Concetta Cirigliano Perna, attivista lucana, sempre profonamente italiana, dall’Australia — Lombardi nel Mondo

Concetta Cirigliano Perna, attivista lucana, sempre profonamente italiana, dall’Australia

Concetta Cirigliano Perna è una donna di origine lucana dalla straordinaria energia di colore rosso vivo. E’ solare, mora e tenace. Lombardi nel mondo ha una mission che nasce nella Regione Lombardia ma, se è vero che il racconto matura il proprio potenziale di duplicazione attraverso l’ascolto e la condivisione, desidero presentare questa donna ai nostri lettori e alle lettrici del portale Lombardi nel Mondo. Perché gli italiani che vivono e fanno l’Italia anche dall’estero, sono davvero molti. Dall’Australia, Concetta Cirigliano Perna.

Concetta Cirigliano Perna è nata a San Giorgio Lucano, in Basilicata. Si è laureata a Bari in Scienze Politiche e diritto internazionale. Trasferitasi a Sydney (Australia) per seguire suo marito, ha insegnato lingua e letteratura italiana in due università. Lavora per una casa editrice americana (www.edizionifarinelli.com) per la quale ha pubblicato diversi libri tra cui *Non soltanto un Baule, Storie di emigranti italiani; Uffa!*. È Presidente dell’Associazione Nazionale Donne Italo – australiane (www.niawa.org) per la quale organizza eventi culturali e di informazione sociale. È Vice-Presidente dell’Associazione Lucana di Sydney. Scrive articoli per la rivista Mondo Basilicata e per il giornale italo – australiano La Fiamma. È membro dell’Italian Opera Foundation. È delegata  dell’Assemblea Nazionale del Partito Democratico e  Segretario Nazionale del PD  Australia. Di sè dice:“ Ho un costante bisogno di dare un senso alla mia vita e soprattutto a un ‘destino’  che ha deciso che la mia vita si svolgesse lontano dall’Italia”.

 

 

 

 

 

“Guardare Oltre” di Concetta Cirigliano Perna

Pubblicata da Pd nel mondo il giorno lunedì 2 maggio 2011 alle ore 17.49

L’emigrazione italiana è tra le pagine più commoventi e meno lette della nostra storia contemporanea. Se n’è scritto molto ma non se ne scriverà mai abbastanza, data la quantità e la complessità degli aspetti che essa trascina con sé.

Fino al mio trasferimento in Australia nel 1984 sapevo poco della diaspora italiana: non mi era mai capitato tra le mani un libro che la trattasse, né era stato argomento di studio a scuola. Era quasi come se questa parte della nostra storia dovesse essere ignorata, perché fonte di imbarazzo. La mia conoscenza si limitava alle immagini di fotografie sbiadite dal tempo, appese nelle case di familiari e amici. Immagini di famiglie che lasciavano il mio piccolo paese in Basilicata, di abbracci strazianti con parenti e amici nella piazza principale, prima di salire su vecchie corriere seppellite sotto valigie e bauli. Alcuni di essi ritornavano, dopo anni. Di questo ho ricordi diretti. Offrivano il caffè al bar a tutti. Un modo ingenuo di dimostrare che avevano ‘fatto fortuna’. “È venuto l’americano!” Chissà perché gli emigranti erano tutti ‘americani,’ anche quelli che erano emigrati nella vicina Germania o nella lontana Australia. Percepivo una forma di superiorità nel modo in cui coloro che erano rimasti guardavano l’‘americano’di turno. La musica popolare italiana del dopoguerra molto efficacemente enfatizzava questi ‘americani’ con canzoni famose come “Tu vuò far l’americano” di Renato Carosone, tanto per citare un esempio. Mi domando se quegli stessi non provassero invidia per non avere avuto lo stesso coraggio. È necessario molto coraggio per abbandonare ciò che è familiare e andare verso l’ignoto. Questo l’avrei imparato molto tempo dopo.

La mia ‘seconda vita’ in Australia, mi ha bruscamente posto davanti alla realtà migratoria. Era la metà degli anni Ottanta. L’Italia stava diventando un paese di immigrazione e cominciava a fare i conti con situazioni simili a quelle affrontate molti decenni prima da paesi come l’America, il Canada e l’Argentina. Abbiamo coniato un orribile neologismo per identificarli, ‘extracomunitari’… e ancora oggi a distanza di 30 anni ne viviamo la coabitazione con sentimenti misti, imbastiti di opportunistico utilitarismo da una parte e di rifiuto dall’altra. Sentimenti alimentati da una certa parte della classe politica, che frena quello che dovrebbe essere il naturale processo verso il multiculturalismo, vera fonte di arricchimento delle società del futuro. Da una parte gli immigrati ci fanno comodo in quanto svolgono i lavori che noi, ricchi eredi del boom economico, non vogliamo più fare, dall’altra se potessero scomparire dopo la dura giornata di lavoro pagato con una manciata di euro, sarebbe ideale! Perché? Perché sono poveri e diversi, quindi potenzialmente proni a delinquere.

