopo il volume “Dalla Valle Vigezzo al Rio Grande do Sul” (2010), con “Siskiyou Road” presentano l’emigrazione vigezzina in California. I due autori, grazie anche alla documentazione raccolta nel loro recente viaggio in California, descrivono con passione un movimento migratorio quasi sconosciuto e che completa più di cinque secoli di espatrio da questa vallata, vera e propria Macondo alpina, inesauribile nei suoi personaggi, leggende e volontà di sopravvivere all’estrema povertà regnante nei luoghi originari. Claudio Mori e Aldo Ceccomori accennano in questa intervista ai prossimi progetti, sperando che l’istituendo Museo dell’Emigrazione diventi un polo aggregativo di studi, ricerche e scambi.

 

Domanda: “Dalla Valle Vigezzo al Rio Grande do Sul” (CM edizioni, 2010) è un volume partorito dalla memoria orale, scritta e fotografica conservata da una famiglia vigezzina. Claudio Mori e Arnaldo Ceccomori hanno seguito i viaggi, i sogni, i successi e i tracolli dei cugini Giorgis riportando alla luce il plurisecolare fenomeno migratorio di questa vallata alpina. Cos’è stata l’emigrazione per Santa Maria Maggiore, Crana e la Val Vigezzo?

 

C. Mori – A. Ceccomori: Si emigra quando si fuggono condizioni socio-economiche  durissime. Condizioni ambientali avverse, opportunità di lavoro esigue, oppressione politica e religiosa hanno indotto per secoli le energie migliori della Valle Vigezzo a cercare altrove condizioni di vita più soddisfacenti. Il fenomeno migratorio vigezzino inizia nel XVI secolo, dapprima verso l’Europa. Continuerà incessantemente fino ai primi decenni del Novecento, sia verso l’America latina, com’è avvenuto per i cugini Giorgis, sia verso gli Stati Uniti.

La Valle Vigezzo è una piccola valle. Le famiglie non sono numerose, portano cognomi ricorrenti in virtù di continui incroci interni. I cognomi degli emigrati in Francia nel 1500, ad esempio, sono gli stessi degli emigrati in Brasile e Argentina nel 1800 e negli Stati Uniti nel 1900.

Gli emigrati, del resto, rappresentano una risorsa per chi rimane in Valle. Inviano parte del denaro guadagnato a chi è rimasto a casa. Tornano per sposare una donna del proprio paese e poi ripartono. Aiutano parenti e amici a intraprendere anch’essi la strada dell’emigrazione. Contribuiscono con generose donazioni allo sviluppo dei paesi d’origine facendo costruire scuole, strade, ponti, case. Qualcuno, in vecchiaia, ritorna in Val Vigezzo. Per chiudere gli occhi sotto il cielo che lo vide nascere.

 

Domanda: A un anno di distanza appare un altro libro firmato dalla coppia Claudio Mori e Arnaldo Ceccomori. Il titolo del nuovo volume è “Siskiyou Road”, misterioso e intrigante. Ancora una volta gli emigranti vigezzini, questa volta in California, ne sono gli interpreti principali. Potete anticipare i contenuti del volume?

 

C. Mori – A. Ceccomori: Quando si chiudono le porte dell’America Latina e si aprono quelle degli Stati Uniti, i vigezzini non scelgono le grandi città, o i distretti industriali della costa orientale ma affrontano l’estrema frontiera occidentale, il far west dalle praterie smisurate e dalle catene montuose così simili a quelle alpine. E dal momento che non erano degli agricoltori ma dei montanari, vanno tra le vette del Nord ricoperte di abeti e sequoie, nella contea di Siskiyou, ai confini con l’Oregon, dove si stava sviluppando un’importante industria del legname. Luoghi impervi, attraversati da un sentiero indiano, il Siskiyou trail, calpestato dai cercatori d’oro, poi diventato strada, Siskiyou road, per permettere il trasporto del legname e alla quale s’è affiancata la ferrovia.

