Le ACLI e l’emigrazione italiana in Germania (quarta puntata) — Lombardi nel Mondo

Le ACLI e l’emigrazione italiana in Germania (quarta puntata)

Il lavoro di Simonetta Del Favero analizza l’opera delle ACLI e altri Enti nei decenni della grande emigrazione italiana in Germania, nell’epoca in cui i Gastarbeiter erano essenziali per la dinamica economica e sociale della Germania e dell’Italia. Con il reclutamento del 1955 giunsero in Germania delle “persone”, non solo braccia. Con le loro storie, problemi e capacità, risorse e sogni.

2.2       Quali diritti per i Gastarbeiter?

In Germania per lo straniero, come abbiamo visto, erano obbligatori per poter lavorare sia il permesso di lavoro sia quello di soggiorno (dato per un periodo di tempo limitato, da 2 a 5 anni), in un sistema che ne comportava la stretta dipendenza l’uno dall’altro, infatti: «Il permesso di lavoro non può territorialmente valere al di là della validità territoriale del permesso di soggiorno» (1). In pratica se il permesso di soggiorno è concesso per un determinato Comune, quello di lavoro non potrà essere valido che all’interno di questo, in pratica del Comune in cui ha la sede l’azienda per cui si lavora. Si andava così a creare una totale dipendenza del lavoratore straniero dall’andamento del mercato, non solo per quanto riguardava il mantenimento del posto di lavoro, ma anche per il suo diritto di residenza, senza tutele a livello sociale e giuridico. Infatti, tra il Settembre ’66 ed il Gennaio ‘67, quando in seguito ad una flessione congiunturale del mercato scattò il sistema dei permessi di lavoro non rinnovati, l’economia tedesca poté, in tal modo, liberarsi della manodopera superflua senza dover sopportare le spese sociali della disoccupazione.

 

Presenza italiana sul totale della manodopera in Germania (1961- 1966)

Anno            Genn. ’65        Sett. ’65       Genn. ’66       Sett. ’66        Genn.’67

Italiani           250.400         372.400          304.400         391.300         272.500

Totale            952.500        1.216.800      1.126.600     1.313.500      1.068.000

 

Fonte: W. Kozlowicz, in Bundesarbeitsblatt, n. 1-2, 1967, pp.282-86, in Blumer G., L’emigrazione italiana in Europa, Feltrinelli, Milano, 1970.

 

 

La politica migratoria tedesca, difatti, nonostante l’avvio della trasformazione, alla fine degli anni ’50, dell’emigrazione temporanea in permanente, non subì grosse trasformazioni. Essa aveva come fini una politica di garanzia e controllo della mobilità della forza-lavoro e di controllo della sua sfera di riproduzione da cui derivava un terzo obiettivo che era quello di limitare alla manodopera immigrata la possibilità di difendersi, escludendola da essenziali diritti politici e civili. I lavoratori stranieri continuavano ad essere considerati Gastarbeiter, lavoratori ospiti, niente veniva fatto a livello di diritto per “muovere” la manodopera straniera verso una più lunga permanenza, nessun mutamento nella condizione di straniero, la funzione degli individui rimaneva connessa al bisogno del loro essere forza- lavoro. Ci si augurava “che le condizioni per l’assunzione di manodopera straniera potessero essere tali, da riuscire a giungere ad un’assunzione a lungo termine”, ma non si andava oltre. Una «politica federale che pensava con due teste» (2), sapeva che la lunga permanenza era necessaria per una maggiore e migliore produttività, riconosceva che sarebbe stata possibile solo con il miglioramento delle condizioni di vita, ma allo stesso tempo ne rifiutava i conseguenti problemi sociali. Un “doppio senso”, tanto che si rimproverava all’individuo il perseguire il ricongiungimento familiare, ma allo stesso tempo lo si riconosceva necessario per migliorarne la produttività lavorativa.

“Rft dipendente dalla manodopera straniera ma non paese d’immigrazione”, era la posizione di Bonn che permaneva anche agli inizi degli anni ’60.

