Colosimo’s Café di Roberto Disma

Colosimo’s Café di Roberto Disma è una corsa sfrenata attraverso l’America dei gangster. Il jazz, il proibizionismo, l’emigrazione. Un romanzo intenso. L’epopea del Colosimo’s a Chicago e dell’Harvard Inn a New York, mete di tutti i gaudenti dell’epoca. Potere, amore, omicidio, dollari. I tumultuosi anni Dieci, i feroci anni ruggenti e gli spietati Trenta, fino alla resa dei conti nella Sicilia dell’immediato dopoguerra. Una narrazione calata nella puntuale ricostruzione storica che rende tutto il sapore di un’epoca. Il protagonista entra a far parte di un mondo che a poco e poco lo assorbirà completamente, ributtandolo nella Sicilia dell’immediato dopoguerra a meditare sul suo destino. Un giorno giunge un ufficiale delle forze d’occupazione statunitensi, che lo scova in un bar di Siracusa e vuole fargli delle domande – è anche un giornalista. È il destino che lo sta inseguendo per chiudere i conti col suo passato.

Di séguito due brani tratti dal romanzo.

Colosimo's Café

Mai giorno fu più azzeccato per la mia nascita: quello dei morti. Mia madre morì partorendomi, crebbi con mio padre nel quartiere della Giudecca, in Ortigia. Era un pescatore, a sei anni andavo già in barca con lui e i suoi soci per aiutarli con le reti. Aspettavamo i pesci e guardavo l’orizzonte segnato dai raggi della luna dipinti sulle onde. Non ricordo molto di quel periodo, solo che mio padre era un brav’uomo e che, malgrado fosse semianalfabeta, sapeva giocare con le parole. Mai una truffa, però, al contrario di molti che praticavano quel duro mestiere.

– Meglio crepare con dignità, piuttosto che sopravvivere con l’inganno – diceva. E ancora: – Studia, che voglio vederti al mercato prima di morire, con una bancarella tutta tua.

Non voleva che continuassi a fare il pescatore, ma a scuola non ci andavo; dovevo aiutarlo e dopo studiare a casa. Non so dire quanto fosse faticosa quella vita; ogni tanto c’era più fame, ma eravamo abituati ai giorni di magra. Ricordo bene solo le onde del mare con le quali sono cresciuto. Poi finii su un transatlantico, diretto negli Stati Uniti d’America. Il viaggio iniziò in una notte di fine marzo, alla stazione di Siracusa, nel 1915. Avevo ventuno anni ancora da compiere e presi il primo treno per Palermo. Arrivato all’alba, in mezzo a una folla di disgraziati come me, mi avvicinai alle chiatte. Bastava avere i soldi e ti piombavano addosso uomini che valevano nulla e ostentavano tanto, pronti a offrire un posto su una di quelle navi a vapore nelle quali molti riponevano la speranza per una nuova vita, mentre io volevo solamente fuggire da un male peggiore della miseria. I soldi li avevo: duecentocinquanta lire; era l’unica consolazione ottenuta dal motivo della mia fuga. Ebbi fortuna, attesi solo qualche ora prima di salire su una nave pronta a salpare. Ricordo la chiatta che ci portò sotto di essa, e non è possibile immaginare quello che si prova a stare schiacciati come le sarde. Ma era solo l’inizio.

L’auto si fermò al 2126 South Wabash, davanti a un ristorante la cui insegna citava: Colosimo’s Restaurant. Eravamo arrivati. Aveva un ingresso a due ante, come quello dei saloon, con ai lati delle decorazioni dal gusto orientale. In simultanea, i fratelli Lolordo le aprirono, lasciandomi passare. Come mi aspettavo, la sala interna era immensa; ben presto avrei saputo che conteneva ottantaquattro tavoli da quattro posti l’uno, divisi in due gruppi da ventiquattro al centro e due gruppi da dodici a ridosso delle pareti, per un totale di trecentotrentasei posti a sedere solo per i clienti. Le pareti rosse, decorate da rettangoli dorati, erano costellate da ampie vetrate, un ricco disegno d’oro abbelliva il soffitto bianco, dal quale pendevano una decina di lampadari, anch’essi dorati. Tazze e porcellane raffiguravano soggetti rinascimentali e ovunque, persino nell’argenteria, appariva la scritta Colosimo’s. Dato l’orario, c’erano poche persone ai tavoli e una di queste, intenta a mangiare, quando mi vide si alzò, esibendo un sorriso che non riuscii a capire se era tronfio di suo o condizionato dalla bocca piena di cibo. Era una donna robusta, vestita all’ultima moda. Poteva avere più di trentacinque anni, ma probabilmente avrebbe portato male qualsiasi età.

– Benvenuto a Chicago. Sono Victoria Moresco, Jim Colosimo è mio marito.

Con un cenno, i fratelli Lolordo m’invitarono a seguirla. S’incamminò verso il fondo della sala, continuando a parlare e dandomi le spalle.

– Mio marito sta qua dentro tutti i giorni e tutte le notti, si alza tardi.

Dal tono, se il termine “marito” fosse stato sostituito con un dispregiativo non avrebbe suscitato alcuna sorpresa. Non era certo una donna innamorata, ammesso che lo fosse mai stata. Entrammo in un’altra sala, ancora più grande: seicento posti a sedere, centocinquanta tavoli in due file da venti per lato e tre da dieci al centro, un grande palco in fondo e lo spazio per un’orchestra accanto. Alle pareti le stesse decorazioni del ristorante, così come sul soffitto blu, dal quale pendevano sei lampadari di cristallo. Era il night-club. Improvvisò qualche passo, presumibilmente di un ballo moderno, che per la sua goffaggine non riuscii nemmeno a identificare e poi, come se fosse stata una ballerina, accennò una piroetta per voltarsi, dicendo:

– Lavorerai qui, servendo ai tavoli. Centocinquanta dollari al mese.

Quella donna non mi era simpatica.

Roberto Disma, siciliano di Siracusa, autore di narrativa e di testi teatrali, come di musica; attore, paroliere e cantautore. Fondatore di “Teatro alla Lettera”, prima Compagnia teatrale universitaria della Sicilia e del Mezzogiorno. Vincitore nel 2018 del Premio teatrale e letterario “Angelo Musco”. Opere per il teatro: Il Principe Galeotto (2017), PerlaLuna (2017), Cyrano e la Luna (2017), Fiorperduto (2017), Il Teatro si Racconta (2017), Rete Ribelle (2017), La Ragazza di Mezra (2018), Cose di Casa Nostra (2018). Romanzi: Fabito di Sicilia (2013), Il Diario di Claudio (2015), La Duchessa di Leyra (2018).