L’avventura dei vigezzini sul finire del 1800 parte da Hilt, una Company town, un villaggio di baracche in legno costruito da una delle tante Compagnie di legname che, oltre all’alloggio, provvedeva alla fornitura di beni e servizi, naturalmente detratti dalla busta paga. Queste compagnie avevano bisogno di molta manodopera non specializzata e spesso avevano atteggiamenti discriminatori nei confronti degli immigrati sia per quanto riguarda i lavori sia per il trattamento. Di Hilt, oggi, è rimasta solo una chiesetta in legno costruita nel 1925.

Il libro prende spunto da un avvenimento tragico, la morte in uno scontro frontale tra due auto, nei pressi di Hilt, di Riccardo Giorgis (1893-1928), originario di Crana. In macchina con lui vi erano la moglie Giuseppina Vanni e due dei quattro figli, l’amico Antonio Feminis (1889-1953), anche lui di Crana, con moglie e figlia. Era la primavera del 1928. Ai funerali di Riccardo partecipa l’intera comunità vigezzina della contea e questo ci ha permesso di raccontare a ritroso le storie delle varie famiglie, a partire dai primi sbarchi a Ellis Island nel 1892. Parliamo così di Lorenzo Mellerio e dei Minoletti, da Buttogno; di Olimpio Vanni, da Crana; di Giovanni Battista Vietti, da Druogno, come i Cheula e gli Amodei; dei Borgnis, Gubetta e Cottini da Craveggia; dei Ciolina e Palfini da Toceno; degli Zani da Santa Maria Maggiore. Per citarne solo alcuni. I registri di Ellis Island riportano oltre 1800 emigranti vigezzini e della Val Cannobina transitati tra il 1892 e il 1924. Solo qualche famiglia si ferma sulla costa atlantica, come alcuni Barbieri, Ciolina e Minacci che si stabiliscono nel Connecticut. La maggior parte va a Ovest, nelle miniere del Nevada o tra i monti della California.

Il libro, 160 pagine, contiene le schede genealogiche di alcune famiglie, un racconto sulle loro vicende e una galleria fotografica con immagini recuperate in gran parte dagli attuali discendenti americani.

Domanda: La stesura dell’opera vi ha portati in California. Come si è svolto il viaggio?

 

C. Mori – A. Ceccomori: Abbiamo voluto fare lo stesso percorso degli emigranti, a parte la traversata in nave e il viaggio in treno da costa a costa, da New York a San Francisco. Da Hilt, il punto di partenza dell’avventura di lavoro e umana dei primi immigrati vigezzini, abbiamo toccato i villaggi, i paesi dove  hanno successivamente lavorato e vissuto e dove, oggi, sopravvive ancora un’industria del legname, come a Weed, o McCloud, oppure l’agglomerato sta progressivamente morendo come a Dunsmuir. La vecchia Sisson, ribattezzata Mt. Shasta nel 1924, alle pendici dell’omonimo vulcano, è ai giorni nostri una piccola e simpatica stazione turistica, dove si va a sciare, a caccia o a pesca. In ciascuno di questi luoghi abbiamo rintracciato i discendenti dei primi vigezzini, parlato con loro, raccolto materiale iconografico e documentaristico.

 

Domanda: California, per molti, significa Los Angeles, Hollywood e San Francisco. Voi invece eravate diretti nella contea di Siskiyou. Quali sono state le prime impressioni appena arrivati nei luoghi in cui abitano i discendenti dei vigezzini emigrati?

 

C. Mori – A. Ceccomori: È stato un impatto particolare perché alla bellezza, per molti versi ancora selvaggia di quei luoghi, si accompagnava la rievocazione da parte nostra degli immigrati che tra i primi, a parte i nativi indiani, li avevano abitati. È stato un viaggio sicuramente dai contenuti più umani che turistici.

 

Domanda: Come siete stati accolti?

