Ai margini delle primarie repubblicane americane — Lombardi nel Mondo

Ai margini delle primarie repubblicane americane

La vittoria di Romney in Illinois sembra semplificare la corsa per la nomination repubblicana ma nel frattempo l’interesse di molta stampa si è spostato su altri temi che hanno poco a che fare con le elezioni medesime.

Le primarie tenutesi il 20 marzo 2012 in Illinois hanno proclamato vincitore con ampio margine Mitt Romney con il 46.6%  dei voti contro il 35.0% di Santorum, il  9.3% di  Ron Paul e l’8.o% di Gingrich. A questo punto Romney sembra avviarsi ad ottenere  la maggior parte di delegati anche se il numero magico di 1145 è ancora lontano. Santorum sembra non potercela fare anche  se il peso dei suoi delegati alla convention di Tampa di agosto 2012 si farà sentire molto forte. Attualmente Romney è attestato a 563 delegati, Santorum 263, Gingrich 135 e Paul 50.

Questi i numeri con cui ci si appresta a terminare i caucus del Missouri e a votare con l’assegnazione di tutti i delegati al vincitore in Louisiana, Maryland,Washington, DC, Wisconsin, Connecticut e Delaware entro il 3 aprile con circa 200 delegati in palio. Alla fine di questa tornata ci sarà una sosta di alcune settimane e si riprenderà poi con gli stati chiave di New York e Pennsylvania.

La scorsa settimana si è enfatizzata la vittoria in Mississippi e Alabama di Santorum, ma poco spazio è stato concesso agli altri territori americani dove si è votato e dove Romney ha vinto e praticamente superato Santorum nel conteggio contabile dei delegati. Mentre Santorum si è assicurato 40 delegati in Alabama e Mississippi, Romney ne ha acquisito il doppio in Puerto Rico, American Samoa,Guam, Northern Mariana Islands, US Virgin Islands e Hawaii perché Santorum non aveva una macchina organizzativa precisa, non si era presentato oppure commesso grossolani passi falsi.

Nei territori americani il voto per Romney è stato favorito dalla capillare presenza mormone che ha promosso la sua candidatura mentre gli altri contendenti erano praticamente assenti.

In Puerto Rico

In Puerto Rico, Santorum è incappato nel sensibile tema linguistico comune a tutti i Paesi centro e sudamericani. Alla domanda sul suo possibile sostegno della candidatura di Puerto Rico a stato federale e al mantenimento dello spagnolo e dell’inglese come lingue ufficiali, Santorum ha risposto  che come per gli altri stati si deve aderire a questa e alle altre leggi federali, e che l’inglese deve essere la lingua principale.

Santorum probabilmente ignora che l’inglese sarà pure la lingua nazionale de facto degli Stati Uniti, parlata da oltre l’80% della popolazione contro il 13% dello spagnolo, ma che a livello federale non esiste una lingua ufficiale. E’ vero che ci sono state molte proposte di legge per rendere l’inglese la lingua ufficiale degli Stati Uniti, ma finora senza esito positivo. Ogni stato adotta criteri propri secondo le esigenze locali. Alcuni stati hanno adottato l’inglese come lingua ufficiale mentre altri come le Hawaii o Guam hanno aggiunto le lingue locali. Il Maine e la Louisiana hanno praticamente concesso il francese come seconda lingua così come lo spagnolo lo è in New Mexico.

Puerto Rico è un territorio dove lo spagnolo è dominante a tutti i livelli, anche se l’inglese viene insegnato dalle elementari fino al termine delle scuole superiori. Una situazione simile a quella italiana in Alto-Adige, molto delicata, e quindi da trattare con rispetto pur nell’auspicio e con l’obiettivo di ottenere un bilinguismo perfetto.

Emerge così un’America ai margini delle elezioni, poco appariscente, perchè le primarie non si prolungano di solito oltre il supermartedì di marzo, e così molti argomenti lasciano il posto alla contesa tra i due o più candidati alla presidenza.

Un’America alle prese con il bi-linguismo, il cambiamento sociale, i territori oltremare, e anche con le carte di identità.

In Italia le liste elettorali sono aggiornate abbastanza spesso e la maggior parte degli italiani aventi diritto di voto non ha difficoltà a trovare il proprio seggio, già stampigliato ormai sul certificato elettorale, e presentarsi con la carta d’identità per votare.

Troppo semplice.

Gli Stati Uniti non hanno commissioni elettorali che si occupano di aggiornare i dati e gli elettori devono registrarsi. Considerata l’alta mobilità degli americani diventa poi difficile e costoso cambiare continuamente il proprio documento d’identità. Il costo è uno degli argomenti adottati dalle minoranze afro americane e ispaniche per respingere l’obbligo dei documenti d’identità che penalizzerebbe i ceti più poveri. Siccome questo è equivalente alla poll tax (il testatico imposto in passato secondo il censo) e quindi contrario alle leggi di molti stati, l’adozione della carta di identità a fini elettorali è solitamente contestata.

Negli Stati Uniti sono solo trenta gli stati con una legge che impone agli elettori di  mostrare un documento di identità. Altri due stati, Mississippi e Wisconsin   hanno appena votato una legge al riguardo che non è ancora entrata in vigore. Alcuni stati è necessario un documento con fotografia, in altri basta un documento anche senza fotografia, ma la casistica è talmente vasta da meritare un saggio a parte. Nei rimanenti l’obbligo non esiste, soprattutto in considerazione dei costi che eccederebbero la possibilità di frode.

America 2012, quando tra le tanti opportunità per il nuovo presidente si può tranquillamente aggiungere quello della lingua unitaria e della carta d’identità uguale per tutti.

Ernesto R Milani

Ernesto.milani@gmail.com

21 marzo 2012

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