Alberto Molinari: un migrante a Torino, con Mantova nel cuore — Lombardi nel Mondo

Alberto Molinari: un migrante a Torino, con Mantova nel cuore

Intervista e fotografia di Antonella De Bonis

Raccontami di te, da dove arrivi e chi sei o, se preferisci, chi pensi di essere.

  “Ma… non vorrai la storia dall’inizio!”

 

Certo, dall’inizio, altrimenti che storia è!

                         “Ma può essere noiosa! Bene, come vuoi. Sono nato a Mantova nel 1934, al n. 3 di Borgofreddo e battezzato in Ognissanti da Don Zancoghi. A Mantova ho trascorso la mia fanciullezza, la mia giovinezza; a Mantova ho compiuto i miei studi sino a tutto il liceo; mi sono poi laureato in scienze politiche a Firenze, ma a Mantova ho prestato il servizio di sottotenente al 2° Regg. di Artiglieria in quel di Montanara.

                        Ce n’è abbastanza, come vedi, per riempire di mantovanità tutta una vita, anche quella trascorsa altrove per cinquant’anni, una vita – come mi piace dire – da migrante con Mantova nel cuore.”

 

Ma che cosa significa per te, veramente, “Mantova nel cuore”?

                         “Già, occorre intendersi subito e bene: che cosa significa, per me, “Mantova nel cuore”?   Dico francamente – e non stupire – che se c’è un luogo al quale io mi sento molto estraneo quando, una o due volte l’anno, vi torno, ebbene questo luogo è proprio Mantova.   Stano, vero?   Vuoi sapere perché mi succede?  

            Ma perché la Mantova che io nel cuore è quella che ha visto nascere le mie emozioni giovanili, quelle che segnano per sempre: sono, dunque le mie emozioni ciò che io porto in me.  

            Tornare a Mantova (se la si intende solo come ‘le mura e gli archi’ leopardiani) per me non significa tornare alle mie emozioni, esse hanno luogo solo dentro di me ed io (almeno questo!) me le porto ovunque io sia, intatte e preziose.”

 

Ma alla Mantova di oggi, del 2011, non ti lega nulla?

                         “Beh, certo, a Mantova ho ancora qualche affezionato parente, ho ancora cari amici ma i sembianti ahinoi mutati, le mutate abitudini, i diversi contingenti riferimenti non consentono di far rivivere insieme, quando ci si incontra, passate atmosfere, trascorse emozioni.”

 

E allora?  

            “Allora, invece, mi sono accorto che la traduzione del ricordo in forma lirica (lo scriverne in poesia, in altre parole e, soprattutto,  nella lingua che le aveva viste nascere) era lo strumento efficace per comunicare ancora le vecchie emozioni (e anche le nuove); gli amici hanno entusiasticamente (bontà loro) consentito, hanno risposto, gli avevo toccato una corda sensibile e hanno voluto, essi stessi, che continuassi a suonare quella vecchia canzone.

            Questo è il motivo per il quale ho continuato (dopo il primo episodio, poco più di tre anni fa) a scrivere poesie in dialetto, o almeno questo è il secondo motivo in ordine di importanza: il primo, infatti, molto simile, è che le scrivo per me stesso, nel senso che comunico a me stesso le emozioni che provo quando scrivo e lo faccio in modo, direi, efficace, visto che mi sorprendo a commuovermi quando, a distanza di tempo, mi rileggo.”

 

Ma quando e come mai te ne sei andato da Mantova e quanto ti è costato?

            “Mio zio, Ugo Pavesi, anch’egli migrante altrove con Mantova nel cuore, era solito dire “I mantovani più bravi restano a Mantova e fanno fortuna, quelli meno bravi sono costretti ad andarsene… ma fanno fortuna lo stesso!”

            Così, finiti gli studi e il servizio militare, ho iniziato, nel 1962, la vita di lavoro, sempre nel settore industriale e specificatamente occupandomi di problemi del personale e dell’organizzazione aziendale.  

            Se si eccettua il primo periodo trascorso presso l’Associazione Industriale di Brescia, ho poi sempre operato nell’ambito del Gruppo FIAT, in diverse sedi (Milano, Brescia, Suzzara, Torino) e con diversi incarichi; l’ultima responsabilità – ricoperta dal 1984 al 2000 – è stata quella di amministratore delegato di una piccola azienda del Gruppo operante nel settore della ricerca internazionale di dirigenti.”

