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Le parole non bastano più, Papa Leone XIV a Lampedusa, di Lorenzo Prencipe

Migranti e rifugiati. Le parole che usiamo e abusiamo non bastano più: “Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!” (Pirandello)

Nota della Fondazione Centro Studi Emigrazione Ets (CSER) dei Missionari Scalabriniani in seguito alle “parole” di Leone XIV alle Canarie e a Lampedusa In poco meno di un mese (dall’11-12 giugno al 4 luglio), Papa Leone XIV ha compiuto due viaggi emblematici – alle isole Canarie e nell’isola di Lampedusa – dove l’incontro con migranti e rifugiati e con quanti operano in queste realtà ha messo, ancora una volta, in evidenza la distanza incolmabile tra due visioni-azioni-parole tra loro antitetiche: quelle della continua ricerca del “bene comune” e quelle della strenua difesa dell’interesse “particolare”. Stesse parole, ma mondi diversi Riecheggiano, ancora oggi attuali, le considerazioni di Luigi Pirandello quando – riflettendo sulla difficoltà della comunicazione umana e sulla constatazione di come le parole possano avere significati diversi per chi parla e chi ascolta – nel famoso dramma “Sei personaggi in cerca d’autore” ricorda: «Abbiamo tutti dentro un mondo di cose: ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci…, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!». Anche se “a parole” tutti diciamo di fare riferimento ai cosiddetti “valori universali”, quando entriamo nella vita di migranti e rifugiati, più che in posizioni distanti, ci imbattiamo in concezioni incompatibili, tra chi opera in favore dei diritti umani, soprattutto dei più deboli, e chi invece sa e vuole usare solo prevaricazione e forza per imporre le proprie decisioni, a protezione dei propri interessi particolari. Il “mondo” di papa Leone e di quanti trovano nel “bene comune” un criterio di vita Arrivato al Porto di Arguineguín, definito nel 2020 “molo della vergogna” perché qui erano state trattenute in condizioni disumane – per diversi giorni – circa tremila migranti, donne e minori inclusi, papa Leone manifesta immediatamente il suo “mondo” e il suo approccio con parole e gesti che, ad alcuni, sembrano chiari e inequivocabili, mentre ad altri, sembrano produrre effetti contrastanti e contraddittori. E, alla vigilia dell’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, che introduce procedure più rigide contro l’immigrazione irregolare (e non!) e legittima la creazione di hub per i rimpatri in Paesi chiamati sicuri, ma che sicuri non sono, quel “molo della vergogna” di Arguineguín ritrova una nuova onorabilità quando il Papa si inchina dinanzi alla dignità dei migranti.

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La dignità umana non ha passaporti o frontiere «Una dignità che non ha passaporto e che non perde valore quando attraversa una frontiera»; una dignità che nessuno ha il diritto di disprezzare; una dignità che va protetta, sia dai “mercanti di vite umane” che offrono morte in cambio del corpo, del denaro, del silenzio o della libertà dei migranti, sia dai Paesi di origine dei migranti che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo, sia dai Paesi di transito, chiamati a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali sia dall’Europa che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi, sia dalla comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante. La difesa e promozione della dignità umana è responsabilità di tutti. Soprattutto, però di quanti hanno in mano responsabilità decisive – autorità civili, parlamenti, governi e organizzazioni internazionali. Infatti, richiama il Papa, «la dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra». No re-migrazione, bensì integrazione! Coloro che sostengono di controllare o bloccare i flussi migratori con incentivi economici o con misure securitarie sottovalutano spesso il fatto che l’immigrazione cresce o cala più in funzione di cambiamenti socioeconomici (come il bisogno di manodopera o l’aumento della disoccupazione nei paesi di destinazione oppure la fine di conflitti nelle aree di origine) che in seguito a misure di polizie o decreti-legge governativi. In effetti,
proclamare e perseguire politiche di remigrazione per favorire “innanzitutto” gli Italiani, al contrario finisce per accelerare il declino di paesi, ripiegati su se stessi per non voler riconoscere e dare legittimità ad apporti provenienti da quei migranti che hanno scelto l’Italia e l’Europa come loro luoghi di vita. Ecco perché, a Tenerife, incontrando le realtà di integrazione dei migranti, Papa Leone sottolinea che «integrare non significa cancellare la storia di chi arriva né esigere che lasci alle spalle tutto ciò che fa parte della sua memoria. Non significa nemmeno creare mondi paralleli, chiusi gli uni agli altri, dove le persone convivono senza incontrarsi realmente». «Integrare – invece – è un cammino reciproco: chi arriva impara ad abitare una terra nuova, e chi accoglie impara ad allargare la propria casa senza diluire la propria identità né chiudere il cuore all’incontro». Se ai migranti è richiesta l’apertura fiduciosa alla comunità che li accoglie, l’apprendimento della lingua, il rispetto delle leggi, la conoscenza dei costumi e la partecipazione responsabile alla vita comune, la società che accoglie non deve mai dimenticare i suoi doveri di accoglienza, protezione e difesa della vita e della dignità di chi arriva. A Lampedusa: “la libertà sta nelle decisioni, prese o non prese” Come nella parabola del buon Samaritano, papa Leone, ricorda che – nella società e nella Chiesa – c’è sempre chi ha fretta di “passare oltre”, chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere.

