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Dal piroscafo al campo di calcio: la palla rotonda degli oriundi, di Salvatore Gelsi

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di Salvatore Gelsi

Il Sessantunesimo oriundo della Nazionale Italiana, Mateo Retegui detto El Chapita, deve la maglia azzurra al nonno materno, Angelo Dimarco, partito da Canicattì dopo la Seconda guerra mondiale. Dimarco non è uno dei 26 milioni di italiani che hanno lasciato la penisola per le Americhe dal 1860 al 1960, quando poi il boom industriale spostò l’emigrazione interna, dal sud verso il triangolo industriale: Milano, Torino, Genova. Sebbene l’oltreoceano ancora attirava.

Hanno finora indossato la maglia azzurra 26 argentini, 13 brasiliani, 9 uruguagi, 1 da Paraguay, Sudafrica, Scozia, Svizzera. Il primo in azzurro fu lo svizzero Ermanno Aebi, esordio nel 1920, seguito dall’italo-argentino Julio Libonatti, bomber del Torino anni Venti-Trenta, la maggior parte proveniva da quella “Europa rovesciata e depositata dall’altra parte dell’Atlantico”, come diceva Jorge Luis Borges, “dove il fantastico prende il posto della realtà”.

Quando gli italiani arrivarono dall’altra parte dell’Oceano costruirono nelle loro comunità le squadre di calcio: in Argentina il Boca Juniors, fondato da quattro ragazzini xeneizes, la banda gemovese di Giovanni Juan Brichetto; il rivale storico, il River Plate, aveva un altro genovese presidente e un tesoriere sempre ligure: sei giocatori su undici della prima formazione erano nati sotto la Lanterna di Genova; stessa storia per il Club Mártires de Chicago de La Paternal, da cui prese le insegne l’Argentinos Juniors; il Porvenir, il Chacarita Juniors e l’Independiente o los Diablos Rojos de Avellaneda. Ma pure il San Lorenzo de Almagro, la squadra amata da papa Francesco, era nata dal frate salesiano Lorenzo Massa nel cortile del suo oratorio.

Destino identico in Brasile. Il Palmeiras fu fondato nel 1914 da immigrati italiani dopo la tournée del Torino e della Pro Vercelli. La dizione originale era Palestra Italia (da cui il nome allo stadio) venne mutata con quella attuale, solo il 13 settembre 1942, dopo l’entrata in guerra del Brasile contro le nazioni dell’Asse. Il Cruzeiro di Belo Horizonte, fino al 1925 impedì la partecipazione alla squadra agli atleti non italiani. E che dire del mitico Peñarol di Montevideo: il nome è la spagnolizzazione della città italiana di Pinerolo. Italiani furono anche i fondatori di molte squadre cilene, come l’Audax Italiano o peruviane come il Club Atletico Torino di Talara, o il Club Coronel Bolognesi.

A un certo momento il pallone diventò anche il metodo più sicuro per fare ritorno in Europa. Nella prima finale mondiale, quella del 1930, a Montevideo si fronteggiarono l’Uruguay di Mascheroni, Nasazzi, Scarone e l’Argentina di Botasso, Della Torre, Monti, Varallo e Stabile con sottofondo di bestemmie in dialetto ligure e napoletano. Molti di loro erano saliti sullo stesso piroscafo ed erano scesi a Montevideo o a Puerto Madero per la stessa ragione: cercare fortuna fuori dall’Italia.

Carlo Carcano, invece, forgiò la Juventus del quinquennio d’oro girando per Buenos Aires. Pescò Luisito Monti, l’eroe sconfitto al Mundial del ’30. Poi convinse Raimundo Bibiano Orsi, segnalatosi come miglior giocatore alle Olimpiadi di Amsterdam del ’28. Ma il vero colpo di Carcano fu un altro. Nel nostro vocabolario calcistico è entrata la “Zona Cesarini” che deriva da un gol segnato all’ultimo istante dall’attaccante omonimo il 13 dicembre 1931, nella partita tra Italia e Ungheria. Renato Cesarini, nativo di Senigallia ed emigrato da bambino, è il rappresentante più prestigioso degli oriundi dell’epoca, che nel periodo fascista venivano indicati come rimpatriati e poi definiti «nuovi italiani». Scoperto quasi per caso tra le riserve del Chacarita Juniors, Cesarini sbarcò a Genova nel ’29 sbandierando ai quattro venti l’attestato del regio stato italiano che lo richiamava al servizio militare. Considerò la Juventus la sua nuova famiglia.