 

E com’è stata questa tua vita professionale, così variata; che cosa te ne è rimasto?

            “Come è stata la mia vita professionale?   Un gioco.   Un gioco serio, responsabile, rischioso (in ogni senso), faticoso, che mi ha dato successo, soddisfazioni e agiatezza, che mi ha portato anche delusioni e rovesci, ma sempre un gioco.

 

Un gioco? Trentotto anni di lavoro un gioco? Ma in che senso?  

            “Nel senso che è stato un esercizio, un esercizio difficile, come tirare di scherma in una palestra: la vita è altro, non si può porre termine ad un periodo della vita come se nulla fosse successo, come se si trattasse di concludere una serie di assalti sulla pedana, appunto, della palestra.   La vita lascia i suoi segni, non v’è maschera o giubbetto che proteggano dai colpi.   La prova di tutto ciò?   La prova è che dalla data della pensione io ho completamente dimenticato i trentotto anni del mio lavoro/gioco, mentre porto vivissime nel cuore le emozioni dei miei anni mantovani (quelli non erano un gioco).”

 

Vorresti dire che, scrivendo questo tuo libro di poesie, hai bruciato trentotto anni della tua vita per tornare alla tua giovinezza?

            “No, non sarebbe davvero corretto dire che, con questa raccolta di poesie, io mi sono semplicemente voltato indietro; ciò che ho espresso scrivendole l’ho portato dentro di me per tutta la mia vita, per ogni giorno della mia vita; semplicemente non l’ho dimenticato ed è attuale.

            Ciò dipende non da una particolare sensibilità (quella ce l’abbiamo tutti) ma dal modo di esporsi alle emozioni e di conservarle e di assorbirne tutta l’eterna capacità di risonanza.

            Non tutti siamo fatti così. Ad esempio Anna, mia moglie, è mantovana come me e ha la mia stessa capacità di provare emozioni, forse qualche volta anche una capacità maggiore della mia, ma è una donna che affronta la vita con durezza, con coraggio, che non cede. Lei cerca semplicemente di esporsi meno di me alla persistenza delle emozioni e, espondendosi meno, si espone alle conseguenze in misura diversa; ne deriva, perciò,  modo di verso di manifestare ciò che si prova e ciò che si è provato. Così Anna ha un ottimo rapporto con Mantova, completamente diverso dal mio.”

 

E il tuo rapporto con Mantova, invece, qual è?

            “Conosci il Museo del Prado di Madrid? C’è un quadro di Andrea Mantegna, “La morte della Vergine”, che rappresenta Maria, prossima al transito, circondata dagli undici apostoli; sullo sfondo della stanza vi è un’ampia finestra che prospetta un paesaggio lacustre traversato da un ponte: quello è il lago di Mantova e il ponte è quello di San Giorgio; è un luogo magico della mia città, che da sempre esprime una bellezza paralizzante l’osservatore.

            Altrettanto intensa è l’emozione che, al tramonto, la stessa scena infonde a chi l’osservi dalla prospettiva opposta, con il profilo della città medievale e rinascimentale che si staglia contro il cielo.

            E da quel punto d’osservazione io – che mi figuro sul punto di abbandonare la mia città, madre e matrigna, rompendo definitivamente un rapporto dolorosissimo – la guardo e scrivo, nell’ultima terzina del sonetto ‘Lünéta’:

 

Gh’è dl’aria, al sol l’è squaşi tramontà,

màdar madrégna, at vöi vardàr ancóra,

am vòlti vèrs al pónt… e am manca al fià.

 

            Già!   Perché tutto si perdona alla madre.   Perché tutto di perdona alla donna amata, anche i dolori subiti, perché essi rappresentano emozioni nostre, che non vorremmo mai perdere. Dio ci conservi la capacità di provare dolore!”

 

Ma come mai sei giunto così tardi a scrivere un libro di poesie?

            “Eh, come mai?  Anch’io me lo sono chiesto e ho attribuito la cosa ad una circostanza affatto particolare.