 

La provvisorietà dell’emigrato rimaneva una costante, voluta da una specifica politica imprenditoriale che vedeva nella durata della permanenza il possibile aumento dell’integrazione ed assimilazione culturale e che, pertanto, cercava di mantenere l’emigrante in uno stato discriminatorio. Infatti, un’eventuale integrazione socio-culturale-politica avrebbe comportato un costo sociale maggiore (sopratutto in caso di ricongiungimento familiare), dato anche dal costo sociale della vecchiaia, il quale, nel caso invece di permanenza temporanea, è sempre a carico dell’economia di partenza. Era allora preferita un’indicazione economica a breve periodo piuttosto che quella di lunga durata. L’operaio di lunga durata, infatti, è un operaio che si specializza, e che non consente più alla classe imprenditoriale di evitare le conseguenze economiche politiche e sociali che la permanenza definitiva implica. Inoltre, a livello politico il breve periodo consente di mantenere una grossa parte della classe operaia in un vuoto politico tale da convergere il suo interesse politico più sulla situazione sociale e lavorativa del paese di provenienza, alimentando nostalgie e illusioni, che sui suoi reali problemi. L’annullamento del peso politico di buona parte del proletariato europeo diveniva così un obiettivo non solo per il paese d’immigrazione, ma anche per quello di emigrazione.

La disintegrazione dell’individuo e dei gruppi isola gli individui che potrebbero far valere i loro diritti di classe. «…dividere invece di unire, disintegrare invece di far formulare rivendicazioni collettive, e come conseguenze politiche avremo che criteri collettivi ed egualitari saranno regolarmente sopraffatti dall’interesse privato e questo persino nella sfera del comportamento e delle abitudini sociali degli sfruttati stessi…»  (3). L’operaio straniero si trova pertanto disintegrato sia rispetto alla società di partenza con la quale, per la lontananza, s’indeboliscono i rapporti, sia con la società di ricezione dove il grado di spoliticizzazione è troppo elevato per consentirgli di integrarsi.  La discriminazione viene, pertanto, costantemente mantenuta, sopratutto perché garantisce un margine di manovra simile a quello garantito dalla disoccupazione con la differenza che costa molto meno di quest’ultima a livello economico, politico e sociale. Razzismo e sistema di sfruttamento della classe operaia sono in questo caso strettamente connessi al fine della strumentalizzazione dei fattori divisori, economici e socio-culturali. Il razzismo viene così utilizzato come strumento per mantenere la divisione di classe tra operai nazionali e stranieri e per portarla ad essere fattore di concorrenza sul posto di lavoro e sugli alloggi. Elementi indispensabili per mantenere il sistema, e pertanto controllati e mantenuti, cercando di evitare che divengano forme palesi e avanzate di razzismo, pericolose invece per il sistema stesso (4).

Il 1° Gennaio 1958 entrava in vigore il Trattato di Roma (istitutivo della CEE), firmato a Roma il 25 Marzo 1954, il cui art. 48 sanciva la libera circolazione dei lavoratori all’interno della Comunità.

Questo principio fu attuato dalla CEE in tre tappe tra il 1961 ed il 1968, facilitato dal fatto che durante questo periodo la richiesta di nuova manodopera si mantenne a livelli molto alti. Non per tutti i paesi questo principio aveva lo stesso significato, l’Italia ne dava un’interpretazione estensiva: un mercato del lavoro europeo pienamente integrato in cui la manodopera comunitaria avesse una netta priorità d’impiego, una sorta di protezionismo comunitario che prevedeva una politica integrata dell’occupazione; posizione non condivisa da Francia, Germania e Benelux. Si giunse pertanto alla liberalizzazione in base ad un compromesso, insoddisfacente per l’Italia, i cui termini vennero delineati da 3 successivi Regolamenti CEE:

 

I)           Reg. n. 15, riguardava le clausole sulle assunzioni nominative, la priorità nazionale d’impiego era ancora riconosciuta per sole 3 settimane, al cui termine ogni posto di lavoro ancora disponibile poteva essere occupato da un cittadino di un altro paese CEE. Inoltre un cittadino Cee poteva essere immediatamente assunto se chiamato da un’azienda dove avesse già lavorato o dove un suo parente fosse impiegato da almeno 1 anno (positivo per l’Italia, considerata l’alta presenza all’estero di comunità di italiani).

II)           Reg. n. 38, proibiva la priorità nazionale, prevedeva una sorta di priorità comunitaria di 2 settimane, ed un’ulteriore facilitazione dei termini per la concessione ed il rinnovo dei permessi di lavoro e di residenza.

