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Come NON si analizza uno scenario bellico. Brevi considerazioni sugli errori da evitare

ALESSANDRO VERDOLIVA –  ROMA – 05 FEBBRAIO 2024

 

  1. Critica alla ragione umanitaria nelle analisi belliche

In tempi di guerra l’informazione che arriva all’audience è necessariamente filtrata dai media. Essa però non giunge al fruitore in formato analitico, bensì in formato giornalistico. Lungi dal voler pretendere una informazione imparziale, si vuole però in questa sede mettere in risalto la natura fallace della mediazione informativa a cui siamo sottoposti. La logica giornalistica infatti impone che l’informazione sia resa attrattiva e così facendo i media cadono vittima della strumentalizzazione. Oggi più che mai, i media sono strumento di guerra e non mero vettore di informazioni. La propaganda è sempre esistita e i media anche di questo ne sono stati i massimi autori. Ma oggi la guerra non è più convenzionale, è ibrida a tutti gli effetti. Questo comporta che mentre nelle guerre convenzionali le azioni militari erano preponderanti e i media avevano uno scopo principalmente dichiarativo o legittimante, oggi i media sono preponderanti rispetto alla campagna strettamente militare.

Guerra ibrida: guerra il cui scopo non è la vittoria militare ergo non si ricerca un contenimento della violenza in un apice massimo con battaglie decisive, bensì una vittoria sociale. La sua natura è per natura orizzontale, volta a conquistare l’opinione pubblica e seminare il dubbio nella popolazione avversaria. Se la guerra convenzionale ha come oggetto gli eserciti, la guerra ibrida ha come suo oggetto le popolazioni. Può dirsi per ossimoro della sorta, una guerra particolarmente democratica.
In questo modello di guerra non ci sono civili distinti dai soldati, ma sono tutti chiamati in causa, anche coloro che assistono alla guerra dalle proprie case tramite i giornali: sono anche loro – lor malgrado – soldati inconsapevoli della guerra oggetto di attenzione da parte degli attori bellici primari. La guerra ibrida esula dai canoni, dalle categorizzazioni del diritto militare e dei crimini di guerra.

Nelle guerre ibride il principale metodo adoperato per suscitare sensazionalismi è la strumentalizzazione dei morti. Tralasciando il vilipendio che si compie sulle spalle di chi perde la propria vita, questa modalità configura molteplici pericoli di natura cognitiva in quanto, come anticipato prima, diventa essa stessa un’arma. Infatti, la continua e martellante conta delle vittime civili altera la percezione del conflitto e il supporto che la popolazione dà ad esso. La guerra ibrida, avvalendosi dei media, rende vittorioso l’attore più spietato che riesce a mostrare un conto più alto di vittime civili. Poco importa dell’esito militare sul campo: l’importante è piegare l’opinione pubblica nelle proprie contraddizioni e nei propri sensi di colpa.

Ecco perché, da un punto di vista prettamente analitico, il numero di morti civili come fattore assoluto e a sé stante è reso strumento di guerra anche se, contrariamente a quanto la vulgata comune crede, è irrilevante.
A scanso di equivoci, si rimarca quanto affermato: umanamente la perdita di vite civili è una tragedia, questo però non lo rende un fattore rilevante ai fini dell’analisi in senso stretto. Infatti, essendo i defunti fotografati essi stessi i proiettili della guerra, la loro considerazione in termini analitici deve essere circoscritto all’irrilevanza analitica. Le sofferenze umane, incluso quindi il decesso, sono un metro di misura morale degli attori. Ma perché?