            Nel 2007 un parere medico, fortunatamente infondato, aveva posto a breve scadenza la conclusione della mia avventura terrena.   Non ho avuto paura (Anna sì, se le parti fossero state invertite, anch’io mi sarei disperato) ma da quel momento ho ritenuto doveroso nei confronti di me stesso il riprendere le emozioni, quelle vere, provate dal bambino, dal ragazzino, poi giovane uomo e poi uomo – sempre meno giovane.

Queste poesie, ho cominciato a scriverle, quindi, nell’autunno del 2007: quattro anni di emozioni raccolte.”

 

Quindi una poesia della memoria?

            “Dipende da che cosa si intende per memoria.   La mia è una poesia generata dal recupero/racconto di emozioni; le emozioni si vivono nel momento nel quale si manifestano, poi si “ricordano”, cioè si mantengono vive nella memoria e nell’anima, perché non cambiano più.

            Il tempo non esiste per le emozioni, che si possono rivivere tali e quali in ogni momento; la dimensione tempo per loro non esiste, è una nostra finzione, ci serve per differenziare i nostri atti, ma da un punto di vista emotivo è inesistente: se io riesco a godere delle gioie trascorse, a patire allo stesso modo le ferite subite, ciò significa che le emozioni sono talmente attuali che posso riviverle quando scrivo e poi quando rileggo ciò che ho scritto e ogni altra volta, così.”

 

Ma qual è il rapporto, allora, fra le emozioni e la scrittura?

            “La scrittura è lo strumento, in senso musicale, con il quale si riesce a far risuonare le emozioni; quando scrivo è come se suonassi al piano una melodia nota.

            L’efficacia dell’esecutore (io che suono) dipende dalla adeguatezza delo strumento alla resa (cioè alla comunicazione) dell’emozione in oggetto.   Gli elementi dello strumento sono i soliti, classici della poesia: il contenuto evocativo delle parole, il loro suono, la modalità e il ritmo della loro connessione.”

 

Hai scritto diverse poesie sul ritmo di celebri motivi musicali. Come mai?

            “Premetto che non è nelle mie corde il tradurre liriche altrui o, addirittura, pretendere di conseguire da ciò risultati artistici.   Altra cosa è condividere la capacità evocativa di emozioni che è propria di un motivo musicale, trasportarla nel proprio mondo di emozioni e, quindi, dotare lo stesso schema metrico di un mio testo che rappresenti e comunichi emozioni mie.

            Vuoi un esempio?   Sai che cosa è la poiana?   È il falco capone, un bel rapace che vola sui laghi di Mantova, prossimi ai suoi luoghi di nidificazione.   Noi mantovani le siamo molto affezionati.

            Per me la poiana è l’immagine di un paesaggio malinconico e sofferto, appartenente ad un tempo che non torna più per quanto si torni ogni volta a cercarne le tracce.

            Astor Piazzolla ha espresso, nelle note del suo celebre tango ‘Los pajaros perdidos’, lo stesso pensamiento triste richiamato dalla ‘mia’ poiana; ho avvertito così intensamente la coincidenza che ho voluto adottare, nello scrivere appunto “La Poiàna”, lo stesso schema metrico di quel tango argentino, sino a concludere la mia poesia aggiungendo, come coda l’ultima quartina della canzone, scritta da Mario Trejo.”

 

Possiamo dire che “Scarfòi” raccolga i tuoi ricordi, le tue emozioni vissute nel passato mantovano?

            “No, detto così mi sembra un libro di storia in rima, storia minore – se vuoi – ma sempre storia.   No, no: i miei ricordi, le mie emozioni hanno un valore se connessi al mio modo di riviverli, di provarle.

            Questa capacità, questa particolare modalità di sentire è la vera caratteristica del libro, perché non è limitata al vissuto, non può e non vuole limitarsi ad essere la cornice di amori di un tempo, di gioie datate o di piaghe allora sofferte.   Questa capacità, questa modalità sono applicate a tutto ciò che, nella mia fantasia, sarebbe potuto essere o avrei voluto avere e vivere o voglio ora essere e vivere.   La grande maggioranza delle poesie di carattere intimista hanno appunto tale caratteristica costruttiva e non sono collegate ad alcun tempo o circostanza reale.”

