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Groenlandia e La parabola di Copenaghen: dall’euroscetticismo alla fiducia nella Ue. di Paolo Bergamaschi

La Danimarca ribalta la sua storia: dal no a Maastricht al primato di fiducia verso Bruxelles. Paradossalmente la “metamorfosi danese”, sebbene pensata originariamente per coprirsi le spalle dall’orso russo, ha giocato un ruolo chiave anche per respingere le mire espansionistiche di Donald Trump sulla Groenlandia

In base a un sondaggio del luglio scorso di “Think Tank Europa”, un autorevole organizzazione non governativa di Copenaghen , la Danimarca, fra i 27 Paesi Membri, è al primo posto per quanto riguarda la fiducia nell’Unione Europea come sistema politico. Il 67% dei danesi ritiene che l’Ue funzioni bene o abbastanza bene contro un 23% che pensa il contrario e il’10% che non si esprime. Si tratta di un dato sorprendente per chi conosce la Danimarca e la sua storia recente.

Quando a metà degli anni Novanta cominciai a bazzicare per il Parlamento Europeo un numero rilevante di eurodeputati danesi costituiva il nocciolo duro della fronda anti-Ue che operava all’interno dell’istituzione per ostacolare il processo di integrazione. D’altronde nel referendum del 1992 i danesi avevano respinto il trattato di Maastricht che, trasformando la Comunità Europea in Unione, lanciava l’Unione economico-monetaria (Uem), portava all’introduzione dell’Euro e dotava la Ue di una politica estera e di sicurezza comune (Pesc).

Solo dopo complicate ulteriori negoziazioni con Bruxelles i danesi erano ritornati sui propri passi esprimendosi a favore, l’anno successivo, con un nuovo referendum che aveva, però, garantito al Paese l’opting out, ovvero l’esenzione, in quattro campi previsti dal trattato, più precisamente la moneta unica, la politica di difesa, la politica di giustizia e affari interni e la cittadinanza europea. I Paesi scandinavi hanno sempre avuto un atteggiamento ambivalente nei confronti del processo di integrazione europea. Da un lato facevano già parte dell’Associazione Europea di Libero Scambio che garantiva un solido rapporto commerciale, anche se non pieno, con l’allora Comunità Europea, dall’altro erano gelosi di un modello sociale basato su un elevato livello di welfare che temevano potesse essere smantellato con l’ingresso nel mercato comune. La Danimarca fu il primo a decidere di rompere la cooperazione nordica nel 1973 entrando nell’Ue.

La Svezia rompe gli indugi solo nel 1995 mentre la Norvegia per ben due volte, con i referendum del 1972 e del 1994, boccia la scelta che il governo di Oslo aveva negoziato con Bruxelles. Anche l’Islanda, che nel 2009 presenta domanda di adesione all’Ue, decide nel 2015 di interrompere i negoziati. Con l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio del 2022, tuttavia, muta improvvisamente lo scenario geopolitico e la percezione delle minacce. Il governo di Copenaghen decide di rimettere in discussione l’esenzione dalla politica di difesa europea convocando un referendum che nel giugno dello stesso anno vede i danesi ribaltare la posizione entrando a pieno titolo nel processo di costruzione di una sicurezza comune che, anche se embrionale e in buona parte sovrapponibile alla Nato, si rivela di grande importanza alla luce degli ultimi sviluppi. Non solo, nel giugno dello scorso anno la Danimarca abbandona anche il gruppo informale dei cosiddetti “Paesi frugali”, cioè i membri che all’interno della Ue invocano una ferrea disciplina di bilancio, promovendo la contrazione di debito comune europeo sia per la politica industriale di difesa che per il sostegno all’Ucraina. Paradossalmente la “metamorfosi danese”, sebbene pensata originariamente per coprirsi le spalle dall’orso russo, ha giocato un ruolo chiave anche per respingere le mire espansionistiche di Donald Trump sulla Groenlandia.

Solo di fronte ad un’Europa coesa e motivata, allineata sulle posizioni di Copenaghen e pronta ad adottare contro-sanzioni il presidente americano ha fatto, almeno per il momento, retromarcia dalle sue pretese imperiali. Inoltre, nota di colore, il dissidio con Trump per la Danimarca non si limita alla  Groenlandia. L’inquilino della Casa Bianca detesta l’energia eolica e non perde occasione di manifestarlo, vedi il suo discorso fatto a Davos la scorsa settimana. La Danimarca in Europa è la punta di diamante per quanto riguarda lo sfruttamento dell’energia del vento (da cui ottiene il 60% circa dell’elettricità), di gran lunga la fonte più economica e meno impattante nonostante le affermazioni farlocche, come spesso accade, di Donald Trump.

L’energia rappresenta una questione chiave se l’Unione punta davvero ad una autonomia strategica. La “parabola europea” della Danimarca ci insegna che un approccio euroscettico e selettivo nei confronti dell’Ue (“a la carte” per dirla alla francese) che mira solo ad accaparrarsi i vantaggi scaricando gli svantaggi alla fine può rivelarsi controproducente. Dovrebbe insegnare qualcosa anche ai sovranisti di casa nostra e, più in generale al fronte sovranista anti-europeo, ma dubito che prevalga la logica di insieme sugli interessi di bottega. PS Siparietto finale. Alla Danimarca mi lega un figlio, Alex, ingegnere meccanico, che in questo Paese si occupa di turbine eoliche grazie alle opportunità di lavoro che offre l’Europa e un fratello “adottivo”, Poul, acquisito 50 anni fa quando fu ospitato per un anno in famiglia nel quadro di un programma di scambio scolastico, al quale Trump non sta affatto simpatico.

 

Tazio Tenca
Author: Tazio Tenca

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