 

C. Mori – A. Ceccomori: Come dei parenti in visita. Con lo stesso calore, lo stesso affetto, la stessa commozione. A Mt. Shasta siamo stati ospiti di Lucy Feminis e di suo figlio Ken. Lucy è una amabile signora di 87 anni, figlia di Antonio Feminis e Caterina Vanni, la cui formidabile memoria ci ha permesso di acquisire informazioni altrimenti impossibili da reperire. Lucy è stata una preziosa guida. Ci ha fatto incontrare con le altre famiglie vigezzine che ancora oggi costituiscono a Mt Shasta una sorta di Little Italy di seconda, terza generazione. Lì c’è ancora il Piedmont restaurant, dove un tempo si incontravano spesso Pietro Bianconi e Carlo Bonetti, originari di Buttogno, Alfredo e Giacomo Cottini di Craveggia. C’è il Mike and Tony’s, il ristorante dei figli dei Giorgis e dei Feminis. Poco oltre c’è il Tillie’s restaurant, famoso per i suoi ravioli. E, di fronte, l’Alpine Market di Bob Vietti, di Druogno. Percorrere questa strada di Mt Shasta è stato come tornare all’epoca in cui la via principale della cittadina era stata chiamata Whiskey row per i numerosi saloon che la popolavano dopo l’arrivo della ferrovia. Era il paradiso dei boscaioli e degli operai che vi andavano per bere. Ma whiskey, olio delle lanterne ed ebbrezza erano spesso una miscela esplosiva, nel vero senso della parola, per case costruite interamente in legno che più volte andarono in fumo.

Sempre a Mt Shasta abbiamo incontrato il figlio di quel Riccardo morto nell’incidente stradale, Mike Giorgis, 94 anni, e i suoi figli. A Chico siamo stati ospiti dei discendenti dei Vietti e degli Amodei. A Yuba dei discendenti di Lorenzo Mellerio. A San Francisco ancora di un Giorgis.

La California oggi è così perché gli immigrati italiani l’hanno resa tale, con il loro lavoro e la loro rettitudine.

 

Domanda: Come vi siete lasciati?

 

C. Mori – A. Ceccomori: Una sera, invitati a cena, i discendenti dei vigezzini ci accolsero con le coccarde verdi, bianche e rosse del 150° dell’Unità d’Italia, che avevamo in precedenza regalate loro, appuntate ai loro abiti. Il loro senso di appartenenza è ancora forte, anche se ormai non parlano più italiano. Hanno mantenuto lo spirito di Lorenzo Mellerio (1869-1942) che sulla veranda della propria casa, a Chico, aveva voluto sempre tenere la bandiera italiana accanto a quella americana. Ci piace qui ricordare, allora, il sacrificio di quegli italiani che combatterono a fianco degli americani nella prima e seconda guerra mondiale. Tra questi, in Francia, perse eroicamente la vita Silvestro Cheula, arruolatosi volontario nel 13° battaglione Artiglieria da campo. Era un vigezzino, originario di Buttogno. Venne ucciso a 28 anni l’11 novembre 1918, l’ultimo giorno di guerra. Fu decorato con l’American Legion Post 92, ebbe un riconoscimento dal presidente Wilson e dal governo francese e i funerali di stato. Alle sue esequie, a Mt. Shasta, parteciparono i militari del presidio di San Francisco, giunti con un treno speciale, la banda e il feretro coperto dalla bandiera americana.

Crediamo di avere contribuito a rinsaldare un ponte tra questi emigrati e i luoghi d’origine che comunque non è mai venuto meno nell’arco di circa 120 anni. Tanto è vero che una decina di loro hanno già prenotato un viaggio in Valle Vigezzo per la prossima estate.

 

Domanda: Il museo di Mt. Shasta è stato aperto per permettervi di completare le ricerche, mettendovi a disposizione la documentazione di una recente mostra sull’immigrazione italiana nella contea di Siskiyou. Come si inserisce la presenza di emigranti italiani e vigezzini in quest’area della California?