III)       Reg. n. 1612, sanciva la fine delle priorità nazionali d’impiego, l’abolizione dei permessi di lavoro e la trasformazione di quelli di residenza in una semplice procedura automatica, con la garanzia della piena libertà di movimento, di lavoro, e di residenza ai familiari degli immigrati.

Gli effetti sulla manodopera italiana della liberalizzazione comunitaria si concretizzarono nell’abbandono dei canali degli uffici di collocamento o di emigrazione e alla dipendenza unicamente dalla domanda di lavoro e dalla rete d’informazione ed assistenza offerta dai familiari e compaesani già al lavoro in Germania, con conseguenti mutamenti del carattere e delle finalità del flusso migratorio:

          La politica postbellica, volta a facilitare l’emigrazione permanente per liberare                l’economia nazionale della sovrappopolazione, si era arenata.

          La sottoccupazione italiana era stata solo temporaneamente alleviata dall’Europa.

          Il Governo italiano si ritrovava nuovamente privo della capacità di determinare gli   sviluppi della propria politica migratoria e di controllare l’andamento e la natura dei flussi.

          La maggiore mobilità si traduceva sostanzialmente nella minore produttività del lavoratore italiano.

          Una sorta di “marginalizzazione coatta” del lavoratore italiano sul mercato tedesco che subiva anche la progressiva concorrenza della manodopera extracomunitaria.

          L’abbandono progressivo dell’emigrazione assistita fino alla sua scomparsa ed una maggiore difficoltà nella gestione dei dati sull’emigrazione. 

L’emigrazione italiana si mostra uniforme nella sua “struttura professionale” (mancanza di qualificazioni e di riqualificazioni) e nella condizione di necessità come principale motivazione all’espatrio, condizione che determina l’essere alla mercé di tutti. Basti pensare che nel 1959-60 mancava la scuola di II grado in 2.797 comuni italiani per un numero complessivo di 5.500.000 scolari, dei quali la maggior parte si trovava nei paesi a più alta emigrazione, e questo fattore da solo può già rappresentare una delle cause principali della non concorrenzialità della nostra manodopera nei confronti di quella proveniente, in seguito alla libera circolazione, dai paesi mediterranei.

Con l’affermazione del principio di libera circolazione della manodopera si è affermata la fine di ogni discriminazione dovuta alla nazionalità per quanto riguarda l’impiego, le retribuzioni, le condizioni di lavoro e l’armonizzazione delle legislazioni sociali, nella pratica però tutto questo è rimasto inapplicato sopratutto perché è mancata una politica sociale comune, infatti, il tema della parità in tema di libertà individuali e pubbliche (di un’integrazione socio-politica oltre che economica) non è stato toccato dalle legislazioni (5). 

 

L’attuazione del MEC, non portò ad un’integrazione del Mercato del Lavoro, ma ebbe conseguenze importanti sulle dinamiche migratorie, portando l’emigrazione, tramite la liberalizzazione comunitaria, ad un continuo pendolarismo di massa tra diversi mercati del lavoro, un superamento dell’emigrazione permanente come necessità storica (6).

Le migrazioni italiane verso la Rft crebbero dal 2% del 1952-1957 al 30% del totale degli espatri in Europa nel 1958-63, e al 34% nel 1964-69, mentre le quote dell’emigrazione netta, per gli stessi periodi, furono del 2%, del 38% e del 32% (7).

La libera circolazione non si è tradotta in riconoscimento per gli stranieri dei loro diritti politici e sociali e della loro partecipazione alla vita della nazione ospite. «…quando il libero mercato è in grado di dettare legge in settori di interesse sociale come l’alloggio, la scuola, l’accesso al lavoro e le esigenze di partecipazione» (8)  è evidente che neanche una buona formulazione giuridica è in grado di fornire una qualche protezione. Si tratta, in effetti, di una massa forza-lavoro tenuta appositamente al margine in quanto solo così era funzionale al sistema del paese ospite. Cittadini di seconda categoria, non avevano il diritto di voto in Germania essendo stranieri e neanche potevano esercitarlo in Italia trovandosi in altro paese, non avevano contatto né con i partiti politici tedeschi, né con quelli italiani e lo stesso dicasi per i sindacati; e non godevano di diritti civili, quali il diritto al lavoro, all’istruzione, alla casa ed alle infrastrutture sociali. La politica dell’integrazione portata avanti dalla Germania è servita solo a mascherare questo status, ed ha provocato dei danni irreparabili a carico del lavoratore straniero e dei suoi figli, costretti, in molti casi, ad un rientro in patria «analfabeti nella cultura e nelle lingua d’origine, sradicati da una mentalità che incominciavano ad apprendere, e in rottura con la famiglia e la società» (9).