Poveri e diversi (e potenzialmente delinquenti) almeno quanto i 28milioni di italiani che dalla fine del 1800 alla seconda metà del 1900 sono approdati con i loro bauli in terre lontane, perché l’Italia non era in grado di offrire loro una vita dignitosa.

È stato invece con grande dignità che gli italiani hanno affrontato il loro ‘destino’ di migranti e hanno forgiato (e non è un’esagerazione) i paesi ospitanti. Questo è il messaggio primario che noi abbiamo il dovere di passare nelle giovani generazioni di italiani all’estero, affinché guardino con occhio più indulgente alle loro origini, ai genitori e ai nonni che, dietro un’aria modesta, hanno portato con sé dei valori e un bagaglio culturale ricchissimo.

Insegno lingua e letteratura italiana in un’università di Sydney. Un lavoro che mi mette in contatto con giovani italiani di prima e seconda generazione. Ricordo con piacere il giorno in cui una mia studentessa mi disse che finalmente, dopo il corso di letteratura che comprendeva molti scrittori siciliani, si sentiva più a suo agio con il suo background siciliano: “Per me la Sicilia era mio nonno con la ‘coppola,’ mia nonna con lo scialle nero in testa e il loro dialetto incomprensibile. Adesso so che non è solo questo.” Mi ringraziò con slancio. Mi domandai quanti altri giovani provassero lo stesso disagio e che era un vero peccato se non vedessero quello che c’è dietro alla coppola e allo scialle nero.

In tutti questi anni ho avuto il privilegio di parlare con molti ‘new Australians’ e di rivivere, attraverso i loro racconti, le tappe che hanno segnato la loro esperienza di migranti.

Questo percorso mi ha portata a capire che le storie individuali hanno le loro peculiarità, ma anche molti tratti comuni, e valgono tanto per gli italiani quanto per i filippini, i sudamericani, i cinesi, gli eschimesi. Ho capito che l’esperienza migratoria è tra le più traumatiche nella vita di un uomo. L’allontanamento dalle abitudini, dagli odori, dai sapori, dalle tradizioni, dalla propria lingua, dai familiari, causa inevitabili lacerazioni e sofferenze, persino quando si fugge dalla fame.

Ho scoperto che il dramma dell’emigrazione comincia prima della partenza. Coincide con il momento in cui l’idea di partire si insinua nella mente come un tarlo e non lascia dormire, quando si vedono orde di compaesani partire, quando nasce il dilemma tra stringere i denti e rimanere, oppure cercare ‘pane e lavoro’ altrove.

Ho capito come le donne vivessero il trauma dello sradicamento in maniera diversa dagli uomini. Le donne legate a quello che lasciavano alle spalle, gli uomini proiettati quasi esclusivamente verso il ‘nuovo.’

Ho imparato a condividere la sofferenza emotiva e fisica che li ha accompagnati durante il lungo viaggio; lo stoicismo con cui, pur di ‘farcela’, hanno accettato lavori umilianti, la condizione di ‘nemici alieni’ durante i conflitti mondiali, lo smarrimento di fronte a lingue sconosciute e a culture aliene, i conflitti con i figli, nella loro ricerca di un equilibrio tra due culture e due identità, spesso diverse al punto che l’una negava l’altra.

Ho scoperto il ruolo ‘silenzioso’ ma prezioso delle donne italiane in emigrazione, alle quali va il merito per il mantenimento delle nostre tradizioni, del senso della famiglia e della lingua. Anche quando i governi ospitanti imponevano l’“assimilazione” alla cultura dominante, tra le pareti domestiche bisognava mantenere vive le radici italiane, perché una cultura ricca e antica come la nostra non può essere dispersa.

Questo percorso mi ha insegnato ad andare oltre un nome e un volto. E dietro a ogni nome e a ogni volto, ho imparato a scorgere una madre e un padre, una sposa, figli, fratelli, sorelle e nonni, e quel tormento che pervade i loro sguardi per ciò che il futuro ha in serbo per il loro caro che è partito. E poi sradicamento, alienazione, nostalgia, violenza, diritti calpestati, emarginazione, rinunce, discriminazioni, umiliazioni, sofferenza, smarrimento, razzismo, orgoglio, dignità offese, speranze, desiderio di riscatto.

Oggi, dietro al volto di ogni tunisino, marocchino, libico che sbarca a Lampedusa, non posso fare a meno di scorgere tutto questo. E penso che sia un crimine avere la memoria corta.

 

 

Concetta Cirigliano Perna,

a cura di Antonella De Bonis

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