Riflessioni sul biologico “in grande” — Lombardi nel Mondo

Riflessioni sul biologico “in grande”

Tensioni in Usa tra piccole aziende pioniere del biologico e ultimi arrivati o colossi. È il futuro che attende anche il bio del vecchio continente?

Tredici milioni e mezzo di porzioni di lattuga romana radicchio e insalatina biologiche.

È quanto Earthbound Farm, l’azienda di prodotti biologici più grande del Paese, spedisce in lungo e in largo per gli Stati Uniti ogni settimana dal suo gigantesco impianto di lavorazione di San Juan Bautista, California.

 

È davvero una grande insalatiera, se si pensa che Myra e Drew Goodman hanno avviato Earthbound Farm nel salotto di casa nel 1984.

Ora coltivano biologicamente 10.400 ettari.

 

Questo è lo yin del movimento per l’alimentazione biologica, che si immerge nella corrente mainstream dei consumi di massa.

 

Lo yang è la County Line Harvest del coltivatore David Retsky alla guida di un trattore arancione per seminare il radicchio biologico Palla Rosa [in italiano nel testo], ravanelli “Uova di pasqua” e carote Cosmic purple  sui 2 ettari e mezzo collinosi che coltiva nei dintorni di Petaluma, California.

Retsky e la sua piccola squadra raccolgono a mano tutti i prodotti per venderli il giorno seguente a qualche farmers’ market, ai ristoranti e a un grossista specializzato.

 

Entrambi le aziende sono certificate.

Ma non potrebbero essere più differenti come dimensioni, come distanza alla quale viaggiano i loro prodotti, come combustibile bruciato per produzione e logistica,  come freschezza quando la loro merce arriva al mercato e come costo.

 

I consumatori che pensano di stare acquistando da un piccolo podere locale possono in realtà portare a casa prodotti di un’azienda che muove 250 tonnellate di insalata al giorno.

Il loro latte biologico potrebbe venire dalle vacche al pascono sull’erba rigogliosa intorno a Bodega Bay, California, ma anche da un anonima stalla a stabulazione fissa da 5.000 vacche nel Colorado.

 

I cibi pronti e gli snack biologici possono essere prodotti da società statunitensi con ingredienti locali, ma (e il fenomeno è in crescita) possono derivare da ingredienti acquistati più a buon mercato ben più lontano, in Sud America o in Cina.

 

“Penso che il biologico non sia esattamente quello che la gente crede”,  dice Michael Pollan, professore di giornalismo dell’Università di Berkeley, California il cui nuovo libro  “The Omnivore’s Dilemma”  dà un occhiata critica a quello che definisce il “biologico industriale”.

 

Si tratti di insalata o di latte, di uova o di biscotti, queste differenze entrano in gioco qua e là nella filiera biologica.

E con supermercati come Safeway (e ora Wal-Mart) che stipano i loro scaffali di prodotti biologici, in che modo i consumatori acquistano (yin o yang?)  può determinare a cosa somiglierà il biologico del futuro.

 

Le differenze non significano che l’alimento non sia biologico.

Il marchio biologico del Dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti significa che il prodotto è certificato, che è cresciuto senza fertilizzanti o antiparassitari chimici di sintesi ed è stato trasformato  senza prodotti chimici proibiti.

Tuttavia, i critici dei prodotti biologici su grande scala sostengono che mentre i mega-produttori seguono la lettera della legge, non tutti ne seguono lo spirito.

 

Si preoccupano che il movimento stia sacrificando la sua anima, che abbia smarrito l’originale progetto di dar vita a un  nuovo sistema alimentare, che sostenesse le  piccoli aziende, collegasse i consumatori con i produttori e mantenesse pulito  l’ambiente.

 

Ancora, il fatto che c’è sempre più prodotto biologico disponibile è una buona cosa, secondo gente come il pioniere del biologico Bob Scowcroft, direttore esecutivo dell’Organic Farming Research Foundation di Santa Cruz, California.