Il problema dei lavoratori stranieri è valutato dai teorici nazionali sulla base del criterio: «Gastarbeiter-Gewinn oder Belastung», (lavoratore straniero = guadagno od onere), se il lavoratore straniero è preso in esame  come persona utile ed indispensabile solo economicamente, non lo è dal punto di vista socio- politico e del diritto civile. Non solo resta emarginato come fattore politico, ma deve anche subire il falso problema delle spese addizionali per le infrastrutture ritrovandosi così privo della possibilità di ottenere anche i più elementari obiettivi infrastrutturali; quello che è normale realizzare per i lavoratori nazionali, è invece ritenuto un peso ed una spesa addizionale se si tratta di lavoratori stranieri (10).

La ghettizzazione e l’emarginazione sociale sono state il risultato delle risposte date sul piano amministrativo e politico ai problemi dei nostri emigrati, con la diretta conseguenza di produrre uno stato di disagio culturale ed una demotivazione all’integrazione. Le forze politiche continuano a considerare i lavoratori stranieri di passaggio e ne accettano una inclusione sociale solo marginale e caratterizzata dalla subordinazione. L’effetto di questo tipo di concezione non può che essere «la rotazione forzata della forza-lavoro e … la divisione tra la popolazione autoctona – con la propria cultura ed i propri modi di vita- e quella degli immigrati ghettizzati in bilico fra la propria realtà simbolica (quella contadina nella prima generazione) e quella assai incerta, contadino/post-industriale della seconda e terza generazione». Viene così  perseguita «la riproduzione di una differenza che consiste nel far convivere senza comunicazione reale ed in settori separati, popolazioni che vivono il tempo presente nel tempo presente( gli autoctoni) e popolazioni che vivono pienamente e parzialmente il tempo presente nel tempo passato (gli immigrati). Si tratta, quindi, attraverso la mancata assimilazione e/o integrazione di far vivere le popolazioni immigrate nel paese di arrivo in una apparente continuità con il tempo della zona di partenza. Con questo processo, …, il legame con la propria cultura diventa, almeno nella prima generazione, un indispensabile strumento per la conservazione della propria identità. L’operaio della catena di montaggio considera quindi provvisoria la propria condizione presente – un intervallo tra il momento della partenza dal proprio paese ed il momento (spesso illusorio) del ritorno – e continua ad identificarsi, in questo mondo straniero, con ciò che egli era (il contadino, l’artigiano, …) nell’altro» (11).

 

DURATA DI SOGGIORNO DEI LAVORATORI STRANIERI NELLA RFT

E IN PARTICOLARE DEI LAVORATORI ITALIANI (marzo 1972)

                                        Lavoratori stranieri                    Lavoratori italiani

Arrivati nel                %         cifre assolute              %         cifre assolute              %

Gen-Mar.1972         3          57.951                        4         12.854                        3

   1971        16        309.071                      12         38.563                       21

               1970        20        386.338                      12         38.563                       24

               1969        18        347.704                      13         41.777                       20

               1968        8          154.535                       8          25.709                   

               1967        2          38.634                         3            9.641                        9

               1966        6          115.092                       8          25.709                        5

               1965        6          115.902                       7          22.495                        7

               1964        5             96.584                      4          12.854                        6

               1963        3             57.951                      5          16.068                        3

               1962        4             77.268                      7          22.495

               1961        3             57.951                      7          22.495                        2

      1960e prima     6            115.902                    10          32.136

 

 Somma                 100      1.931.693                  100        321.359                    100

 

Lavoratori tornati

più volte                              214.633                                    80.340

nella RFT

 

Totale presenze

marzo 1972                    2.146.326                                    401.699

 

Fonte: Repräsentativuntersuchung, 1972, in Kammerer P., Sviluppo del Capitalismo ed Emigrazione in Europa, Mazzotta, Milano, 1976.

