Vinitaly/ Il vino italiano in Cina e Giappone, le potenzialità — Lombardi nel Mondo

Vinitaly/ Il vino italiano in Cina e Giappone, le potenzialità

I vini italiani in Giappone sono ancora troppo costosi; gli importatori non sono abbastanza informati per poterli promuovere adeguatamente; i giapponesi, da parte loro, conoscono bene e apprezzano i vestiti e gli stilisti, ma non i vini

Verona, 4 apr. (Apcom) – I vini italiani in Giappone sono ancora troppo costosi; gli importatori non sono abbastanza informati per poterli promuovere adeguatamente; i giapponesi, da parte loro, conoscono bene e apprezzano i vestiti e gli stilisti, ma non i vini. Il cinese, invece, non riesce a memorizzare le etichette delle bottiglie del vino tricolore e memorizza soltanto “tre B”: Barolo, Barbaresco e Brunello di Montalcino. Manca in Cina un concetto di vino italiano come esiste invece per il calcio e questo impedisce una sua buona commercializzazione.

Sono alcune delle testimonianze portate alla 43esima edizione del Vinitaly di Verona, nel corso del convegno “Cina e Giappone: i due più importanti mercati asiatici a confronto”. “E’ facile fare affari ad Hong Kong – spiega Jeanne Lee Cho – perché noi siamo un ‘paradiso fiscale’ grazie ai nostri duty free; da noi è facile aprire un locale o un’enoteca. Negli ultimi dodici mesi si è sviluppata particolarmente la logistica e l’organizzazione della distribuzione dei vini grazie anche alla creazione di numerosi magazzini” per lo stoccaggio. Inoltre, continua “il Governo sostiene il settore” per questo i produttori che intendono esportare in Cina possono “fare affari con maggiore facilità” soprattutto se si concentrano sul “mercato del lusso”.

“Ai cinesi piace il vino dolce, con il sapore di cioccolato, che sembra di mangiare piuttosto che bere – ricorda Hang Zhu, direttore creativo della rivista ‘Food & Wine’ -. Il vino cinese e il vino di importazione sono due cose completamente diverse: il vino straniero è sempre una sfida”. Peccato che nel 2008 su 100 bottiglie consumate in Cina, 92 provengono dall’interno e soltanto otto sono di importazione. “Nel 2011 – stima – il vino importato potrebbe raggiungere il 20%. Un peso fondamentale l’avrà la pubblicità e l’unione da parte delle aziende italiane che vorranno importare propri prodotti. A differenza del calcio, manca un concetto di vino. Occorre aprire aree di degustazione, per toccare con mano il prodotto made in Italy”. “Nelle enoteche giapponesi – spiega Fumitaka Kobayashi – si trovano poche informazioni sui vini italiani. Una maggiore conoscenza la si può ritrovare nei ristoratori e negli importatori. Il costo del vino italiano è ancora troppo alto e ancora pochi importatori conoscono bene tutte le varietà di vini d’Italia, tanto che i giapponesi conoscono perfettamente i vestiti di stilisti italiani e per niente i vini”.

http://www.wallstreetitalia.com/articolo.asp?art_id=691213

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