Perché quindi i danni e le sofferenze dei civili in guerra sono un parametro che oscilla dall’inutile al pericoloso? Vi sono alcune ragioni:

  1. Soggettività: fare leva sulla sofferenza espone l’analisi a un altissimo grado di soggettività. Qualsiasi fenomeno la cui proprietà principale è soggettiva, risulta intrinsecamente invalida come variabile scientifica, in quanto appunto non oggettiva.
  2. Moralistica: danni e sofferenze espongono l’analisi che le prende in considerazione a giudizi di valore ed etiche opinabili, anche queste scientificamente irrilevanti.
  3. Sensazionalismo: i danni ai civili e i fanciulli in lacrime sono atti a vendere copie più che a voler semplicemente riportare un fatto catastrofico. Inoltre, lo spiccato sensazionalismo si imprime nella memoria creando una estrema polarizzazione nonché futuri casus belli utili a proseguire gli scontri anziché limitarli.
  4. Universale: la sofferenza umana è universale, esiste da un lato come dall’altro. Ergo, essa si riequilibra tornando a uno stato di neutralità. Non esiste un uomo che, a parità di condizioni, soffre di più di un latro per definizione, e anche se fosse, non sarebbe misurabile quindi nullo ai fini analitico-cognitivi.

Questo modo di fare informazione, cinico, spietato e volutamente strumentale non fornisce elementi utili a comprendere la guerra: non spiega le cause, non spiega le responsabilità che hanno portato alla guerra, non spiega i fattori strutturali che hanno portato alla guerra, non spiega quali siano i rischi per chi non è stato ancora coinvolto nel conflitto, non spiegano quali siano le probabili soluzioni per il conflitto.

Ciò che invece, l’utilizzo strumentale e mediatico della sofferenza umana, crea è un fenomeno contorto chiamato “competizione al ribasso”. Conosciuto in economia come Modello di Bertrand, rappresenta quel meccanismo che reca maggior beneficio a chi (indirettamente) abbassa i propri ricavi, questo meccanismo traslato nel mondo militare fa sì che non sia più l’attore né più forte né più virtuoso a vincere: vince invece l’autore che riesce a portare più cadaveri davanti i grandi schermi internazionali.
La guerra ibrida non viene vinta dal più forte, ma da chi suscita più compassione, perdere non è più un male, può anzi diventare un bene.
Chi perde e chi si si nasconde dietro scudi umani ha con molta probabilità la vittoria politica in mano.

Inoltre, va aggiunto che il numero di vittime non è fisicamente quantificabile in itinere. Il numero di vittime e l’ammontare dei danni può essere fatto solo diverso tempo che ciò è avvenuto. Questo per quanto concerne i conflitti tradizionali detti “convenzionali” dove due eserciti di soldati professionisti si schiera.
Per quanto concerne invece la guerra ibrida, occorre ribadire un concetto nuovamente: le vittime sono esse stesse un’arma e fungono da macabro trofeo da esporre, pertanto, nella predetta logica ribassista è interesse degli attori aumentare a dismisura il numero di morti. Anziché essere causa di vergogna e disonore, un buon numero di vittime civili garantirà un ottimo risultato politico.

Capiamo quindi che uno schema interpretativo che tenga in considerazione la sofferenza umana come metro di misura, non reca alcun vantaggio analitico, non risolve la guerra e anzi, se ne fa attivamente strumento.

  1. Critica alla ragione della dualità morale

Altro avversario dell’analisi politica è la ragione della dualità morale, la quale si traduce nella vulgata comune nella logica dicotomica del “oppressore vs oppresso”, il forte contro il debole, che di conseguenza si traduce a sua volta per qualche ignota ragione nella proporzione forte:male = debole:buono.
Orwell diceva che il socialista medio non amava veramente i poveri, odiava semplicemente i ricchi.
Questa dialettica odio-moralità sarà centrale. Tale retorica dà infatti alla gente comune la licenza di identificarsi come moralmente superiore semplicemente definendo l’oppressore e potendo su di esso scaricare tutto l’odio e il disprezzo possibile, mantenendo inalterata la propria moralità, che in altre circostanze sarebbe stata profondamente lesa dalle azioni perpetrate.
Questo è il principale motivo per cui questa logica trova tanto successo nella narrazione comune più di qualsiasi altra narrazione, poiché rende possibile la fuoriuscita dei peggiori istinti animali senza ledere la propria presunta superiorità morale. Si presta benissimo anche nella logica delle masse quando si mobilitano alla ricerca di un nemico comune.

