“Corvo Nero”, La storia di Enzo Boletti, l’ultimo reduce italiano liberato dalla prigionia sovietica dopo la seconda guerra mondiale
‘CORVO NERO’.
Il 19 maggio 2005, moriva Enzo Boletti.
Sulla sua vita, sulla vita dell’alpino ed IMI Enzo Boletti, l’ultimo reduce italiano liberato dalla prigionia in URSS solo il 26 novembre del 1954, ci sarebbe da produrre un film, ma poi ragionandoci sopra e capendo tutti gli armadi che andrebbe ad aprire e tutti gli scheletri che ne salterebbero fuori si intuisce subito che mai ci sarà. E mai ci potrà essere.
Al massimo esisterà solo qualche libro, come il più completo – edito peraltro molto di recente, dopo quasi 60 anni, nel 2021 – di Manlio Paganella (Enzo Boletti. Dall’inferno sovietico al miracolo economico Edizioni Ares, Milano).
Enzo era nato proprio nell’anno in cui a Milano Mussolini fondava il Partito Fascista, nel 1919, e sebbene cresciuto in una famiglia bresciana di idee liberali e subito antifasciste, sin da ragazzo seguì la propaganda e i dettami della scuola fascista.
Uno dei classici ‘polli’ d’allevamento che il Duce si creò per utilizzare a suo uso e consumo quando più maturi e pronti.
Per Enzo sarà subito nel giugno ‘40, dove si arruolerà come volontario negli alpini, contro il parere della giovane fidanzata, Ines Marini, e dei genitori, che già avevano altri due figli maggiori richiamati alle armi. E questo avrebbe potuto permettere ad Enzo di evitare l’arruolamento stando alle leggi in quel momento vigenti.
Tra gli alpini si trovò molto bene e già dopo un anno quand’era operativo in Jugoslavia venne promosso tenente.
Ma la guerra d’aggressione in terra slava fece stravolgere le idee sviluppatesi nella scuola fascista: troppi giovani sacrificati in battaglie inutili e per ordini di ufficiali o generali privi di scrupoli, soprattutto verso le popolazioni civili del territorio invaso. L’8 settembre ‘43 lo troverà di servizio sul Brennero e fu uno dei primi ad esser arrestato dai nazisti diretti verso Roma.
Come agli altri italiani gli venne subito chiesto da che parte stava: con Hitler e i fascisti del Patto d’Acciaio o con i traditori di Badoglio.
Lo scriverà nelle sue memorie:
«Fu uno sconcerto deprimente fino allo smarrimento, ma divenne nel contempo, per ognuno di noi, anche il momento della scelta fra l’acquiescenza a dissennate ideologie … o la fedeltà ai giuramenti fatti e ai valori umani del vivere sociale».
Sceglierà di diventare ufficialmente antifascista e seguire, come IMI, gli altri verso i lager di Hitler. In uno di questi in cui venne deportato conoscerà un altro prigioniero, Giuseppe Lazzati, il grande cattolico che con Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira, sarà determinante nella fondazione e successo della Democrazia Cristiana, sarà poi deputato e importante membro della Costituente.
Se da ragazzo era stato colpito dai dettami del fascio, Enzo ora venne assorbito dai valori che così bene Lazzati sapeva esprimere, anche dentro i reticolati di un lager.
Scriverà infatti nel 1990 ricordando quei momenti:
“Fu un anno durissimo di sacrifici indicibili, ma anche di fede profonda nei valori della patria e della civiltà, di speranza incrollabile nella libertà di una nazione e di un paese feriti a morte da una guerra assurda”.
Il deportato Enzo Boletti, l’alpino IMI, nato dal fascismo del Duce, trovò così nel lager nuove ispirazioni e capì il senso della sua vita.
