Alla conquista del Brasile

 In viaggio con il conte Ferruccio Macola. Un reporter della belle époque tra miserie e speranze nell’epopea dell’emigrazione italiana verso il Sud America. Uno sportsman (come egli stesso si definisce) che sospira cose e paesi nuovi, alla scoperta di un mondo tanto incomprensibile, quanto straordinariamente esotico.

Alla Conquista del Brasile è un testo riportato alla luce grazie al lavoro di scavo eseguito sull’opera originale, dal titolo L’Europa alla Conquista dell’America Latina, pubblicata a Venezia dall’editore Ongania nel 1894. Il risultato è un vero e proprio reportage sulle rotte degli emigranti, scritto con uno stile diretto e spesso graffiante, da giornalista di valore quale era il Macola.

Straordinaria la descrizione della Rio de Janeiro di allora, con tutte le sue esotiche contraddizioni, a volte persino esilarante. Ma già il racconto del viaggio in nave restituisce ritratti di emigranti che rimangono impressi nella memoria del lettore. Infine, c’è tutta la vastità del nuovo continente.

Piantagioni di zucchero e di caffè a perdita d’occhio e fazende dove i lavoratori italiani sono già la maggioranza. In appendice, l’autore riporta integralmente una relazione scritta dal missionario apostolico Pietro Colbacchini, tra le prime testimonianze di quell’epopea che vide gli immigrati italiani gettarsi nella colonizzazione dell’ancora ignota e selvaggia regione del Paraná.

Di seguito un brano tratto dall’opera:

Fuori delle stazioni, restaurants improvvisati portanti nomi italiani, spropositati, ma pieni di buone intenzioni. Accomodate dietro a piccoli banchi, contadine dal tipo veneto e ragazzi dietro assolutamente nostri, vendevano aranci e limoni, gridando la merce, come nelle sagre di campagna, senza curarsi di usare, almeno per pudore, un tantino di brasiliano per quanto contraffatto. L’illusione diventava allora completa.

Fra i passeggeri, il tipo più comune, che scendeva, montava, spariva, si rinnovava, chiacchierava, o dormiva, era quello del fazendero. Cappello di feltro basso, giacca larga, panciotto con tanto di catena d’oro, calzone chiaro e un grande ombrello fra le mani; faccia rossa un po’ abbrustolita dal sole, e barba grigia, quasi bianca, in contrasto col vigore ancora giovanile dell’organismo.

Spedire caffè, ricevere lavoratori, contrattare, fare qualche acquisto, e spingersi a Rio o a San Paolo per lasciare nelle case da gioco le larghe banconote da 200.000 reis, ecco le cause di quell’andirivieni quotidiano lungo la linea, che segna l’arteria principale del movimento brasiliano.

Come sul famoso ponte del Corno d’Oro, anche in Rua Ovidor tutte le civiltà e tutte le popolazioni vi sfilano dinnanzi; negri e mulatti grottescamente vestiti all’europea, che passano ingrugnati e solenni come deità buddiste; giovanotti brasiliani dal colorito olivastro, imitatori poco felici dell’eleganza parigina, in rendigote, cilindro e calzoni di tela; tedeschi biondi dall’occhialino d’oro, e inglesi rigidi e asciutti che camminano in fretta, come gente che non vuole avere nulla di comune con quel mondo parolaio; tipi di marini di tutto il mondo, e ufficialetti che trascinano il bastone e fumano la sigaretta; donne di colore, mulatte o borghesuccie, o fazendere facoltose, cariche di collane e di braccialetti, infagottate dentro a toilettes di un gusto comico irresistibile; donnine eleganti di europei, o brasiliane dal colorito pallido e dallo sguardo sensuale che compaiono e scompaiono, sollevando i ricordi profumati del vecchio continente; negre di Bahia, dalle forme imponenti col turbante che armonizza forme e colore; preti e soldati, venditori di fiori e strilloni di giornali, uomini politici e silfidi in caccia di avventure; una varietà, una miscela, un caos al quale hanno concorso razze, continenti, nazioni.

 

Nato il 17 maggio 1861 a Camposanpiero (Padova), dopo alcuni anni in Marina, il conte Ferruccio Macola intraprende la carriera di giornalista pubblicista, oltre che quella politica; collabora con il «Progresso» di Genova e il periodico «Epoca», per poi divenire uno dei fondatori de «Il Secolo XIX».

Nel 1888 passa a dirigere la «Gazzetta di Venezia». Originariamente radicale, con gli anni si avvicina alla destra moderata. Fervente sostenitore del colonialismo italiano, nel 1895 si avvicina al Crispi e diviene deputato per tre legislature, ingaggiando un’aspra lotta contro i radicali di sinistra e i socialisti. È stato uno di quegli spiriti inquieti che hanno popolato la vita culturale italiana di fine Ottocento, sempre in bilico tra slanci di sincera e generosa compartecipazione verso il destino di un’Italia appena nata e violente manifestazioni verbali, nonché intolleranti, spesso sfociate in liti e conseguenti duelli all’arma bianca.

Il più delle volte, erano duelli che si risolvevano con qualche ferita e l’onore ristabilito per mezzo di una stretta di mano; ma il 6 marzo 1898, nel giardino romano della contessa Cellere, il destino volle che la lama della sua spada s’infilasse nella gola di Felice Cavallotti, patriota garibaldino, uomo politico, poeta e drammaturgo di fama, il quale di lì a poche ore spirò. I due erano stati legati da una profonda stima reciproca, prima di divenire avversari politici, e il Macola accusò il colpo.

Isolato politicamente, preso di mira da tutta la sinistra parlamentare e accusato di essere un sicario dei reazionari, si dimise da deputato nel 1905 e si trascinò per altri cinque anni tra malattie, depressione e ricoveri in case di cura, fino a tirarsi un colpo di pistola il 18 agosto 1910.