 

Oltre all’uso del dialetto mantovano, quanto c’è di Mantova in questo libro?

            “Un’intera sezione, l’ultima, intitolata “Santa Lüsia” è dedicata a Mantova, ai suoi personaggi, luoghi, accadimenti, ambienti, sapori, profumi, rumori… “

 

E quale credi sia la più ‘mantovana’ tra le poesie di questa sezione?

            “Vuoi dire quale ‘sento’ come più ‘mantovana’?   È difficile scegliere.   L’aria i Mantova assume toni e colorazioni anche molto diverse e tutte hanno un loro posto nella mente e nel cuore di chi le vuole cogliere e trattenere.  

            Scegliamone una, dunque.   Senti, Antonella: Mantova è città d’acqua.  Sì, sì: è città agricola, è città del terziario, è città di ricca borghesia, è tutto quello che vuoi, ma se tu alzi un momento la testa dal quotidiano borbottio cittadino, se tu guardi al di là e al di sopra delle spalle della gente, vedi l’acqua del lago e i suoi attori, vedi (anche se ne è rimasto soltanto il ricordo) le lavandaie, i pescatori…

            E allora ti regalo, uno per tutti, il sonetto Séra a San Şòrs:

 

A vegn şó in sal corént, pian, on batèl

col već Topìna c’l’è rapà e canü

e ’l sìfola tra i dent, pian, da par lü,

intant c’al sfonda in dl’aqua on bartavèl.

 

A riva gh’è restà ’na bügandéra:

la g’ha ’ncóra da fnir al sò mestér,

l’è lì c’l’ardénsa pagn e dispiaşér

c’l’agh n’ha piena ona sporta da pavéra.

 

Al pescador al ’s volta e a basa vós

“Com’a vàla, Tersìla, incö, la schéna?…”

“La va c’am par da tégnar sü ’na crós!”

 

Po’ tüt a taş, gh’è sol ona cadéna

c’la ciòca in sal batèl, on colp ad tós,

l’aria l’è fresca e squaşi l’ora ’d séna.”

 

Che cosa significa per te quel viaggio compiuto da Mantova a Torino, nell’anno ‘69?

            “Vedi, Antonella, io ho vissuto due vite, ciascuno di noi ne vive un numero infinito (anche se non sempre se n’accorge), ma per semplificare diciamo che io ho vissuto due vite.

            Una è quella della libertà, della purezza dei sentimenti.    L’altra è quella della laboriosità, della costrizione all’impegno quotidiano che non permette di essere totalmente te stesso, ma ti costringe a scendere a compromessi. Non puoi “sentire” quest’ultima come la “tua” vita, sono le otto ore delle mondine, sono quello che ti tocca e lo fai.

            Che nella mia prima vita Mantova si ritagli una grande parte è vero: è Mantova che entra e che si impossessa della prima vita, e che vi prende posto.

            E oggi?   Oggi e ormai da undici anni io non vivo più una vita professionale che mi distolga dalle mie emozioni.   Ecco perché Mantova, con la sua canzone, si risveglia e riemerge dal suo lago”

 

Se oggi Mantova fosse un colore, che colore sarebbe?

“La Mantova di oggi o la Mantova che porto nei ricordi?”

 

La tua Mantova.

            “Avrebbe la luce del sole del mattino, del sole di prima estate, del sole che fa brillare le cose, che è il colore che vedono i bimbi, del sole crudo del pomeriggio e dei raggi del tramonto, e poi la luce dei riflessi dell’acqua, perché c’è la malizia dell’acqua che fa esplodere i colori, li raddoppia e ne riempie i contorni con il colore del cielo.”

 

Il doppio, come la tua vita: qual è l’acqua e qual è il cielo?

            “L’acqua è l’elemento fondamentale per questi luoghi. Mantova è una piccola città: se non avesse questo raddoppio della sua dimensione, probabilmente sarebbe una cosa diversa.   Mantova è bella anche perché è al centro di questo specchio meraviglioso dato dai suoi laghi.

            Il tema dell’acqua ricorre moltissimo nelle mie poesie, il tema del lago, soprattutto,anche perché l’acqua è l’elemento che consente di espandere la propria emotività senza limiti.    Anche di diluirla, però, tu dici?    Dipende da quanta emotività uno ha.   Non c’è limite.   Anche il cielo e il deserto danno a questa possibilità.