Nell’estate ‘44, durante un trasferimento, Enzo e altri due alpini, suoi amici, riuscirono a fuggire, gettandosi dal ‘vagone-bestiame’ in corsa dove erano detenuti e a nascondersi nelle campagne della Polonia. Qui alcune famiglie di contadini daranno loro rifugio e salvezza.
Poi il passaggio ufficiale nella resistenza polacca fu quasi naturale.
E tra i polacchi mise in luce non solo il suo coraggio ma anche la sua competenza militare, maturata negli anni di Jugoslavia. In breve tempo per i partigiani polacchi non fu più ‘lo straniero’ ma uno di loro.
Sarà conosciuto per alcune sue azioni come ‘Czarny’, Corvo Nero, per quei suoi capelli molto scuri. Nella resistenza polacca entrò inevitabilmente in contatto coi sovietici , loro fornitori di armi e sostenitori. Ma fino ad un certo punto. Stalin non ha mai voluto (prima e dopo Katyn) che i suoi eserciti ‘alleati’ e ‘subalterni’ vivessero di troppa gloria e un domani poi pretendessero pari dignità e autonomia. E tra questi, anche chi era legato al governo clandestino polacco o anche un ‘eroe’ che poteva chissà mai diventare – come già era – un pericoloso riferimento o guida.
Enzo Boletti, ora ‘Czarny’, pertanto venne come altri cercato dai sovietici e con le buone e poi con le cattive indotto a parlare, sui nomi della resistenza polacca e su chi nel governo clandestino aveva già rapporti con gli inglesi (il governo clandestino polacco era rifugiato a Londra e questo a Stalin, nell’ottica della futura Guerra Fredda, non poteva piacere).
Non volendo più cedere a nessun potere illiberale, fascista o comunista che fosse, della scuola di Mussolini o di Stalin non cambiava, Enzo Boletti si rifiutò energicamente di parlare e venne così deportato nel carcere di Lubjanka, dove in una cella di isolamento trascorse oltre un anno e mezzo.
Nel frattempo la guerra era finita, il nazifascismo sconfitto: ma non per Enzo.
Ogni giorno torture, interrogatori, violenze: siamo nel ‘clou’ della ‘guerra fredda’ ed Enzo non era dalla parte di Stalin. Anzi, si ricordarono che era un italiano, uno di quelli che coi nazisti aveva invaso le loro terre nell’estate ‘41 e che causarono alla fine quasi 25 milioni di morti tra i sovietici.
E se ancora oggi, soprattutto dopo il 2022, Putin riesce a tacitare e drogare le genti russe con l’argomento – sempre vivo e forte – della lotta alla ‘de-nazificazione’ figuriamoci com’era la realtà 70 anni prima. Ogni famiglia russa aveva perso almeno un loro caro, ogni famiglia russa stava ancora piangendo sulle fotografie dei loro figli o mariti.
Nel 1946 venne così processato e in base all’articolo 58 del Codice di Guerra condannato a otto anni di lavori forzati nel lager di Vorkuta, oltre il Circolo polare, per «spionaggio, terrore, propaganda sovversiva e organizzazione armata».
Ma non si arrese: a Vorkuta partecipò ad una rivolta dei detenuti nel 1947 e più volte venne ricoverato, per le violenze subite dalle guardie, nelle infermerie dei un lager dove veniva trasferito. Un giorno persino quasi in fin di vita.
Lo storico Eugenio Corti (anch’egli a 20 anni spedito dal Duce nella ‘campagna di Russia’) nel suo romanzo ‘Il cavallo rosso ‘ricorderà del ‘campo sovietico di Suzdal’ un gruppo di «irriducibili» italiani inviati per punizione in un altro lager a regime più duro. E fra questi nominerà anche ‘l’alpino Enzo Boletti’.
Solamente nel Natale 1950 con l’aiuto della Croce Rossa, Enzo riuscì dopo molti tentativi a spedire una cartolina al padre. A Brescia e poi a Castiglione delle Stiviere – dove la famiglia si era trasferita -avevano perso oramai le speranze. Erano 6/7 anni che non avevano più notizie. Non però la sua fidanzata Ines Marini.