 

C. Mori – A. Ceccomori:  Il museo di Mt. Shasta, chiuso nel periodo del nostro viaggio, ha aperto solo per noi e per darci tutta la documentazione di cui disponeva sugli immigrati italiani nella zona. Il museo ha fatto un importante censimento della realtà immigratoria. Gli italiani erano la comunità più numerosa, solo inizialmente superata da quella cinese. Erano lavoratori seri, che cercavano di evitare qualsiasi forma di conflitto con i datori di lavoro e con le altre comunità di immigrati. Anche se non rinunciarono, quando necessario, a far valere i loro diritti. Come nel caso dello sciopero di 700 italiani alla McCloud River Lumber Company, dal 27 maggio all’8 giugno 1909, per reclamare un aumento di salario e orari di lavoro meno disumani. All’inizio dello sciopero il quotidiano San Francisco Chronicle aveva bene sintetizzato la situazione scrivendo che “negli ultimi anni ci sono stati numerosi scioperi da parte degli italiani che solitamente hanno vinto perché è quasi impossibile che gli americani facciano un lavoro come il loro”.

Ma ben presto gli italiani hanno aperto anche attività in proprio, come drogherie, negozi di abbigliamento, ristoranti e così via facilitando in tal mondo l’apertura della comunità agli altri soggetti e favorendo la sua integrazione nella società americana con l’inevitabile affievolimento di quei legami e di quelle tradizioni che, in origine, erano fortissimi all’interno di una comunità chiusa a propria difesa e sostegno.

 

Domanda: Oltre ai materiali fotografici e documentaristici del volume da voi curato, avete  portato con voi in Val Vigezzo altri materiali e testimonianze interessanti e, per la prima volta, visibili in questa valle che vide partire alla fine del 1800 le persone che “rivivono” nella vostra opera. Questi materiali non potrebbero completare la complessa epopea dell’emigrazione vigezzina in un sito museale dedicato a tutti gli attori di questo fenomeno sociale, culturale ed economico? O, se non altro, in una serie di conferenze da organizzare nel corso dell’anno in sedi da definire?

 

C. Mori – A. Ceccomori:  Il nostro è un lavoro di ricerca che volentieri offriamo a chi ne sia interessato, nelle forme e nei modi che ritiene più opportuni. Non spetta a noi indicare politiche culturali in materia di studi sull’emigrazione. Abbiamo appreso dal sindaco Claudio Cottini che a Santa Maria Maggiore il Museo dello Spazzacamino diventerà anche Museo dell’Emigrazione. È una bella notizia. Sarà un comitato di gestione del museo a stabilire le linee guida. Il lavoro da fare è molto. Credo che siamo solo agli inizi.

Intanto, da luglio a settembre prossimi, a Santa Maria Maggiore vi sarà un’esposizione con il materiale da noi raccolto nel viaggio in California. Materiale che rimarrà patrimonio dell’istituendo Museo dell’Emigrazione. Ci auguriamo che la nuova istituzione sia un potente centro di catalizzazione di tutte le persone che stanno facendo studi e ricerche sull’emigrazione dalla Valle Vigezzo e che sperano finalmente in un momento di coordinamento, aggregazione e scambio.

 

Domanda: Sono sicuro che l’emigrazione vigezzina vi ha ormai stregati. Dopo “Siskiyou Road” cosa avete in programma per sottolineare l’importanza dell’emigrazione dalla Val Vigezzo?

 

C. Mori – A. Ceccomori: Stiamo già lavorando ad altre pubblicazioni riguardanti l’emigrazione vigezzina in Europa, e ancora in America latina e negli Usa. Per questo dovremo fare, nei mesi a venire, alcuni viaggi come quello recentemente terminato in California. Abbiamo in programma la traduzione di alcuni scritti americani, inediti in Italia. Poi stiamo pensando a una guida turistica alla Valle Vigezzo molto, ma molto particolare. Una vera sorpresa.

 

            intervista a cura di Luigi Rossi (Bochum) 

            www.luigi-rossi.com

           

            Claudio Mori – Arnaldo Ceccomori

            Siskiyou Road

            Edizioni Spazio 81

            Pagine 160

            ISBN 8890397543

            Euro 15

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