Due bresciani curano le ferite dell’uragano Sandy — Lombardi nel Mondo

Due bresciani curano le ferite dell’uragano Sandy

BRESCIA – Alessandro Liseno disegnerà, prima o dopo, il muso arcigno dell’uragano Sandy, quel brutto bestione venuto addosso il 29 e 30 ottobre a New York, alzando le onde dell’oceano di due metri, complice l’attrazione pregnante di una luna piena e questa volta nemica del popolo della costa. Migliaia di chilometri di spiaggia sono state malmenate da Sandy, si sono difese con la caparbietà dei ripari e delle bandiere appese agli ultimi bastioni.

Alessandro Liseno disegnerà, prima o dopo, il muso arcigno dell’uragano Sandy, quel brutto bestione venuto addosso il 29 e 30 ottobre a New York, alzando le onde dell’oceano di due metri, complice l’attrazione pregnante di una luna piena e questa volta nemica del popolo della costa. Migliaia di chilometri di spiaggia sono state malmenate da Sandy, si sono difese con la caparbietà dei ripari e delle bandiere appese agli ultimi bastioni.

Ha 19 anni, Alessandro, dipinge con una precisione rinascimentale e per questo, dicevamo, ci potrebbe riferire, presto, le sembianze del disastro sotto forma artistica. La versione artistica di un disastro non diminuisce la responsabilità del dramma, non asciuga le lacrime ai derelitti, contribuisce, piuttosto, a ribadire la resistenza della persona ai rivolgimenti della natura, la continuazione, al di là di ogni ragionevole dubbio, dell’apertura finale dell’arca di Noè, quando la colomba torna con un ramoscello d’ulivo e annuncia la vita che continua, sempre, nel paese di montagna, nella città dell’oceano.

Adesso, Alessandro Liseno ha ritratte in fotografie il passaggio dell’uragano Sandy, mentre andava e veniva dalla casa della zia, della sorella del padre Francesco, insieme nella migrazione dell’anima. «Mia sorella Giuseppina – racconta Francesco Liseno – ha sposato tanti anni fa un ufficiale della Nato di stanza all’aeroporto a Ghedi. Ora abita a Brooklin, e l’uragano ha causato danni ingenti alla sua casa. Per noi è stato un richiamo naturale, siamo volati a New York per aiutarla. Abbiamo compreso subito l’efficienza degli americani sulle robe grosse e il ritardo sulle vicende particolari del disatro».

A casa della sorella c’erano quasi tre metri d’acqua. «Appena arrivati all’aeroporto – ricorda Alessandro – non si vedeva anima viva. Tutto vuoto. Fuori, si allungavano chilometri di automobili in coda per cercare benzina. Ai distributori il carburante non era arrivato, ma le colonne della automobili attendevano per ore e ore». La salvezza del movimento, la possibilità di fuggire sarebbe venuta dalle benzine. Stare fermi significava rimanere in balia dell’uragano, mostro senza parola, capace di ritornare sui suoi passi, di ricominciare ad abbattere case di legno protette da cinte in cemento armato.

Dopo 17 giorni dall’uragano, in tante case manca la corrente elettrica, il presidente Obama e il sindaco Bloomberg sono appesi a cartelli con scritte indignate. Sullo sfondo, al limite estremo della risacca, montagne di detriti rappresentano le centinaia di case abbattute.
Una è reclinata e appena più in là, lungo la spiaggia, Alessandro e il padre Francesco trovano di tutto, blocchetti di assegni, televisori, frigoriferi. Una Porsche è incastrata nel cemento, simile a una scultura dello spazialismo.

«Il vento è fischiato a 110 miglia – dicono i Liseno di Brescia – il terrore è che le case non potessero resistere. Non si è salvata la casetta dell’operaio nè quella dei ricchi con villa sulla spiaggia da 4, 5 milioni di dollari. È sorta la questione della copertura assicurativa, per la ragione che le compagnie assicurano le tempeste tropicali e non i danni per gli uragani. Lo Stato sta provvedendo per trovare punti di conciliazione tra privati e aziende d’assicurazione. Una immagine riprende una signora anziana intenta a raccogliere un quaderno di scuola. L’infanzia e la maturità si ritrovano ai piedi di un quaderno e alludono a una rinascita e a un cammino nuovo dopo l’uragano.

fonte: il giornale di brescia

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