Cosa prevede l’escalation graduale con cui Trump prova a uscire dallo stallo diplomatico in Ucraina. Podcast di Greta Cristini
Cosa prevede l’escalation graduale con cui Trump prova a uscire dallo stallo diplomatico in Ucraina
Il presidente americano gioca l’opzione deterrenza. Ma per via del vincolo interno, corre il rischio di finire impantanato nella stessa ambiguità del suo predecessore.

Riflettiamo sul cambio di passo di Trump nella sua politica di sostegno all’Ucraina e di negoziato con il Cremlino. Realtà o finzione? Ma, sopratutto, pure fosse reale, è in grado di avere effetti concreti sulla geometria asimmetrica dell’attuale campo di battaglia?
Alla Casa Bianca, durante l’incontro con il segretario generale della Nato Mark Rutte, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato un accordo per riprendere le forniture di armi all’Ucraina. Tra queste anche i missili intercettori Mim-104 Patriot, essenziali per la difesa aerea ucraina. Trump ha precisato che il nuovo materiale bellico sarà interamente pagato dai paesi alleati”, mentre Rutte ha confermato che paesi come Germania, Norvegia, Svezia, Finlandia, Danimarca, Paesi Bassi e Canada si faranno carico dei costi.
Non a caso, prendiamo l’esempio tedesco. Nelle stesse ore, infatti, il ministro della Difesa tedesco (e il politico più amato in patria) Boris Pistorius era a Washington per discutere con l’omologo americano Pete Hegseth l’idea già avanzata il mese scorso di acquistare due sistemi Patriot dagli Stati Uniti per l’Ucraina. “Non possiamo in nessun modo darne altri” avrebbe affermato Pistorius che al Financial Times ha spiegato che Berlino ha già consegnato a Kiev 3 dei suoi 12 sistemi Patriot e che ne sarebbero rimasti solo 6 in Germania; altri 2 sarebbero stati prestati alla Polonia e almeno 1 sarebbe indisponibile per manutenzione o addestramento.
Così, sebbene la decisione tedesca di inviare 2 sistemi Patriot all’Ucraina sembra essere presa, la consegna effettiva potrebbe richiedere mesi perché le due batterie in questione sarebbero tra quelle ordinate ai produttori di armi statunitensi, e non fra quelle che la Germania mantiene sul proprio territorio.
Inoltre – sulla scia della Casa Bianca che in queste ore, secondo il Washington Post, si starebbe interrogando sulla possibilità di inviare a Kiev missili da crociera Tomahawk in grado di raggiungere Mosca e San Pietroburgo (da qui l’indiscrezione del FT sulla domanda di Trump a Zelensky una decina di giorni fa: “Volodymyr, puoi colpire Mosca? Puoi colpire anche San Pietroburgo?” “Possiamo, se ci dai le armi”) – Pistorius avrebbe ribadito che la Germania non consegnerà i suoi missili a lungo raggio Taurus all’Ucraina.
Il presidente ha poi lanciato un monito (parlare di ultimatum quando si tratta delle dichiarazioni di Trump sembra azzardato) a Mosca: se entro 50 giorni non si arriverà a un accordo di pace, scatteranno sanzioni secondarie, ovvero estese ai paesi terzi che acquistano energia russa. Ergo: Cina e India.
L’avvertimento è stato interpretato specularmente da molti analisti.
- Da un lato, c’è chi rinviene la volontà americana di colpire chi permette la sostenibilità dell’economia di guerra russa e quindi il proseguo della guerra.
- Dall’altro, c’è chi legge in quella finestra temporale di 50 giorni una sorta di via libera a Putin, il quale, nella sua telefonata di 10 giorni fa (3 luglio) con Trump, aveva chiarito che nei successivi 60 giorni avrebbe intensificato gli sforzi per occupare il territorio fino ai confini amministrativi delle 4 regioni ucraine che secondo la legge russa sono già de jure annesse alla Federazione.
Se così fosse, bisogna chiedersi se quelle decine di migliaia di soldati ammassati progressivamente in diversi punti del confine (come Sumy e Kharkiv), così come registrati negli ultimi mesi, nella prospettiva di una potenziale offensiva russa di estate, sono preludio (oppure no) a una svolta militare a favore della Russia. In questo senso, infatti, occorre ricordare che attualmente nonostante l’iniziativa tattica sia in mano russa, sul campo le truppe di Mosca avanzano di pochi metri al giorno, ma non c’è alcun sfondamento del fronte in atto.
Di fronte all’insoddisfazione espressa dall’inquilino della Casa Bianca per via della percepita inaffidabilità delle parole del presidente russo Vladimir Putin nelle loro ripetute conversazioni telefoniche, la replica del vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitrij Medvedev è stata, nel suo tipico stile oltranzista e perentorio: “Non ce ne frega niente”. Di più. Dopo l’annuncio di Trump sulle misure contro la Russia, il rublo e l’indice della borsa di Mosca hanno visto un brusco rialzo, probabilmente perché gli investitori si aspettavano che Washington promettesse ritorsioni ancora più dure.
il podcast completo è accessibile al link www.substack.com Greta Cristini




Se così fosse, bisogna chiedersi se quelle decine di migliaia di soldati ammassati progressivamente in diversi punti del confine (come Sumy e Kharkiv), così come registrati negli ultimi mesi, nella prospettiva di una potenziale offensiva russa di estate, sono preludio (oppure no) a una svolta militare a favore della Russia. In questo senso, infatti, occorre ricordare che attualmente nonostante l’iniziativa tattica sia in mano russa, sul campo le truppe di Mosca avanzano di pochi metri al giorno, ma non c’è alcun sfondamento del fronte in atto.