            Mantova è la suscitatrice dei miei ricordi e, per questo, Mantova è la mia tavolozza; sono nipote di una pittrice, son padre di un pittore, e anche Anna Maria sa usare i pennelli molto bene; so che cos’è l’odore dell’acquaragia e dei colori ad olio; sì, Mantova è proprio la mia tavolozza.”

 

E com’è il popolo mantovano?

            “E chi lo sa?   Il mio amico Fredón – decano dei poeti dialettali mantovani – sostiene, in una sua celebre poesia, che i mantovani sono come il trìgol: dür in dla scòrsa e dentar bón cme ’l pan!

            Caro Fredón, forse era così una volta (quando tu hai scritto quella poesia) e ci piaceva credere che così fosse e ne eravamo fieri ma, ora, perdona l’affettuosa franchezza, sono tutte balle! e non perché i nostri concittadini non siano rudi nei loro comportamenti e nel loro linguaggio (qualche mia aspra poesia lo testimonia tuttora) o perché non siano invece intimamente miti e dabbene, ma perché il popolo mantovano non esiste più e non a causa delle recenti ‘invasioni barbariche’ ma a cagione della progressiva perdita delle caratteristiche collettive che ormai toccano tutte quante le comunità, indirizzate a trasformarsi in insiemi occasionali di individui, e non chiedermi se ciò sia un bene o un male. Tant’è.” 

 

 

 

 

 

 

            Più ascolto le parole di Alberto, più si fa concreto al mio udito la voce del migrante e scopro che è una voce solitaria.

 

            Siamo noi la radio che trasmette a tutto volume la voce dei migranti italiani, che sono partiti alla volta dell’estero o di un’altra Italia, come ha fatto Alberto. Un viaggio che ha sigillato e raccolto in fotografia l’immagine dei ricordi di una Mantova che in “Scarfòi” ritroviamo come non l’abbiamo mai vista. Intensa e palpabile in tutta la sua territorialità, gente, radice dialettale e contadina. Una vita che come la pannocchia, sfoglia i giorni come scarfòi.

 

                        Alberto lavorava a Torino, dove occupava un ruolo prestigioso e di responsabilità e durante il fine settimana, andava a coltivare il proprio orto, nella casa di campagna. L’amico contadino un giorno gli disse: “Dottore, Lei è un intellettuale di Torino che la domenica viene in campagna a fare il contadino” e Alberto gli rispose: “No, Meo, io sono un contadino, che durante la settimana va a Torino a fare l’intellettuale”.

 

            Nella testimonianza di Alberto dominano l’emozione, l’acqua, lo scorrere del tempo come fossero, tutti assieme in viaggio nella stessa semplice ma resistente imbarcazione.

 

            La scampata (lui corregge: beh, siamo realisti, diciamo rimandata!) morte avvicina Alberto a se stesso e si fa memoria a galla che scorre nella scrittura e nelle pagine del suo libro, che si sfogliano come la vita sfoglia i giorni, come le mani contadine sfogliano gli scarfòi. A testimonianza di ciò sta un’epigrafe che Alberto ha posto a fronte del suo libro, tolta da un’opera di Jorge Luis Borges: … io immagino che l’uomo sia permeabile alla morte, che la sua  imminenza lo segni di  disamori e di luci, di tensioni miracolose e di presentimenti.

 

 

 

 

 

 

            L’opera sarà presentata lunedì 5 dicembre alle ore 17 presso la Sala Norlenghi della Fondazione BAM-MPS in Corso Vittorio Emanuele II° 13, con l’intervento di Giorgio Bernardi Perini, Mario Artioli e Renzo Dall’Ara.

 

            Contemporaneamente il volume sarà disponibile a Mantova, nelle principali librerie (Di Pellegrini – Coop Nautilus – Galleria Einaudi – Melbookstore), o potrà essere acquistato on line presso la Libreria Universitaria, ordinandolo sul sito www.unlibro.it.

 

 

            Chi desiderasse conoscere altre, più dettagliate notizie sull’autore e sull’opera potrà trovarle sul sito http://albertomolinari.myblog.it.

 

 

 

A cura di Antonella De Bonis

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