Water Project, capitolo conclusivo — Lombardi nel Mondo

Water Project, capitolo conclusivo

la quinta parte del racconto di Ferruccio Brambilla sulla sua missione in Nuova Guinea

Dicevo del mio rientro ad Alotau. Sono tornato ad Alotau perchè, insieme ad Ennio voglio visitare la missione di Padre Lino Pedercini a Normanbi. Viaggio pauroso. Otto ore con mare in burrasca e altre tre il giorno dopo sulla tratta Alotau-East Cape. Ennio a questo punto cede e non vuole più saperne di mare, di isole e di niente altro. Siamo perciò rientrati ad Alotau con il camion-autobus stracarico di betel nuts (la droga locale) ed abbiamo atteso il momento dei saluti all’aeroporto di Alotau. Ennio e Lucio se ne tornano in Italia ed io riparto per Watuluma a raggiungere gli amici del Gruppo Africa. Per il viaggio scelgo la “confortevole” morning star, anche perchè è l’unica possibilità che ho ed il capitano Andrew, lui si molto gentile, mi riserva un posto in una delle due cabine disponibili. Durante la notte però non uso la brandina a mia disposizione perchè sulla barca c’è anche sister Carine. Proveniente dal Camerun lavora all’ospedale di Watuluma e trascorro così intere ore in compagnia della sua piacevole conversazione.

 

Sono di nuovo a casa e mi sono svegliato da pochi minuti. Baldino mi dice che era certo che sarei tornato… mi fa piacere questa cosa. Mi dice così perchè da Alotau avrei dovuto contattare telefonicamente Port Moresby dove c’è l’amica Laura, dirigente medico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che avrebbe potuto ripartire con me alla volta di Watuluma. C’era quindi la possibilità che mi potessi unire a lei nell’attività che sta svolgendo per conto dell’OMS e che la vedrà impegnata nei prossimi due anni in giro per tutta l’isola. Da quello che ho capito dovrà prendere visione e relazionare sullo stato della sanità in PNG e, conoscendola, sono certo che alla fine saprà tradurre tutto in grandi benefici per questa gente. Tutto rimandato però perchè Laura, con l’amico Franco è impegnata in un congresso a Sidney in Australia e ne avrà per molti giorni ancora. Ho lasciato a lei tutti i riferimenti dell’ospedale di Watuluma e delle persone conosciute sia a Watuluma che ad Ulutuya, così da semplificarle il compito quando deciderà di visitare Goodenough.

Se mi legge come credo, vorrei che mi spiegasse, come ha fatto father John, cosa si può fare per i bimbi che, quando malauguratamente si procurano delle piccole ferite, vengono infettati da certe mosche che individuano anche la più piccola puntura di insetto per deporvi le uova. Da piccola ferita si trasforma in grande ulcera, con cicatrici enormi ed indelebili.

 

Parlando con Baldino durante uno dei quattro voli dell’andata, avevo avuto la sensazione che desiderasse conoscere meglio tanti aspetti che riguardano la gestione di un’associazione, il modo migliore per attingere a fondi istituzionali o attraverso le fondazioni, avere opportunità migliori ad esempio per ciò che riguarda la gestione delle spese e opportunità di convenzioni ad esempio con le compagnie aeree ecc… Avevo cioè creduto che ci fosse bisogno di migliorare qualcosa all’interno della Onlus.

Per questa ragione avevo raccontato quelle che sono state le mie esperienze vissute in questi ultimi sette anni, dedicati all’associazionismo e più in generale al volontariato. Intravedevo un largo margine di collaborazione e di condivisione dei percorsi fin qui sperimentati.

E’ trascorso solo un mese da quel giorno ed ho realizzato che il Gruppo Africa va bene così. Tutto a questo mondo è migliorabile, certamente, ma non nella misura in cui avevo pensato. E’ una gran bella struttura, semplice, nè grande nè piccola, capace di tante imprese come quella che sto descrivendo disordinatamente…

Continuerò naturalmente ad essere disponibile per quanto potrò modestamente suggerire e solo qualora lo ritenesse opportuno, ma secondo me non c’è gran che da aggiungere o rivedere.

Il Gruppo Africa è grande così com’è!

 

Al mattino con la sveglia ho un sacco di idee in testa, poi si vive l’intensità gioiosa e tranquilla del villaggio papuano e si dimentica tutto… come in una rinascita, dove una partita di calcio riesce a piacere anche a me! Un canto in una messa può piacere anche a me che odio il calcio e che sono magari cristiano ma non proprio cattolico praticante. Rispetto persino chi nella capanna tiene in gabbia il kas kas, una spece di topo grande come un grande coniglio con gli occhi che escono dalle orbite.