 

“È qualcosa che il nostro movimento non ha saputo potuto fare per 30 anni: portare il biologico a consumatori di tutti i livelli economici”  dice Scowcroft, che dagli albori del movimento perora la causa delle piccole aziende e sollecita il settore biologico a mantenere standard elevati.

 

Quello che ha portato le cose a questo punto è lo sviluppo spettacolare dei prodotti biologici, in particolare durante i due ultimi anni.

Le vendite di quest’anno dovrebbero raggiungere i 15 miliardi di dollari, stando alle stime dell’Organic Trade Association , un associazione che raggruppa buona parte degli operatori della trasformazione e distribuzione.

 

È ancora soltanto il 2 per cento o giù di lì della spesa per generi alimentari negli Stati Uniti.

Ma gli aumenti annuali intorno al 20 per cento, aggiunti ai prezzi di vendita più elevati che il prodotto biologico può pretendere hanno funzionato da sirena per le grandi imprese alimentari.

 

Le maggiori aziende alimentari hanno messo in cascina alcuni dei più noti marchi biologici e hanno avviato i loro ampliamenti di gamma.

Coca-Cola possiede Odwalla.

General Mills vanta Muir Glen e Cascadian Farm.

Smuckers ha comprato Knudsen e Santa Cruz Organic.

Whole Foods è a 175 punti vendita e ancora più supermercati convenzionali stanno scendendo in pista.

Safeway ha da poco lanciato la sua linea “O” di cereali, condimenti e altri articoli prezzati pochi cent in più del prodotto convezionale.

 

Aziende indipendenti come Santa Rosa, la californiana Amy’s, che produce zuppe e pasti surgelati stanno crescendo rapidamente, anch’esse.

Da Amy’s le vendite sono aumentate circa del 30 per cento in ciascuno dei due anni scorsi e l’azienda programma di aprire un secondo stabilimento a Medford, Oregon per settembre.

 

Tutto questo significa più alimenti biologici in più mercati e a prezzi più bassi.

“Ci si sente come se fosse davvero arrivato il punto di svolta, come se fosse arrivato il tempo del biologico” dice Myra Goodman di Earthbound.

 

Ogni giorno al grande impianto candido e refrigerato di Earthbound entrano rimorchi con tonnellate di lattughe e di radicchio, alcuni da ben lontano, addirittura dal Messico.

Un’altra flotta di rimorchi, 200 o 250 al giorno, porta bancali su bancali di insalate incellofanate per i punti vendita da San Francisco a New York.

E i numeri stanno crescendo.

Earthbound ha appena acquistato Pride of San Juan il suo concorrente di San Juan Bautista (nella contea californiana di San Benito) che coltiva e condiziona prevalentemente insalate convenzionali per le società di catering e il food service.

Questo acquisto porterà le vendite  di Earthbound a 40 milioni di porzioni d’insalata alla settimana, tra biologica e non.

 

Per aiutare a ridurre le conseguenze sull’ambiente di tutti i camion che vanno e vengono, l’azienda ha piantato 400.000 alberi per consumare tutto la CO2 prodotta.

E sottolinea quante tonnellate di fertilizzanti chimici (4.200) e antiparassitari (135) non finiscono ogni anno nell’ambiente grazie alla loro attività

 

“Siamo contenti di quel che facciamo” dice Goodman “Siamo in concorrenza con imprese come Dole, Fresh Express e Sunkist, non certo con i mercati dei piccoli coltivatori. La nostra missione è di dare alla gente un’alternativa biologica, e lavorare per portarla alla gente nel posto dove fanno la spesa ha comportato la necessità di diventare grandi”.

 

Retsky, al County Line Harvest, non pensa di essere in concorrenza con Earthbound.

Ma non è sicuro che i consumatori conoscano la differenza fra quel che lui offre ai mercatini dei produttori e quello che trovano da Costco [una catena di Cash & Carry economici].

 

Lui si è sforzato, per esempio, di coltivare molti ortaggi contemporaneamente, come le cipolle Walla Walla introdotte da John Arbini di Lonate Pozzolo, provincia di Varese , il tipico peperone americano Gypsy, il basilico genovese [con buona pace delle  Dop e Igp europee], malgrado il  fatto che il suo grossista gli compri soltanto i radicchi e l’insalata cappuccia.