Inoltre, presenta un ulteriore vantaggio che la rende popolare: la semplicità. Questa semplicità rende questa logica fallace, in primis teorizzata da Marx, adattabile a qualsiasi tempo e contesto. La pretesa che quindi tale narrazione del mondo propone è quello di potere spiegare il passato e presente dividendo l’essere umano in categorie: oppressori e oppressi, in cui gli oppressi sono delle vittime e come tali, ricoprendo solo ed esclusivamente tale ruolo, sono anche intrinsecamente innocenti.
Viceversa l’oppressore è intrinsecamente il male. Ciò presenta dei grossi problemi etici, nonché una totale nullità analitico-scientifica, poiché  la sua suddivisione è mutuamente escludente, vale a dire che la vittima è solo vittima e l’oppressore è solo l’oppressore, scartando a priori una coesistenza di ruoli nel medesimo attore. Guardando il mondo sotto la logica oppressore-oppresso, l’uomo sedicente savio e giusto deve solo compiere un’azione: identificarsi con l’oppresso.

Le conseguenze di ciò sono che una volta auto-proclamata la propria superiorità morale in quanto identificato con la vittima, pensare e riflettere diventa superfluo: non serve pensare quando hai già il vantaggio morale. L’agire umano a sostegno di chi soffre si interrompe ed è sufficiente provare pena e compassione per la vittima. Ergo, colui che nella percezione della massa ricopre suo malgrado il ruolo di forte, avente successo o oppressore, essendo intrinsecamente il male, può essere oggetto di qualsiasi barbarie compiuta in nome di un bene più grande.

Metafisicamente premettendo che la comprensione del mondo è in ultima istanza una percezione e in quanto tale non può che essere soggetta in qualche misura ad un filtro sensoriale, i filtri ideologici sono di grande invasività e ricoprono meccanismi analoghi a quelli descritti nella fallacia della logica duale morale.
Essendo l’ideologia storicamente figlia della secolarizzazione nonché quindi successore del ruolo sociale anteriormente occupato dalla religione, la sua natura è tendenzialmente statica. La realtà invece no.
Infatti, quando l’ideologia si prefigge il compito di decifrare la realtà fornendo un unico e immutabile schema di comprensione dello scibile umano, solitamente, si incorre in catastrofi.

Questo perché se potenzialmente, quando formulata, l’ideologia presenta un alto grado di attendibilità, questa attendibilità cala al variare del contesto storico in quanto il contesto varia, mentre l’ideologia resta statica. Questo provoca uno scollamento che qua verrà definito come “distacco ideologico”.  Il distacco ideologico va analizzato in fasi e in scale. La scale presentano tre modalità, cioè la dimensione personale (ideologia personale), la dimensione sociale (ideologia diffusa), la dimensione istituzionale (ideologia ufficiale statale). Il flusso ideologico ha ovviamente origine nella prima e man mano si espande verso scale più ampie le quali poi impongono questo filtro interpretativo nuovamente alla scala personale facendo ripartire il ciclo di auto-conferma. In scala personale e sociale, un utilizzo estensivo dell’ideologia solitamente porta nel lungo termine ad uno stato di disillusione e smarrimento valoriale.