Con Giovanmaria ho provato ieri l’ebbrezza del betel nut, sotto la esperta guida di Philip che ci ha procurato tutto il necessario… esperienza catastrofica ed irripetibile! Ho poi usato il bagno del villaggio, un buco nel terreno circondato da canne di bambu infilzate in terra e legate fra loro con una corda ricavata dalla corteccia di banano. E le foglie, sempre di banano, tagliate sapientemente col macete in piccoli quadratini, infilati tra un bambu e l’altro. Tutto ciò che noi facciamo con la carta qui si fa con le foglie di banano.. anche quello che in qualche zona del mondo si fa con la carta da giornale. Qui la carta da giornale viene usata per farci cartine da sigaretta. Ad Alotau vendono fogli di giornale già tagliato ad hoc. E Philip, l’amico Philip, un capovillaggio che mi è piaciuto subito… un po’ meno a Baldino che è un puro.

Philip è un mustafà che, mi spiega il buon father John, in questa terra significa un poco mafiosetto. Ma va bene così, ho sempre ottenuto tutto ciò che ci serviva solo rivolgendomi a lui. A lui che durante gli ultimi tre giorni è scomparso… avremmo dovuto rivedere insieme tutto il percorso degli scavi per verificare che siano state fatte le coperture con sufficente materiale in modo da mantenere l’acqua costantemente fresca. E’ scomparso e a me piace pensare che sia perchè odia gli addii… un po’ come il sottoscrito. L’ultima volta l’ho visto alla cerimonia per l’inaugurazione dell’acquedotto e in quella occasione mi ha messo al collo una collana fatta con le sue mani e due bracciali che ha fatto sua moglie per me. Mi ha commosso così come si è commosso lui mentre traduceva nel loro linguaggio il discorso di father John e mentre molti della sua tribu ci portavano regali, composti perlopiù da oggetti fatti a mano con legno e foglie essicate. Qualcuno ha pure ringraziato per iscritto. Per la festa hanno ucciso con le lance un maiale ed una enorme tartaruga, fuochi e cucina tradizionale a base di radici.. magnoca, banane fritte, manghi lessati  ecc… Balli e canti, musica. Se tutte le parole contenute in un vocabolario significassero una grande e piacevole emozione, non basterebbero per descrivere quella provata in questa occasione. Una cosa in grande e molto toccante. Come si fa ad aver voglia di tornare a casa? Sulla grande vasca sventolano ora tre bandiere, una della Papua Nuova Guinea, una dello stato di Milne Bay, la terza Italiana.

 

La quotidianità e il viaggio Watuluma-Ulutuya, i bimbi che spuntano da ogni dove correndo nell’erba alta e urlando il loro ciao “cafoi”. Fanno l’impossibile per raggiungerci alla macchina e regalarci un mango, un cocco o un altro frutto… magari tutto quello che hanno trovato e che sarebbe servito per il loro frugale pranzo. Chi non ha nulla agita la mano in segno di saluto, ma di più, ci trasmettono il loro gusto nel vederci qui. Il loro piacere di non sapere chi siamo ma che gli piace che noi siamo qui. Tendono le braccia alla disperata per avere un contatto con noi, con l’uomo bianco. Quelle urla di gioia e il loro sorriso gratuito, quel calore umano leale e sincero è una delle cose che maggiormente mi manca e che ricordo con tanta nostalgia.

E’ anche così che ci si confonde e si finisce a Bolubolu.

Durante una delle tante ispezioni fatte con Vico o, come in questo caso con Giusi e Baldino, ad un certo punto del cammino ci siamo dovuti fermare per riparare un giunto. Ci siamo accorti però che manca il giratubi e mi offro di andarlo a prendere in magazzino. Senza pensare ad altro ho immediatamente preso il truck, ho messo in moto e via. Il truck è alto e c’è la possibilità di inserire le quattro ruote motrici così da permettermi di attraversare fiumi e di superare enormi avvallamenti. Viaggio così per circa una decina di chilometri ma il paesaggio non mi è più tanto familiare, eppure è una strada che percorriamo quasi tutti i giorni… osservo meglio fino al punto di attraversamento di un ennesimo fiume con acqua alta e che non mi sembra di aver mai visto… Fermo il truck e chiedo all’amico Terence che non si è mai mosso da sopra il cassone come mai non si arriva allo “store”, che mi è sempre sembrato tanto vicino. Lui si guarda attorno e con tutta calma mi dice che il magazzino è a Ulutuya, una decina di chilometri indietro. Stavo percorrendo la strada che mi avrebbe portato dopo altri venti chilometri dritto dritto a Bolubolu… Baldino e Giusi mi hanno ricordato questo episodio un sacco di volte e ripensandoci ancora adesso mi viene da ridere a crepapelle. A loro pure!