Poi si aprì il ciclo del Bologna, amato dal romagnolo Benito Mussolini, con i suoi quattro scudetti. I bolognesi trovarono rinforzi nella colonia italiana d’Uruguay. In quel periodo i «rimpatriati» forgiarono la nazionale italiana: con Monti, Cesarini e Orsi, vincendo il Mondiale del 1934, esordirono poi il paraguaiano Attila Sallustro, il brasiliano Guarisi, gli italo-argentini Attilio Demaria, Enrique Guaita, Faccio e Mascheroni. In totale, sotto le due torri, arrivarono nel corso degli anni ben 17 uruguaiani: da Francisco Fedullo a Raffaele Sansone, da Michele Andreolo a Ettore Puricelli ecc. Nella stagione 1931-1932 giunsero a vestire la maglia della Lazio ben 9 italo-brasiliani (Fantoni, Guarisi, Castelli, Del Debbio, De Maria, Rizzetti e Tedesco) inevitabile il soprannome di “Brazilazio”.

Alcuni procuratori riuscivano persino a farsi fabbricare false copie della rivista argentina “El Gráfico” che esaltava calciatori, anche mediocri. Qualche direttore sportivo ci cascò, come nel caso della Sampdoria che nell’estate del 1947 acquistò Oscar Lucas Garro, Francisco Culichio e Juan Carlos Bello: tre brocchi che collezionarono sette presenze in campionato tutti insieme. Andò peggio all’Inter del presidente Carlo Rinaldo Masseroni che nel 1946 importò dall’Uruguay i calciatori Elmo Bovio, Alberto Paolo Cerioni, Bibiano Zapirain, Luis Alberto Pedemonte e Tomaso Luis Volpi: diedero origine alla dizione di «bidone» perché avevano la lentezza nel Dna e in particolare nei piedi. Esistevano anche dei veri e propri «falchi» che si aggiravano negli stadi argentini, uruguayani, paraguayani e brasiliani alla ricerca dei giovani figli di discendenza italiana. Il Genoa arrivò a nominare presidente dal 1936 al 1941 un italo-argentino, Juan Claudio Culiolo.

Dal Dopoguerra è stato un diluvio di «Angeli dalla faccia sporca» fino agli anni Sessanta, da Sivori, Angelillo e Maschio (nell’Inter), allo sconosciuto Raul Conti del Bari, al dimenticato Luis Pentrelli dell’Udinese. Così la pattuglia azzurra si rafforzò, con Antonio Angelillo, Josè Altafini, Omar Sivori (con la Juventus conquistò il pallone d’oro nel 1961), Da Costa, Angelo Benedicto Sormani e Lojacono con la maglia della Roma.

Dall’inizio degli anni Ottanta, assieme a Paulo Roberto Falcão e Daniel Bertoni, entrarono flotte di sconosciuti fantasisti carioca e scattanti gauchos con il passaporto italiano per sfuggire ai regimi militari di Brasilia, Montevideo, Asunción e al dramma della dittatura argentina. Da allora è stato un diluvio di passaporti regolari e irregolari. Con la riapertura agli stranieri negli sbarcarono brocchi come Luis Silvio Danuello, acquistato dalla Pistoiese, la meteora perugina Sergio Elio Ángel Fortunato e pure Victorino del Cagliari che, ancora oggi, si può dubitare sia stato davvero un giocatore di calcio. Ma molti di loro, come Maradona al Napoli o Javier Zanetti all’Inter o Mauro Germán Camoranesi alla Juve, vincitore del titolo mondiale con l’Italia nel 2006, oppure Jorginho Frello, regista dell’Italia dell’Europeo 2020 e Thiago Motta hanno toccato davvero la palla. Andò male – soprattutto per noi – a Jorge Messi, padre di Lionel, quando venne nelle Marche alla ricerca delle origini: si presentò all’anagrafe di Ancona invece che a quella di Recanati, da cui nel 1893 era partito suo nonno Angelo. E a nulla valsero i provini che la Pulce fece in Italia: senza documenti venne rifiutato. Molti agenti sono ancora alla ricerca di tracce di antenati italiani. Oggi oltre 60 milioni di oriundi vivono in Sudamerica: 30 in Brasile (12 milioni di origine veneta), 20 in Argentina e altri 6 milioni tra Venezuela, Uruguay, Colombia, Messico, Cile.

Tazio Tenca
Author: Tazio Tenca

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