Regno Unito, avevano ragione gli indipendentisti scozzesi, di PAOLO BERGAMASCHI
Le previsioni di chi affermava che liberandosi da norme e regolamenti europei Londra sarebbe tornata a risplendere come potenza commerciale sul palcoscenico globale si sono rivelate errate. Oggi il Paese sembra immobilizzato dal timore di ammettere il fallimento della Brexit. Eppure a Edimburgo c’era e c’è chi ha dimostrato di avere lo sguardo più lungo

Crolla il partito Laburista, vola Reform Uk di Nigel Farage, luci e ombre per i Tories. A oltre un quarto delle schede scrutinate, il voto locale nel Regno Unito conferma le previsioni della vigilia e assesta un duro colpo al partito del primo ministro, Keir Starmer.
La Brexit ha mostrato a tutti gli scozzesi il vero volto del Regno Unito. E’ venuta meno la fiducia. Comunque sia la nostra aspirazione all’indipendenza non è legata alla questione Brexit. Per i prossimi anni in Gran Bretagna regnerà il caos. Per gli inglesi l’Europa è estero per noi no. Gli affari europei sono affari domestici e noi vogliamo impegnarci in Europa. Il Regno Unito sta vivendo una crisi esistenziale. Ai londinesi non interessa quello che succede in Scozia. L’Unione Europea per noi è solidarietà internazionale e azione….», così Alyn Smith alla fine del 2019 mi descriveva lo stato d’animo degli scozzesi alla vigilia dell’uscita ufficiale del Regno Unito dall’Unione Europea, avvenuta il 31 gennaio del 2020, nel corso di una lunga intervista che mi aveva concesso per uno dei miei libri. A quell’epoca ricopriva la carica di eurodeputato dello Scottish National Party (Snp), il partito nazionalista scozzese da sempre alfiere dell’indipendentismo. Con lui collaboravo proficuamente da tempo in Commissione Esteri a Bruxelles. A dieci anni dal referendum sulla Brexit, rilette oggi le sue parole, si sono rivelate profetiche.
La Gran Bretagna si trova in un pantano da cui non riesce a liberarsi e, dopo lo smacco referendario del 2014 sull’uscita della Scozia dal Regno Unito, le pulsioni separatiste della terra di Braveheart hanno ripreso vigore. Stando ai sondaggi oggi circa il 60% dei cittadini britannici si dichiara a favore del ritorno del proprio Paese nell’Unione Europea. Nonostante ciò nessun politico inglese spinge apertamente in questa direzione. Il ferro è ancora caldo e a toccarlo c’è sempre il rischio di scottarsi vista anche la crescita esponenziale di Reform Uk, il partito anti-Ue di Nigel Farage, in questa tornata elettorale.
D’altronde anche nel 2016 i sondaggi davano il campo del Bremain, ovvero di coloro che volevano rimanere nella Unione, in vantaggio ma il verdetto delle urne sancì inequivocabilmente, seppur di poco, la vittoria della Brexit. Oggi le relazioni fra Londra e Bruxelles sono inquadrate da un Accordo di Commercio e Cooperazione, entrato in vigore dopo un faticoso negoziato nel maggio del 2021, che regola gli scambi di merci e servizi fra le due sponde della Manica.
Il governo laburista con alla guida Keir Starmer (nella foto La Presse con la moglie mentre entra in un seggio elettorale) salito al potere nel 2024, inoltre, si è ulteriormente riavvicinato alla Ue riagganciandosi a programmi di grande valore simbolico come Erasmus, che favorisce gli scambi studenteschi, e Horizon, che promuove la ricerca e l’innovazione scientifica. Buona parte del mondo imprenditoriale britannico vedrebbe di buon occhio il ritorno della Gran Bretagna almeno nell’area doganale europea ma chi è al governo non osa fare un passo così impegnativo, tanto meno in un prossimo futuro dopo la batosta elettorale dei Laburisti.
Una cosa, comunque, è certa: le previsioni di chi affermava che liberandosi da norme e regolamenti europei la Gran Bretagna sarebbe tornata a risplendere come potenza commerciale sul palcoscenico globale si sono rivelate errate. I tempi dell’impero britannico sono finiti e non può essere nostalgicamente il Commonwealth odierno a riportarlo in auge. L’Ue continua a essere il principale partner commerciale del Regno Unito e le due economie rimangono profondamente intrecciate. Esistono dei limiti fisici e geografici da cui non si può prescindere. Quello che non si può o si vuole dire apertamente a Londra, tuttavia, non si ha alcuna remore ad esplicitarlo a Edimburgo.
“Rientrare nell’Ue con l’indipendenza”, recita il punto 42 del manifesto elettorale del Snp confermato come prima forza di gran lunga alle elezioni nazionali di Scozia di giovedì. Alyn Smith ricopre oggi il ruolo di portavoce per “l’Europa e il processo di adesione alla Ue” di questo partito. Lavorando a stretto contatto con lui nelle istituzioni europee ho imparato a conoscere una dimensione diversa e diametralmente opposta al regionalismo leghista del nostro Paese, improntato al sovranismo, alla fobia anti-immigrati e all’anti-europeismo. Indipendenza e interdipendenza possono non essere concetti antitetici quando si declinano in un contesto aperto di dialogo e confronto. «Se la Scozia fosse indipendente potrebbe essere un prototipo di stato europeo concentrato sugli affari interni a casa propria e su quelli europei con gli altri membri dell’Unione, un paese interconnesso e interdipendente», teneva a sottolineare Alyn Smith, il cui intervento di addio durante l’ultima plenaria dell’Europarlamento alla quale ha partecipato si concludeva con questo appello, quasi una supplica, ai colleghi degli altri Paesi: «Vi chiedo di lasciare una luce accesa, così possiamo ritrovare la strada di casa». Chissà che anche in questo caso non abbia avuto ragione. In ogni caso il barometro delle relazioni fra Edimburgo e Londra sembra volgere al cattivo tempo.


