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ARMANDO BORGHI un libertario in America

Nell’agosto del 1940 Gaetano Salvemini disse ad Armando Borghi che doveva scrivere le sue memorie, sostenendo che sarebbero state una «testimonianza storica» di non poco conto, conoscendo le vicenda della sua vita di libertario in lotta e in fuga dalle dittature di mezzo mondo (nel 1940 erano entrambi esuli negli Stati Uniti). La risposta fu degna di quel romagnolo sanguigno e anarchico quale era il Borghi: «A ognuno il suo mestiere. La storia fatela voi altri». Ma da abile e raffinato intellettuale quale era, Salvemini riuscì a inculcare in quella testa calda – coetanea di quella del Mussolini, un anno li divideva – il tarlo che alla fine portò alla stesura di un testo redatto sostanzialmente tra il ’40 e il ’43, con l’aggiunta poi delle vicende americane che ebbero termine nell’ottobre del 1945, al momento del rimpatrio in un Italia ancora fumante delle macerie della guerra. Per la pubblicazione si dovettero attendere gli anni Cinquanta (A. Borghi, Mezzo Secolo di Anarchia (1898-1945), Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1954).

Gaetano Salvemini

 

Memorie, quelle di Armando Borghi, ormai cadute nell’oblio, ma che rilette oggi con uno sguardo attento sulla nostra Storia contemporanea, possono ancora insegnarci qualcosa. Una scelta di queste pagine sono state ripubblicate nel recente volume Un Libertario in America – memorie (MnM), dove il lettore trova integralmente il primo capitolo e gli ultimi due dell’opera originale, tralasciando i venticinque anni vissuti pericolosamente dal Borghi in un’Italia ribollente di politica, ideali, lotta, ribellione, repressione e fuga. E la vita altrettanto avventurosa da fuoriuscito per l’Europa: Parigi, Berlino, Lisbona, Amsterdam, Madrid, e un viaggio nella Russia bolscevica del 1920 passando per Vienna e Stettino, dove si imbarcò fingendosi un prigioniero di guerra russo sordomuto di ritorno in patria.

Il primo capitolo è un folgorante quadro della sua Romagna di fine Ottocento. Ma anche cercando di comprendere fino in fondo il potenziale esplosivo che questo fazzoletto di terra incastrato tra la Pianura Padana e la costa dell’Adriatico serbava in sé per farlo esplodere nel Novecento, ancora oggi non ci si capacita di come sia stato possibile che buona parte degli uomini che hanno fatto e disfatto l’Italia nel secolo scorso vi siano nati. Ma ascoltiamo le sue parole: «Il romagnolo è geloso nella politica, come il siciliano è geloso nell’amore. Se la donna lo tradisce, il romagnolo potrà prendere la cosa con calma. Ma per un “voltagabbana” non c’è remissione. Rinnegare la propria fede politica e, come si dice, “passare il Rubicone”, è il massimo dei delitti. Ogni borgo ricorda tragiche rappresaglie contro il “rinnegato”, e adora l’uomo di fede. Ai miei tempi, il rinnegato non era più pugnalato, ma rimaneva un lebbroso morale. Ai neonati si davano nomi che facessero rabbia ai preti e ai padroni: Spartachi, Comunardi, Cipriani, Bruni, Arnaldi, Ribelli, Rivolte. Così fu che Mussolini fu chiamato Benito Amilcare Andrea, da Benito Juarez, Amilcare Cipriani, Andrea Costa, e suo fratello Arnaldo, da Arnaldo da Brescia».

Gli ultimi due capitoli narrano della sua vicenda di emigrato-rifugiato negli Stati Uniti. Lo sguardo di un libertario sulla «terra della libertà» negli anni in cui l’Europa sprofonda nell’inferno. Il mondo nuovo è difficile da comprendere, attrae e respinge allo stesso tempo, ma alla fine segna l’ineluttabile fine di un’epoca e l’inizio di una nuova. «Non c’è dubbio che la legge americana contro gli anarchici era assurda, e se mi fosse stata applicata, inumana. Ma la pratica fu umana. Perché non riconoscerlo, se è la verità? E perché non riconoscere che esiste differenza fra un paese governato da leggi e da pratiche selvagge, come l’Italia fascista, e un paese governato da una legge assurda ma da una pratica non selvaggia? Perché non dovrei essere grato a questo paese della ospitalità, che dopo tutto e sia pure attraverso vicissitudini tragiche, non mi ha negato per tanti anni? Stringi, stringi, in quest’America ho potuto vivere; in quell’Italia sarei stato ammazzato. C’è una certa differenza».

Dalle prime pagine immersi in una Romagna e un’Italia ormai scomparse da un pezzo, alle ultime che si affacciano su quello che verrà. Mettendo insieme queste due esperienze vissute nella vita di un ribelle, si può anche cercare di comprendere un secolo complicato, il Novecento, che ancora oggi ci obbliga a porci delle domande, piuttosto che darci delle risposte.

ISBN 978-88-943944-4-3

 

 

 

 

 

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Vittorio Bocchi
Author: Vittorio Bocchi

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