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Cosa trarre dal vertice Putin-Trump, di Greta Cristini

Putin convince Trump ad adottare le sue regole del gioco negoziale. Non più tregua rapida, ma soluzione delle “cause profonde”. I nodi irrisolti: scambio di territori e garanzie di sicurezza.

*Per chi a Ferragosto vuole stare leggero, un’anteprima con qualche spunto di riflessione dall’intervento di oggi allo Speciale del Tg3. Per chi vuole farmi virtualmente compagnia (nel weekend di Ferragosto a Roma siamo io e le balle di fieno), buona lettura.

Non è vero che il summit fra Donald Trump e Vladimir Putin alla base militare statunitense Elmendorf-Richardson ad Anchorage, in Alaska, è stato soltanto simbolico, volto a riabilitare la Federazione Russa (incarnata dal suo presidente) fra le grandi potenze legittimate a negoziare le sorti, se non della sicurezza mondiale, certamente di quella del Vecchio Continente.

Mosca, a scanso di equivoci, capitale di uno Stato paria o canaglia che sia, già era imprescindibile. Pensare di poter estromettere un ex impero e lo Stato più grande al mondo dai tavoli internazionali è una boutade irrealistica tipica dei riduttori di complessità. Con la Russia bisognerà trattare sempre, period. Facciamocene una ragione (e scusate la banalità di questa introduzione, evidentemente necessaria).

Certamente, il summit, con la sua scenografia debitamente preparata, ha avuto anche questo ruolo. Sappiamo tutti quanto Putin tenga al simbolismo. Il benvenuto tuonante del bombardiere più potente (e più bello per design, diciamolo) al mondo, un B-2 scortato da F-35 (gli stessi che poi hanno scortato l’aereo presidenziale russo fuori dai confini statunitensi dopo l’incontro), il tappeto rosso puntellato da F-22. Un omaggio in grande stile per il ritorno nel consesso fra i grandi decisori, non c’è dubbio, ma nulla che non fosse già stato anticipato dalle innumerevoli telefonate che Donald Trump e Vladimir Putin si sono scambiati negli ultimi mesi e nelle quali i dossier su cui riaccreditare Mosca sono stati parimenti importanti a quello del conflitto russo-ucraino (almeno da una prospettiva non europea).

Coinvolgimento negli equilibri mediorientali, prima con l’offerta di intermediazione russa nelle trattative sulla proliferazione nucleare dell’Iran, ora con il rinnovato dialogo fra Benjamin Netanyahu e il presidente russo.

Coinvolgimento in un potenziale futuro accordo di cartello fra i tre massimi produttori di oro nero (USA, Arabia Saudita, Russia) per stabilizzare e dividersi i mercati.

Cooperazione economica nell’Artico, con tanto di investimenti diretti americani, e potenzialmente di apertura delle risorse naturali dell’Alaska a Mosca.

La normalizzazione dei rapporti dell’Occidente a guida americana con la Federazione Russa e la rilegittimazione di Putin come interlocutore è già in corso da tempo e non avviene per filorussismo di Trump, ma per realpolitik, per necessità geopolitica. Di tutti, inclusi gli europei. Prima ancora di Trump fu l’allora cancelliere Olaf Scholz a telefonare Putin nel novembre 2024 dopo due anni di silenzio. Silenzio (poi si capì) che non è mai valso e non poteva in alcun modo valere da “isolamento diplomatico”. Questa lettura è fortemente viziata da ideologismo euro-centrico. Quello che ha spinto tutti i paesi europei fuori dalle trattative, attualmente in corso, sul futuro della sicurezza del Vecchio Continente che quegli stessi europei abitano.


Premesso ciò, entriamo nel dettaglio delle trattative, evidenziando le questioni emerse più importanti e sulle quali dovremo soffermarci nei prossimi giorni, a partire da lunedì, quando il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj renderà visita a Trump alla Casa Bianca.

In sintesi:

  • All’arrivo in Alaska e nei mesi precedenti l’incontro, Trump ha sempre chiarito di volere un cessate il fuoco rapido: “Non so se sarà oggi, ma non sarò felice se non sarà oggi” aveva detto alla stampa prima di atterrare ad Anchorage. E se un cessate il fuoco non fosse stato raggiunto, ha avvertito che la Russia avrebbe sofferto gravi conseguenze economiche. Dopo la riunione di tre ore con Putin, Trump ora afferma [dal post sul social Truth pubblicato in queste ore] che “la strada migliore da percorrere (…) è giungere direttamente a un accordo di pace che ponga fine alla guerra, e non a un semplice accordo di cessate il fuoco, che spesso non regge”.

Questo è un cambiamento metodologico importante adottato da Trump nell’affrontare i negoziati in corso. Basta ultimatum da campagna elettorale (“risolverò in 24 ore, nei primi 100 giorni, ecc.”) e basta visione da Alice nel Paese delle Meraviglie, molto frettolosa, molto occidentale, per cui quelle che per la Russia sono “le cause profonde” di una conflittualità iniziata per Mosca almeno dal 1991 possano essere risolte nel giro di qualche mese, da rivendere internamente al proprio elettorato. D’altronde, il concetto di “cessate il fuoco/tregua” preventiva è davvero uno strumento valido per la misurazione della riuscita o meno di un incontro di negoziato volto a raggiungere una fine (più che immediata, duratura) alla conflittualità in essere fra Ucraina e Russia? Io credo di no.

In ogni caso, pare che Trump abbia essenzialmente adottato la posizione di lunga data mantenuta dalla Russia, ovvero lavorare fin da subito per strutturare condizioni e basi solide per una pace complessiva. Putin, dunque, è riuscito a convincere il suo omologo sulle regole del gioco del negoziato. Questo, d’altro canto, significa anche che verosimilmente, nel corso delle trattative, le operazioni militari in Ucraina, e in particolare l’offensiva aerea e terrestre della Russia, continueranno

L’episodio completo è disponibile solo per gli abbonati a pagamento di Extrema Ratio – di Greta Cristini

Tazio Tenca
Author: Tazio Tenca

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