 

Domenica sull’isola deserta. Father John ci accompagna con il dinghi papale come lo chiama lui, sull’isola che lo scorso anno il Gruppo Africa aveva regalato a Giusi. E’ virtualmente la sua isola e oggi ci ha ospitato per un intero giorno. Un paradiso! La beatitudine di muoversi su di un suolo mai calpestato… Paradiso perchè non c’è nessuno? Per la verità io vivo in un paradiso anche quando sono circondato da questa gente, specialmente se penso che prima di partire qualcuno mi ha detto di stare attento ai cacciatori di teste… Forse è utile stare attenti agli animali, a quelli si. Alle mosche della sabbia, le famigerate sand fly… l’altro giorno camminando in una specie di palude dove l’acqua mi arrivava alle ginocchia, ho incrociato un serpentello marino, arancione e velocissimo. L’ho inseguito e fotografato senza pensare ad altro, neppure al fatto che avrebbe potuto essere pericoloso. Dopo il cobra della Tanzania è il secondo serpente che incontro sulla mia strada senza danno.

 

Adesso mi devo scusare coi lavoratori bergamaschi e non, per il fatto che forse ho trascurato qualche aspetto tecnico dell’operazione “water project” ma come già detto non ho una formazione scientifica… “è la differenza che c’è fra la scienza e l’arte”. Parola dell’amico Ennio. Poi c’è l’altra riflessione che conferma questo… Qualcuno ha scritto che “nessuno tranne noi stessi può impedirci di scrivere come vogliamo” pur sapendo che si potrebbe anche vivere discretamente senza libri ma non senza fogne. Ciao Ennio!

 

Il lavoro è ultimato, la conferma e quasi il simbolo credo possa essere rappresentato dalla grande tank (vedi foto), dalla piccola tank e da quella di Bidole, dall’analisi dell’acqua prelevata alla sorgente di Ulutuya ed eseguita dal buon tecnico Humphrey del nostro ospedale, che dichiara la purezza dell’acqua.

Grazie al medesimo lavoro fatto per l’acquedotto di Watuluma lo scorso anno, si è azzerata la frequenza dei ricoveri per disturbi dovuti all’assunzione di acqua non potabile. Ho scherzosamente proposto a Baldino, l’uomo più buono del mondo, di creare qui delle terme, invece lui mi dice che domani dovremo andare a Bidole, lungo il torrente a misurare la portata dell’acqua. Ha in mente per il suo prossimo futuro, di costruire nientemeno che una centrale elettrica. E siccome conosco Baldino io la vedo già fatta. Il più bel regalo però me lo ha fatto dicendomi che non posso mancare il prossimo anno in Eritrea… mai dire mai!

 

Il tempo è scaduto così come il permesso di soggiorno.

E’ ora di tornare. Per darmi coraggio penso che comunque anch’io ho qualcosa per cui mettermi in ordine. Per fortuna c’è per tutti una ragione per la quale si preferisce presentarsi in ordine. Una donna è quasi sempre un buon motivo.

Però non mi aiutano i commenti volgari e sguaiati di certi giovani che siedono davanti alla nostra fila sull’ultimo volo Dubai-Milano… Persone che solo apparentemente parlano fra loro, perchè non si sono mai accorti che non c’è nessuno che ascolta. E’ una continua gara a chi cerca di dire qualcosa che possa fare sensazione o stupore agli altri e lo fanno senza accorgersi che non c’è nessuno dall’altra parte… come un telefono che non funziona… ma perchè?

 

E’ stata invece molto appezzata la cortesia di Bishop Francesco Panfilo, che ringraziamo sentitamente per averci voluto incontrare ed ospitare nell’elegante Centro Salesiano Don Bosco, durante il nostro incontro a Port Moresby.

 

E come per tutte le esperienze positive anche stavolta il tempo è volato. Sono partito con cinque tra i più valorosi esponenti del Gruppo Africa e non sono mai riuscito a fotografare uno di loro mentre riposa. Probabilmente perchè non dormono mai… sarebbe tempo perso! Ma le giornate trascorse in loro compagnia sono state molto piacevoli, indimenticabili.

 

Sono certo che se ci fosse stata una alternanza con altri elementi, certamente non sarebbe stata la stessa cosa. Avrebbero potuto giungere al loro posto personaggi a dir poco ingombranti, che nulla hanno a che vedere con lo spirito del Gruppo Africa, del volontariato e più in generale dello spirito che dovrebbe animare noi volontari. Quando trovi il piatto doccia pieno di schiuma profumata, dove fino all’altro giorno scorazzavano felici scarafoni o ragni regolarmente castigati dal buon Vico… Quando non puoi entrare perchè il pavimento è bagnato e quando scopri la tavoletta del water abbassata…. Ai ai ai!!! Solo i cultori del rutto libero alla Fantozzi sanno quanto può essere pericolosa quella tavoletta abbassata… perciò mi piace pensare che sia finita così!

 

Siulè la kaina!!! Cafoi. (grazie tante!!! Ciao) Fer

Testo e foto di Ferruccio Brambilla

 

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