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Tali scelte però non annullano la responsabilità dei diversi soggetti, tanto che «i morti in questo mare (mediterraneo) sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise». «Certo, – ricorda papa Leone – non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà […]. Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 212). La chiamata epocale delle migrazioni Dal Mare Mediterraneo si leva per le società europee una chiamata epocale proveniente dalla realtà delle migrazioni. E, secondo papa Leone, l’Europa – per storia e cultura, per posizione geografica e per assetto istituzionale – è in grado di rispondere all’appello migratorio «in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. È un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa». Il “mondo” di certa politica e di quanti perseguono il solo “interesse particolare” In contrapposizione a quanto affermato e proposto da papa Leone si alzano, nel dibattito politico e pubblico, diverse voci che, pur sostenendo – in maniera poco credibile – di prenderle in alta considerazione, affermano altro. E quando il Papa “si inchina” dinanzi ai profughi e ai migranti, l’Unione europea li chiama e considera “clandestini”. Quando il Papa sostiene che ogni vita salvata in mare o in una qualsiasi frontiera terrestre è segno di vera umanità, i Paesi europei rendono sempre più difficile l’azione delle Ong umanitarie nel Mediterraneo, sostenendo di farlo per evitare ai migranti di morire nelle traversate. E, quando papa Leone a Lampedusa ha messo l’accento sui morti in mare «vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate» un solerte portavoce della Commissione Ue si è affrettato a ribadire la fiducia nella recente stretta normativa europea e a dire che: «salvare vite in mare è una questione che consideriamo importante da tempo. E continua a essere così anche oggi».

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Quando il Papa chiede ai Paesi di origine, di transito e di arrivo di lavorare per eliminare le cause profonde delle migrazioni, questi paesi capiscono che basta eliminare gli stessi migranti, estirpando il male alla radice, sia bloccandoli nel loro Paese o rispedendoli indietro nel loro o in un altro Paese terzo. E così, sul tema delle politiche migratorie, dopo le parole del pontefice a Lampedusa il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha sostenuto l’efficacia dei decreti flussi varati dal governo italiano e ribadito: «Faccio mio l’invito del Papa, aprire le porte significa farlo in maniera sostenibile. Abbiamo una progressiva decrescita del numero degli arrivi irregolari e quest’anno registriamo -54%». In questo alternarsi di dichiarazioni contraddittorie si situano le considerazioni sul nuovo Patto migrazione e asilo che, secondo la Commissione europea «sta già dando buoni risultati, con un calo del 55% degli attraversamenti irregolari delle frontiere, rispetto al 2024». E la stessa presidente dell’esecutivo Ue Ursula von der Leyen sostiene che il patto è «una soluzione europea efficace, giusta e ferma», mentre il commissario agli Affari interni dell’Ue, Magnus Brunner, insiste sul fatto che, con le nuove regole, «saremo noi a decidere chi entra, chi può restare e chi se ne deve andare». E la remigrazione? «Non mi sembra la risposta più cristiana e più rispettosa della persona» afferma Papa Leone XIV anche perché sostiene «Molte volte noi non conosciamo le ragioni per cui queste persone sono uscite dal loro Paese. Per cui semplicemente dire li mandiamo via, sarebbe come dire che ci laviamole mani del problema. Le persone vanno invece trattate con rispetto». A conclusione di questo dialogo tra sordi giungono le riflessioni del Partito popolare europeo, la principale formazione dell’Eurocamera spesso e volentieri alleata con l’estrema destra nelle votazioni anti-migranti che volendo salvare capra e cavoli afferma che i moniti del Papa si ascoltano e non si discutono, ma poi tocca alla politica fare sintesi e decidere mostrando la fermezza che si aspettano gli elettori. Ecco svelato “candidamente” l’unico obiettivo di certa politica: accontentare l’elettore e vincere la successiva tornata elettorale, altro che “bene comune” da costruire e condividere. Ma non c’è nulla di nuovo sotto il sole! E forse, invece di tante parole inutili l’unica strada veramente perseguibile è quella proposta da Leone XIV nella sua enciclica Magnifica humanitas, dove invita le persone di buona volontà a «evitare parole che umiliano o contrappongono. Scegliamo la chiarezza che illumina e la franchezza che apre vie. Non benediciamo entusiasmi ingenui, non alimentiamo paure sterili. Piuttosto, indichiamo criteri di discernimento – dignità della persona, destinazione universale dei beni, opzione per i poveri, cura della Casa comune, pace – e traduciamoli in prassi: progettazione responsabile, valutazioni d’impatto umano e sociale, inclusione dei più fragili, alfabetizzazione digitale, ricerca e industria orientate alla giustizia e alla pace» (n. 14).

Roma, 11.7.2026, nella Giornata mondiale della popolazione Fondazione Centro Studi Emigrazione Roma Ets | CSER p. Lorenzo Prencipe

Presidente CSER -Missionario scalabriniano

Tazio Tenca
Author: Tazio Tenca

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