Ungheria: Peter Magyar al timone di Budapest toglie gli alibi all’Unione europea
La sconfitta di Orban e la vittoria dell’esponente del Partito del Rispetto e della Libertà Tisza elimina ogni scusa dietro alla quale si rifugiavano i leader europei quando non erano in grado di assumere le decisioni comuni di rilievo
di Paolo Bergamaschi
fonte: vita.itChissà se alle 21,14 di domenica 12 aprile è davvero finito l’incubo ungherese dell’Unione europea. «Il risultato elettorale è doloroso ma chiaro», ha ammesso a quell’ora il primo ministro Viktor Orban davanti ai militanti di Fidesz concedendo la vittoria a Peter Magyar, il leader del Partito del Rispetto e della Libertà Tisza.
Magyar in realtà ha stravinto ottenendo la maggioranza costituzionale, ovvero i due terzi dei seggi, che gli permette di riscrivere la carta dei principi fondamentali su cui poggia l’Ungheria. Sarà un processo lungo e complicato, una transizione non priva di insidie per ristabilire la separazione dei poteri e, in primo luogo, uno stato di diritto eroso e corroso da sedici anni di “democrazia illiberale”, formula coniata da Orban divenuta modello per la folta schiera di autocrati al potere o in pectore che popolano il globo.
Festa grande nelle piazze illuminate di Budapest; silenzio e luci spente alla Casa Bianca e al Cremlino. Per Donald Trump si tratta di una mazzata tremenda confermando la tendenza negativa avviata con Canada e Australia che ha visto i candidati populisti da lui appoggiati perdere in pochi giorni il consenso di cui sembravano godere prima del suo endorsement che ha portato a clamorose sconfitte elettorali. Le visite a Budapest nel giro di qualche ora sia del segretario di Stato americano Marco Rubio che del vice-presidente JD Vance hanno, forse, provocato l’effetto contrario. E a proposito di quest’ultimo mentre si scagliava contro le burocrazia di Bruxelles, è risultata paradossale la sua denuncia di interferenze esterne in un comizio a fianco di Orban negli ultimi giorni di campagna elettorale come se la sua presenza nella capitale ungherese non fosse da considerare tale. E se Mosca rimpiange la perdita del suo cavallo di Troia nell’Ue anche a Pechino la notizia non è accolta, certo, con favore. Pochi sanno che, grazie alle condizioni privilegiate offerte dal regime di Orban, l’Ungheria ha raccolto il 25% degli investimenti cinesi nell’Unione europea, una cifra sproporzionata viste le ridotte dimensioni del Paese (qualcuno avrebbe dovuto spiegarlo a Matteo Salvini visto il suo sostegno di lunga data all’ormai ex uomo forte di Budapest). E, nonostante sia impegnato a bombardare Iran, Libano e Gaza a tappeto, persino Benjamin Netanyahu dovrà d’ora in avanti indaffararsi per trovare un altro Paese Ue disposto a mettere il veto ogniqualvolta il dossier sanzioni nei confronti di Israele verrà messo all’ordine del giorno delle riunioni del Consiglio.
«L’Ungheria ritorna sul suo cammino europeo», ha twittato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen da Bruxelles rompendo finalmente la consegna del silenzio durante la campagna elettorale. Quella del profilo basso nei confronti dell’Ungheria adottato dai leader europei nelle ultime settimane si è rivelata una scelta vincente. Le misure draconiane nei confronti di Budapest di cui si sussurrava nei corridoi delle istituzioni comunitarie possono, per il momento, restare nel congelatore da cui dovrebbero, invece, uscire i miliardi di euro di fondi europei trattenuti per le violazioni allo stato di diritto che rischiavano di essere dirottati su altri capitoli di spesa. La boccheggiante economia ungherese di quei fondi ne ha un assoluto bisogno. Budapest, come l’Ucraina (a cui sono destinati 90 miliardi europei), ha un disperato bisogno del pacchetto finanziario di aiuti europei, necessari per la sua sopravvivenza economica e militare bloccati da dicembre a causa delle bizze di Orban che dovrebbero avere, ora, semaforo verde.
È stupefacente notare come dalle sorti di un piccolo Paese possano dipendere gli equilibri del vecchio continente e non solo. Cade il perno dei quattro Paesi di Visegrad; lo slovacco Robert Fico è troppo debole, e sufficientemente scaltro, per assumere il ruolo di “nuovo Orban” così come Andrej Babis nella Repubblica Ceca cercherà di evitare scontri frontali con Bruxelles. E in Polonia si tira un respiro di sollievo e di buon auspicio in vista delle elezioni politiche del prossimo anno. Cade, inoltre, e va opportunamente evidenziato, ogni comodo alibi dietro al quale si rifugiavano i leader europei quando non erano in grado di assumere le decisioni comuni di rilievo. Il caso Ungheria ha messo in luce tutte le fragilità, la vulnerabilità e i punti critici della casa comune europea. Urgono interventi sostanziali per riparare i danni e mettere in sicurezza l’edificio. Con la speranza ancora tutta da dimostrare che Magyar non sia solo una versione light di Orban.