 

“Potremmo semplificarci la vita e coltivare solo quello che vuole quel cliente” dice, “ma non saremmo così diversi”.

 

Quella del latte biologico è un’altra area dove le differenze nella produzione sono profonde. Il latte prodotto dalle più piccole latterie come Clover Stornetta Farms e Straus Family Creamery ha soltanto alcune cose in comune con latte delle mega latterie come Horizon e altre marche di supermercato.

 

Nel ranch Triple C di Bob Camozzi, lontane origini bergamasche,  246 ettari nella lussureggiante Two Rock Valley, California, molte delle sue 720 Holstein pezzate binconere e alcune graziose Jersey pascolano nell’erba alta fino a toccar loro la pancia.

 

D’altra parte, le private label di Safeway e di Costco e Horizon, di proprietà di Dean Foods, che vanta il 55% del mercato Usa del latte biologico, comprano da molti fornitori, tra cui gigantesche stalle da 3 mila a 5 mila capi in California, nell’Idaho o nel Colorado, in cui gli animali sono ammassati nei feedlot e non vedono mai nemmeno una foglia d’erba fresca.

 

Le norme federali sul biologico attualmente in vigore prevedono soltanto “l’accesso al pascolo,” ma non dicono nulla sul tempo effettivo di pascolo. Il dipartimento dell’agricoltura sta studiando la possibilità di rendere le regole più severe dopo i reclami sulle aziende a stabulazione fissa: questo mese si è già tenuta una pubblica audizione  in Pennsylvania.

 

I consumatori si preoccupano per come sono trattai gli animali, secondo una nuova indagine eseguita questo mese da una società indipendente di sondaggi per conto del Center for Food Safety, un gruppo di pressione di Washington.

 

La metà delle 1.100 persone intervistate ha detto che smetterebbe di comprare il latte biologico se sapesse che deriva da  vacche confinate nei box.

La battaglia su cos’è (o cosa dovrebbe essere) biologico dura da decenni, ma la crescita dei grandi marchi del biologico e l’arrivo di nuovi giocatori sulla scacchiera ha alzato la posta.

 

Le grandi aziende alimentari hanno bisogno di forniture di prodotti biologici più economici possibile,  che alcuni osservatori credono possa voler dire anche oltreoceano: “E se vogliamo sostenere l’agricoltura biologica in Cina, probabilmente è una buona cosa” dice Jim Riddle, produttore biologico del Minnesota che ha contribuito a scrivere le regole federali sul biologico ed è stato componente del National board che ha il compito di sorvegliarne l’applicazione.

 

Già ora il 10 per cento degli alimenti biologici venduti negli Stati Uniti viene da altri paesi, secondo valutazioni del britannico Organic Monitor.

Molte aziende, tuttavia, non escono dalla loro impostazione di acquistare gli ingredienti dai coltivatori locali.

 

Amy’s, che è in attività dal 1988 è una di queste: “Comprare localmente è stata una conseguenza naturale per le aziende dell’ovest.  Il biologico è nato qui”, dice il proprietario Andy Berliner.

 

Le corsie centrali dei supermercati – il regno dei cereali, delle minestre, dei biscotti e delle patatine fritte -è un punto caldo per la promozione dei prodotti biologici.

 

E gli alimenti trasformati sollevano altre domande.

La nutrizione è una.

Biologici per molti significa più sano, ma Marion Nestle, un’autorità nel campo della nutrizione all’università di New York, precisa che un junk food biologico rimane un junk food: “Essere biologici non significa necessariamente rappresentare la scelta più sana”, ha aggiunto.

 

San Francisco Chronicle, 10 maggio 2006: Green giants: Mega producers tip scales as organic goes mainstream

 

Traduzione di Roberto Pinton per Greenplanet

 

San Francisco Chronicle, 10 maggio 2006

 

Adattamento Ernesto Milani 13 maggio 2006

 

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martedì 28 Gennaio, 2020