La fasi invece riguardano l’aspetto diacronico, vediamo infatti che le ideologie quando sono appena sviluppate presentano un grande livello di attendibilità in quanto aderiscono alla realtà nonostante la loro natura dogmatica; questa capacità di essere coerente con la realtà viene però meno al crescere del “distacco ideologico”.
Tuttavia il calare dell’attendibilità non diminuisce il valore socialmente percepito che essa ha. Ciò, analogo a quello che gli etologi definiscono “ant mill” (cioè la spirale della morte), costituisce una trappola sociale. Infatti, quando la realtà – nella fase mediana della propria evoluzione – si inizia a distaccare dall’ideologia, quest’ultima prevale: si tenta in ogni modo di alterare la realtà, di negare la realtà o di invertirne il significato al fine di giustificare e legittimare l’ideologia dominante e renderla forzatamente coerente.
Questa fase, che definisco “ant mill ideologico” è così permeante, invasiva e diffusa che nessuno al mondo ne è immune. Quasi tutte le verità e i valori morali di cui l’essere umano è stato convinto sostenitore nel corso della propria storia sono stati in un momento successivo soppiantati e derisi, in quanto erano frutto di ideologie secolarizzate e non. Ecco che quindi, non appena il distacco ideologico diventa troppo elevato, la realtà prende violentemente il sopravvento e l’ideologia viene immediatamente rinnegata, passando di solito da prassi obbligatoria a relitto storico messo al bando. E’ successo così con le grandi ideologie del XIX secolo, comunismo e nazismo in primis.

Ecco perché interpretare la realtà mediante filtri ideologici, oltre ad esporre al ridicolo e rendere il fautore oggetto di pubblico ludibrio, non apporta nessuna miglioria al dibattito né fornisce una visione utile e analitica dei fatti.
E’ pertanto da evitare per quanto possibile.

Queste tre regole di base sono necessarie per potersi cimentare nella lettura analitica della fenomenologia  conflittuale di cui il mondo è teatro e noi gli attori.

Consiglio metodologico

Sia il lettore, quanto specialmente, l’analista dovrebbero tenere in mente un iter metodologico chiaro.
Essendo, noi analisti, posti davanti a problemi di cui l’immediata conoscenza è impossibile nella stragrande maggioranza dei casi, dobbiamo operare una ricostruzione avvalendoci simultaneamente di quei pochi elementi empirici certi da introdurre in modo coerente in un quadro teorico pre-esistente. Nessuno dei qui presenti era vivo ai tempi della presa di Costantinopoli eppure abbiamo gli strumenti cognitivi per poter ricostruire con coerenza quell’evento.
L’analista si trova davanti ad una scena scomposta fatta di elementi assenti e contrastanti, elementi la cui rilevanza è ignota fin quando non la si rapporta ad altri elementi. Il primo passo è obbligatoriamente il metodo abduttivo: questa sarà la prima pietra miliare e molto spesso resta l’unica. Il metodo abduttivo ci permette di asserire cosa un fenomeno non sia. Non sappiamo con esattezza cos’è ma possiamo dire con certezza come minimo cosa non è.
Il secondo step è l’adozione del metodo induttivo o deduttivo a seconda dell’oggetto di studio.
Nel metodo induttivo l’analista incamera informazioni e da queste trarne schemi comparativi coerenti, mettendo a rapporto casistiche analoghe per trovare le differenze ed isolarle oppure casistiche dissimili per trovare un minimo comune multiplo. In alternativa, se si ha già una buona conoscenza delle teorie di base, sia spaziali sia sequenziali, si può operare col metodo deduttivo, ovvero spiegare un caso specifico partendo dalle regole e dagli assiomi generali astratti per poi scendere sempre più nello specifico empirico. Come ultimo step al fine di corroborare la nostra ipotesi bisogna cercare di renderla falsificabile. Una ipotesi autoreferenziale e tautologica è pseudoscientifica e il suo valore è pari a zero. Una buona analisi deve esporsi agli attacchi e resistere ad essi. E’ quindi buona abitudine interrogare noi stessi e la nostra analisi al fine di vedere se e dove vacilla. Ma al fine di poter operare in tal senso, si rende necessario, specialmente nell’analisi di guerra, uscire dalla morsa emotiva della logica tragica: l’analista deve schermarsi mentalmente prima di mettere la penna sul foglio.

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