Adriatico: luoghi, persone, storia – Recensione

Adriatico: il multiculturalismo (quasi) scomparso in un reportage storico-giornalistico

di Matteo Cazzulani @MatteoCazzulani

Per chi, come me, ha avuto il privilegio di crescere e formarsi sull’Adriatico, un libro sul Mare al quale tanto si è legati non può che destare per lo meno una forte attenzione. “Adriatico. Luoghi, persone, storie”, reportage storico ad opera del giornalista tedesco Uwe Rada, ben rappresenta un esempio di lettura altamente formativa capace di trasmettere lo spirito multiculturale che caratterizza il Mare Adriatico e le culture che, da secoli, popolano quella parte del Mediterraneo che Apollonio da Rodi ha denominato, per primo, Adriatike Thalassa.

Organizzato secondo un itinerario presso le località adriatiche più significative, effettuato in senso antiorario, il racconto inizia da Adria, la località da cui l’Adriatico deve il suo nome, ove il multiculturalismo, presente sin dalle sue origini, è legato all’ambito del commercio.

Già ben nota ai Greci, Adria è infatti, in epoca antica, centro commerciale sulla foce del Po, oltreché punto di arrivo della Via dell’Ambra ove Veneti, Etruschi e Celti convivono e prosperano grazie ai commerci coi Greci via mare e con le tribù germaniche via terra.

La colonizzazione dei Romani prima (che anticipano la fine della Via dell’Ambra ad Aquileia), e l’espansione di Venezia poi (che priva Adria della sua collocazione sul Po in seguito al Taglio di Porto Viro nel XVII secolo) sanciscono il declino di Adria, oggi centro agricolo ubicato nell’entroterra della Provincia di Rovigo.

La seconda tappa del viaggio di Rada è Ravenna, dove il multiculturalismo è politico e legato all’operato di Teodorico. Rex degli Ostrogoti, incaricato nel 459 dall’Imperatore d’Oriente Leone I di riconquistare la penisola italiana dai barbari germanici, e governarla per conto di Bizanzio, Teodorico fa di Ravenna la capitale di uno stato fondato sulla tolleranza etnica e religiosa tra Ostrogoti, Romani, ariani, cristiani “ortodossi” ed ebrei.

L’intervento dell’Imperatore bizantino Giustiniano I, che annette il Regno Ostrogoto all’Impero d’Oriente nel 527, provoca la fine della tolleranza religiosa con la messa al bando dell’arianesimo. La nascita di Venezia, a causa dell’invasione franca dell’Italia, comporterà, poi, la progressiva perdita di prestigio di Ravenna in favore della Serenissima.

Tappa significativa dell’itinerario di Rada è la Puglia, ove il multiculturalismo è, secondo l’autore, rappresentato dell’eredità lasciata da Federico II di Svevia. Sacro Romano Imperatore e Re di Sicilia nel contempo, Federico II gestisce i suoi territori in maniera avanzata rispetto ai canoni del suo tempo, ossia accentrando il potere presso la sua Corte, valorizzando le diverse culture presenti nei suoi possedimenti, e considerando i musulmani come interlocutori, e non infedeli da convertire a fil di spada.

A Lucera, Federico II crea un insediamento saraceno ove il culto musulmano è tollerato e tutelato dall’autorità statale. A Foggia, Stupor Mundi (com’è noto Federico) crea una Amministrazione multiculturale per gestire gli affari del Sacro Romano Impero (lasciando a Napoli la Capitale del Regno di Sicilia, e a Palermo la sua Corte). Brindisi è il porto da cui parte la Crociata che Federico risolve con un trattato che consegna Gerusalemme ai crociati senza combattere. Castel del Monte è, infine, la sede del famoso castello a pianta ottagonale che, ancor oggi, rappresenta un unicum architettonico.

Passato lo stretto di Otranto, Rada ci conduce a Kotor, porto del Montenegro ove il multiculturalismo è rappresentato dalla lingua veneziana che rimane viva presso la flotta locale nonostante mutmenti politici di impatto regionale.

Tale attaccamento linguistico della Flotta di Kotor ha inizio nel 1420 -anno in cui Kotor passa, sua sponte, alla Serenissima Repubblica- a dopo il 1797 -quando i domìni di Venezia vengono presi dai francesi- fino al 1815, quando la Flotta viene incorporata nell’esercito asburgico.

Come sottolinea l’autore, il legame linguistico con la Serenissima e la sua aurea storico-culturale è talmente forte da portare la Flotta di Kotor a schierarsi con Venezia in occasione dei moti del 1848.

Spostandosi nell’estremo sud della Croazia, Dubrovnik, secondo Rada, è esempio del multiculturalismo storico di cui l’Adriatico è stato teatro. Centro di mescolanza culturale tra romani e slavi, Dubrovnik riesce a smarcarsi dal dominio veneziano divennendo, nel 1358, sotto il patronato del Re d’Ungheria, Libera Repubblica. Impegnata nel commercio con serbi e turchi nell’entroterra, Dubrovnik riesca a garantire convivenza pacifica a cristiani ed ebrei.