Nel frattempo, Enzo venne deportato in altri lager sovietici, uno peggiore dell’altro: Kiev, Mosca, Suzdal’, Stalino e poi al penitenziario di Čeljabinsk, negli Urali, dove trascorrerà in isolamento gran parte della pena. E scontata questa – anche dopo la morte di Stalin (5 marzo 1953) – il confino a Noril’sk, oltre lo Enisej, sino alla liberazione, alla fine del novembre 1954 (26 novembre per la precisione) e il suo arrivo alla stazione di Brescia.
Passati i primi di giorni di gloria, il mondo si dimenticò di Enzo e dei suoi 14 anni lontano da casa. Non la fidanzata Ines, lasciata a 17 anni e trovata al ritorno come un importante medico e studiosa della radioattività nella cura dei tumori. Si sposeranno e l’amore di Ines darà nuova energia ad Enzo, voglioso di recuperare il tempo perduto lontano da casa. Diventerà consulente aziendale, diventerà imprenditore, si dedicherà alla politica e per molti anni onorato sindaco DC di Castiglione delle Stiviere.
Sarà un uomo forte della Croce Rossa, grazie alla quale era tornato a casa, e fonderà nel 1959 il primo Museo internazionale della Croce Rossa.
Castiglione infatti è a pochi chilometri da Solferino dove, il giorno dopo la famosa battaglia del 24 giugno 1859, Henry Dunant, colpito dalla “compassione fraterna delle donne del posto verso i soldati feriti al di là dell’appartenenza nazionale” dette vita alla Croce Rossa.
Enzo Boletti sarà presidente dello stesso Museo e nel 1997 otterrà il massimo riconoscimento della Croce Rossa Internazionale, la medaglia «Henry Dunant», unico italiano a riceverla.
Una domenica di giugno del 1991 – il 22 giugno – in memoria di quella ricorrenza così importante per la Croce Rossa, Enzo Boletti – uomo in pensione oramai – era come tutte le domeniche in chiesa, tra le prime file, nel duomo di Castiglione delle Stiviere. Ma non era una domenica come tutte le altre: quel giorno era prevista la visita di Papa Giovanni Paolo II.
Appena entrato in chiesa, il Papa si fece accompagnare personalmente dal parroco – a sorpresa di tutti e fuori dal protocollo – verso un signore di 72 anni e appena arrivato vicino, mentre tutti non capivano bene cosa stesse succedendo, in polacco gli disse:
“Corvo Nero, i miei compatrioti la ricordano oggi con l’affetto e la gratitudine di allora».
Nessuno fino a quel giorno dei suoi familiari sapeva di quel soprannome, nessuno conosceva in Italia Corvo Nero, nome che persino Enzo aveva dimenticato da decenni. Nessuno in Italia, ma non così in terra di Polonia.
Fu un grazie particolare che ripagò per sempre le sofferenze di un uomo, che scelse sempre di essere solo ‘uomo’.
‘Corvo Nero’ morirà poche settimane dopo il suo amico Papa polacco, proprio in quel 19 maggio 2005.
E da allora probabilmente il Corvo Nero e il Papa Bianco continueranno a parlarsi in Cielo della loro amata terra di Polonia.
19 maggio 2026 – 21 anni dalla sua morte – Rinaldo Battaglia
Liberamente tratto dal mio ‘Il tempo che torna indietro – Terza Parte” – Amazon – 2025
Articolo pubblicato anche in ‘NOI DEL LAGER Bollettino Ufficiale dell’ANEI’ – n. 3-4 Luglio-Dicembre 2024 – pagg. 21 e 22
nella foto : Enzo Boletti, «Corvo nero» per gli amici polacchi, e Giovanni Paolo II a Castiglione nel 1991 – Foto © www.giornaledibrescia.it