 

Il movimento migratorio nasce come scelta individuale che innesca un fenomeno a catena tale da renderlo un modello stabilito di comportamento collettivo; la società di destinazione assume aspettative quasi mitiche. Una rinuncia all’oggi per un futuro migliore all’insegna di una maggiore agiatezza, una migliore condizione di status e di prestigio sociale, e proprio per l’importanza di questo obiettivo, un’accettazione delle condizioni di vita e di lavoro peggiori, anche in quanto considerate comunque provvisorie. Sotto l’ideologia della provvisorietà si accettavano così una proletarizzazione brusca ed una marginalizzazione sociale e culturale. La vita era vissuta dentro una rappresentazione della realtà e pertanto tutto quello che invece 

avveniva realmente nella società era vissuto come provvisorio e quindi poco importante; il mondo reale continuava ad essere considerato quello della società tradizionale e delle sue regole. Lavoro occasionale che però per molti emigranti si trasformerà senza che essi se ne rendano conto in una dura catena.

Il modello della rotazione nell’utilizzazione della manodopera straniera si rivela come miglior metodo per la stabilità del sistema economico tedesco, massimi vantaggi a minimi costi sociali, una combinazione che, considerato poi che gli emigrati non si collocano in alcuna struttura sindacale, rappresenta il raggiungimento del massimo desiderio per ciascun imprenditore e per la maggior parte degli economisti.

In una fase iniziale, l’azione sindacale non offre protezioni all’operaio emigrante e non gli consente nemmeno di conoscere l’associazionismo, sconosciuto sopratutto a coloro che provengono da zone rurali. Una già naturale scarsa disposizione all’organizzazione, l’integrazione sconosciuta nel paese di emigrazione, il sottofondo culturale, l’adattamento alle nuove condizioni di lavoro e della vita urbana si riflettono ancora di più nella nuova situazione lavorativa, in una difficoltà vera di organizzazione del movimento. Oltretutto «La politica sindacale dei paesi d’origine incide poco sulla politica dei sindacati nei paesi d’immigrazione.”.  …Inoltre il principio di territorialità viene usato per smorzare qualsiasi tentativo di autonomia sindacale da parte degli emigrati stessi. I sindacati nazionali considererebbero ciò una violazione di territorio…» (12). Di conseguenza né il sindacato del paese di emigrazione, né quello del paese di immigrazione si schierano a favore ed in protezione del lavoratore emigrato.

Poco o niente viene fatto per consentire una integrazione tra lavoratori locali e lavoratori emigrati. Si assiste, purtroppo, non solo ad un conflitto tra individuo e società ma anche ad un conflitto tra lavoratore e sindacato che dovrebbe, invece, tutelarne gli interessi.

 

Tratto dalla tesi “Le Acli e i Gastarbeiter italiani in Germania” discussa, presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Cagliari, da Simonetta Del Favero.

 

Note:

(1) Cit. in  Blumer G., L’emigrazione italiana in Europa,  Feltrinelli, Milano, 1970, p. 120.

(2)  Petersen J., op.cit., p. 166.

(3)  Blumer G., op. cit., p. 128.

(4)  Blumer G., op. cit.

(5)  On. Granelli L., Sottosegretario di Stato al Ministero egli AA. EE, in UCEI, op. cit.

(6)  Romero F., L’emigrazione italiana negli anni ’60 ed il mercato comune europeo, in Petersen J., op.cit..

(7)  Dati tratti da Romero F., op. cit.

(8)  Favero L., Rosoli G., I lavoratori emarginati (ricerca tra gli emigrati italiani in Svizzera  e Germania),      Studi Emigrazione N. 38-39, 1975.

(9)  Convegno di studio degli operatori Sociali Italiani del Deutscher Caritasverband, dell’IPAS-ANCOL e dell’EISS: I Servizi  Sociali e l’Emigrazione, Roma, 13-17 aprile 1975, p. 8.

(10)  Nikolinakos M., Politische Okonomie der Gastarbeiterfrage,  Studi Emigrazione N. 33, 1974.  

(11)  Pozzobon G. M, op. cit., p. 13/14.

(12)  Blumer G., op. cit., p. 320/321.

Document Actions

Share |


Condividi

Lascia un commento