Emigranti — Lombardi nel Mondo

Emigranti

Qual’è la differenza tra l’emigrante che lascia un paese africano alla volta dell’Italia e quella di un Italiano che il secolo scorso lasciò l’Italia alla volta del Brasile? La sostanziale differenza tra l’emigrazione in Brasile e quella in Europa. Di Marco Stella

Vorrei esporre le ragioni secondo le quali l’emigrazione di Europei in America è molto diversa da quella degli extracomunitari in Europa paragonando la nostra emigrazione di massa verso il Brasile all’esodo degli Africani in Italia, tema evidenziato dagli organi di stampa in questi ultimi mesi e spesso confrontato a sproposito con l’emigrazione italiana in America.

Qual’è la differenza tra l’emigrante che lascia un paese africano alla volta dell’Italia e quella di un Italiano che il secolo scorso lasciò l’Italia alla volta del Brasile?

Per molti apparentemente non vi è differenza alcuna visto che tanto il primo quanto il secondo lasciarono i paesi d’origine alla ricerca di un futuro migliore, alla ricerca di nuove prospettive, lasciandosi alle spalle la propria terra con la sofferenza e la nostalgia che ne consegue. Sì, è vero, apparentemente può sembrare la stessa cosa, ma vi è una sostanziale diffrenza che incide sul modo in cui si deve differenziare tra il concetto di accoglienza ed integrazione dell’immigrato in Italia ed il modo in cui gli italiani si integrarono in Brasile.

Partiamo dal presupposto secondo il quale gli Italiani, come altri cittadini provenienti dai paesi europei che all’epoca erano particolarmente poveri, furono invitati dal Governo Brasiliano a colonizzare le immense aree incolte del grandissimo subcontinente o  sostituire la mano d’opera schiava negli anni appena successivi all’abolizione di questa pratica disumana. Questa di per sé è già una sostanziale differenza che la si può subito metter in relazione con l’immigrazione in Italia, dove non vi sono degli inviti (se non in limitate occasioni o per la degenrazione del sistema capitalista), ma in certe situazioni vere e proprie invasioni sregolate. Un’altra importantissima differenza sta nel  fatto che gli Italiani, come a loro tempo ed in luoghi diversi del continente americano avevano fatto Inglesi, Francesi, Portoghesi, Spagnoli ed altri Europei, contribuirono alla costruzione culturale del nuovo mondo, all’estensione verso ovest di quello che oggi è definito come mondo occidentale. Gli Italiani d’America contribuirono dunque alla costruzione culturale del continente americano in formazione, completando quel processo civilizzatore che è la missione dell’uomo europeo. Molto diversa è la situazione degli immigrati che oggi arrivano in Italia.

Giungono in una piccola e già sovraffollata terra, in una terra già culturalmente formatasi in millenni di storia, già tradizionalmente e civilmente organizzata, che non ha bisogno di ulteriori apporti culturali, visto che stiamo parlando di una terra, la nostra Italia, che di cultura ne è esportatrice. Anche questo fattore incide moltissimo ad esempio sulla questione dell’integrazione culturale, dove non deve esser il paese ospitante, l’Italia, ed i suoi cittadini, ad adeguare i propri costumi ai nuovi arrivati, ma gli immigrati ad adeguarsi ad un paese già tradizionalmente formato e funzionante. Questi concetti rafforzano inoltre l’idea secondo la quale anche il diritto di cittadinanza (molto discusso in questi tempi) debba rimanere in Italia per ius sanguinis a differenza dei paesi americani dove giustamente vige lo ius soli seguendo la presente  linea di pensiero: i paesi tradizionali dove la stirpe è secolarmente stanziata sul territorio la cittadinanza deve esser inequivocabilmente legata al sangue; nel caso di nuove terre, dove più stirpi contribuirono alla civilizzazione, giustamente la cittadinanza dev’esser legata al suolo.

La sostanziale differenza tra i due blocchi del mondo occidentale, Europa ed America, ed il differente approccio nei confronti dell’immigrazione deve servire come spunto di riflessione per quei purtroppo numerosi teorici dell’internazionalismo e sostenitori di poltiche buoniste, tali teorici  pensano che si possa fare di tutto il mondo un blocco unico, con un’unica legge ed una sola cultura, senza pensare ai problemi spesso insormontabili che si accollano ad intere popolazioni forzando integrazioni improponibili. Nulla di più sbagliato.

Le diversità culturali sono la ricchezza dell’umanità e lo stesso nostro mondo occidentale si è formato grazie al continuo scambio con il mondo orientale, scambio che se anche oggi si vuole continuare deve però esser retto da un semplice ma fondamentale principio: il paese ospitante detta le regole del gioco, l’ospite vi si adegua. Ciò nulla toglie al principio di solidarietà, che deve esser comunque porporzionale alla capacità di una società di assorbire nuovi e diversi individui, come nulla toglie alla necessità di rivedere il  sistema economico a livello globale -responsabile dell’aver condannato l’Africa alla miseria – e alla politca di sviluppo del continente africano, dal quale tutti non potremmo che trarre benefici.

 

Marco Stella, Rio de Janeiro

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martedì 28 Gennaio, 2020