La scarsa considerazione prestata dagli Asburgo, tuttavia, rende Dubrovnik un territorio provinciale che, progressivamente, diventa preda della retorica nazionalista, come dimostra la forte attività degli Ustascia a fianco dei nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.

Secondo l’autore, Split, Capitale della Croazia dalmata, è, invece, dimostrazione di come il multiculturalismo adriatico sia legato all’architettura. Una delle sole 3 metropoli ad affacciarsi sull’Adriatico (assieme a Trieste e Rijeka), Split presenta un mosaico di stili collegati ad epoche differenti nello spazio di pochi metri.

Il Palazzo di Diocleziano, realizzato dai Romani attorno al 305, è infatti abbracciato da edifici in Gotico Veneziano costruiti dalla Serenissima Repubblica a partire dal 1420. Tale crogiolo di stili architettonici è valso a Split l’inclusione nella lista dell’UNESCO.

Dopo lo Stato da Mar, il diluvio

Dopo una tappa a Senj, porto della Croazia ove il multiculturalismo è rappresentato dalle scorribande di un esercito di Pirati composto da croati, albanesi e turchi a spese della Serenissima Repubblica e degli Asburgo, l’autore torna momentaneamente in Italia e ci porta a Venezia, dove il multiculturalismo, così come a Dubrovnik, è legato all’esperienza storica.

La Serenissima Repubblica, come sottolinea Rada, rappresenta un esperimento politico sui generis capace di unire, e gestire, una miriade di territori concedendo autonomia politica in cambio di fedeltà commerciale. L’autore sottolinea come dal 1117, anno in cui (grazie alla neutralità della Serenissima in occasione dello scontro tra i Comuni lombardi e il Barbarossa) Papa Alessandro III concede al Doge Sebastiano Ziani il permesso di “benedire il mare” -de facto autorizzando Venezia ad esercitare controllo politico sull’Adriatico fino al 1797- Venezia riesca a coinvolgere i suoi possedimenti a tal punto da provocare lutti civili al momento della caduta della Serenissima per mano di Napoleone.

La fine dello Stato da Mar, sottolinea Rada, porta Venezia e i suoi possedimenti sull’Adriatico a diventare provincia di Vienna dopo il 1815, finendo, alla lunga distanza, per favorire il propagarsi di ideologie nazionaliste che compromettono il multiculturalismo adriatico.

Come esempio di tale triste epilogo, l’autore presenta Trieste, ove il multiculturalismo assume un connotato negativo per via dell’odio nei confronti degli slavi che l’irredentismo italiano prima, e il fascismo poi, fomentano nel capoluogo giuliano e, più in generale, sulla costa orientale dell’Adriatico.

La distruzione della Casa degli Sloveni nel 1920, il divieto di effettuare lezioni in slavo nel 1923, la soppressione della stampa slava nel 1928, oltre agli eccidi su base etnica compiuti dai fascisti presso Bazovica e la Risiera di San Sabba durante la Seconda Guerra Mondiale sono esempi, riporta l’autore, di come la retorica nazionalista di stampo fascista abbia compromesso il multiculturalismo storico della regione adriatica.

Quasi a voler bilanciare il triste epilogo nazionalista, Rada conclude il libro con un capitolo sull’Istria, regione autonoma della Croazia ove il multiculturalismo è ancora vivo, grazie soprattutto ad una salda tradizione di accoglienza.

Fondata, secondo la leggenda, dagli Argonauti di Giasone in fuga dal Mar Nero presso la seconda foce del Danubio (Istros, che secondo la mitologia greca era ubicata sull’Adriatico nei pressi di Polais, l’odierna Pula), l’Istria ha storicamente accolto, ed integrato con i suoi abitanti di nazionalità croata, slovena ed italiana, esuli serbi, bosniaci, croati, albanesi, montenegrini sia durante le guerre contro i turchi, che, come spiega l’autore, nel corso dei conflitti successivi allo smembramento della Jugoslavia.

Per rendere bene l’idea di come l’Istria sia oggi forse l’unico posto ove lo storico multiculturalismo dell’Adriatico sia ancora percepibile, è opportuno riportare una citazione di Rada che ben dimostra come l’Istria possa davvero essere considerata, a differenza dell’Italia, erede del multiculturalismo storico adriatico:

Qui [in Istria, M.C.] non devi nascondere nulla. A nessuno importa da dove vieni, di che nazionalità sei, se sei italiano, bosniaco, serbo. Croato ed italiano compaiono sempre in maniera congiunta, sopratutto nella sfera pubblica della penisola [l’Istria, M.C]: sui nomi delle vie, degli edifici pubblici, persino nella pubblicità. Soltanto a Trieste l’altra lingua e l’altra cultura [quella croata, M.C.] non sono rispettate“.

Uwe Rada, Adriatyk. Miejsca, ludzie, historie, Widawnictwo Uniwersytetu Jagiellońskiego