Federico Hohenstauf Imperatore Romano – Recensione

Federico II di Svevia: una biografia polacca presenta il lato machiavellico di Stupor Mundi

di Matteo Cazzulani (@MatteoCazzulani)

Un sovrano “mediterraneo” con una visione avanzata rispetto al suo tempo, determinato, nel nome della discontinuità, nel mantenere la tradizione imperiale “franco-tedesca” con uno sguardo fisso all’antichità. È con questa apparente contraddizione che l’imperatore Federico II di Svevia (Jesi 1194 – Foggia 1250) viene presentato in una biografia del Professor Jerzy Hauziński: un unicum nel panorama dell’editoria polacca, nel quale la figura del sovrano svevo viene analizzata in maniera sorprendentemente non-polonocentrica.

A supporto della discontinuità rappresentata da Federico II di Svevia, per questo denominato Stupor Mundi et Immutator Mirabilis, vi è, innanzitutto, la situazione politica nella quale il sovrano
svevo cresce.

Nato a Jesi, ma trasferito fin da subito a Palermo, Federico, erede di diritto sia alla Corona imperiale che al Regno di Sicilia, riceve una formazione in un ambito altamente multiculturale quale la Sicilia del XIII secolo, ossia una terra costellata da diverse lingue e culture: greca, araba, siciliana, ebraica, normanna e, infine, germanica. Tale crogiolo di culture, l’autore sottolinea a più riprese, ha una diretta relazione con il clima che Puer Apuliae (come Federico viene nominato da un trovatore provenzale) instaura in Italia Meridionale, dove, riporta l’autore, i sudditi sono sottoposti alla legge (emanata ed incarnata dal sovrano stesso) a prescindere da credo religioso ed appartenenza culturale. Evidenti influssi di origine musulmana e bizantina presso la Corte di Federico e l’Amministrazione del Regno di Sicilia, come l’harem privato di Federico e l’elevata attenzione verso burocrazia e cerimoniale, sono, secondo l’autore, ulteriori prove della prospettiva multiculturale nella quale il sovrano svevo è immerso.

Un primo, evidente aspetto nel quale l’eccezionalità di Federico prende forma è, nota l’autore, una politica estera in piena discontinuità rispetto all’operato dei suoi predecessori. Federico, infatti, non considera gli arabi come infedeli da combattere e convertire a fil di spada. Bensì, egli mantiene un atteggiamento a larghi tratti pacifico, al punto da risolvere la VI Crociata (1228-1229) per via diplomatica, ed ottenere Gerusalemme per mezzo di un abile negoziato col Sultano d’Egitto (facendo leva sulla rivalità di quest’ultimo con i sovrani di Siria, dimostrando in tal modo una capacità unica nell’analizzare ed interagire col mondo islamico che molto avrebbe da insegnare ai governanti di oggi).

Federico, successivamente non si fa nemmeno scrupoli nel tessere alleanze inedite coi Greci di Nicea per nuocere ai Latini di Costantinopoli protetti dal Papa. Come l’autore presume, Federico potrebbe essere stato persino abile ad ottenere un tacito accordo coi Mongoli per arrestare l’invasione tatara del Sacro Romano Impero (dopo che i mongoli devastarono Polonia ed Ungheria, sostenute dal Papa).

Il sostrato culturale nel quale Federico cresce, secondo l’autore, è alla base anche alla politica interna al Regno di Sicilia, che Stupor Mundi attua con una visione centralizzatrice e “laica”. Federico introduce un tessuto burocratico multilingue (in greco, arabo e latino), rafforza il controllo del Sovrano su Baroni e Vescovi, recluta saraceni nell’esercito, ed organizza le leggi in una una codificazione organica passata alla storia come Costituzioni Melfitane (1231).

Per preparare una classe di amministratori di alto livello, Federico fonda, altresì, un’Università a Napoli, la capitale del Regno di Sicilia. Il carattere di discontinuità di Federico è ben rappresentato anche dalla sua Corte a Palermo, nella quale il sovrano svevo, come nessun altro prima di lui, si circonda di letterati e scienziati (secondo l’accezione dell’epoca) cristiani, bizantini, musulmani, arabi ed ebrei. È presso la Corte di Palermo che, infatti, ha origine la Scuola Siciliana, i cui Poeti, imitando la canso provenzale, come osserva Dante Alighieri, danno avvio allo sviluppo della lingua e della letteratura italiana.

Nel contempo, circoli fisolosofici approfondiscono il pensiero di Averroe, Epicuro e dei Sofisti, mentre astronomi realizzano attente osservazioni della stella Canopo (al tempo osservabile alle
latitudini del Mediterraneo). Federico stesso, infine, realizza il primo trattato di Falconeria. Continuità fatale: lo scontro con Papa e Comuni guelfi Analizzando l’ambito della politica interna ed estera di Federico, tuttavia, emergono anche tratti di continuità con il passato, sopratutto per quanto riguarda la tradizionale lotta dell’Impero contro il Papato per il predominio sull’Italia e, più in generale, sulla Cristianità intera, che il sovrano svevo porta avanti con particolare veemenza. Inizialmente favorito da Papa Innocenzo III nella successione al trono imperiale, Federico è protagonista di aspri scontri coi successori del “Papa teocratico per eccellenza”: Gregorio IV, Onorio III e Innocenzo IV.

Intenzionato a realizzare il programma di Unio Regni ad Imperium (l’unione tra Regno di Sicilia e l’Impero), Federico rimedia 3 scomuniche nel corso della sua attività politica, che compromettono la sua posizione in Germania e mandano in soffitta il suo progetto politico. Determinato ad esportare il modello siciliano in Nord Italia, Federico riesce a rafforzare lo schieramento ghibellino in Lombardia (Cremona, Pavia, Parma, Reggio, Modena, Monferrato,
Pisa, poi anche Verona, Bergamo, Vicenza, Treviso, financo Mantova, Ferrara, Padova, Lodi per qualche tempo) prima e dopo la vittoria di Cortenuova nel 1237. Tuttavia, nulla può dinnanzi alle sconfitte a cui lo costringono i Comuni guelfi (Milano, Bologna, Brescia, Piacenza, Ferrara, Mantova tra gli altri) a Parma nel 1248 e Fossalta nel 1249. Tali eventi, l’autore sottolinea, pongono de facto fine al disegno egemonico di Federico in Nord Italia, e danno avvio ad una progressiva rivincita guelfa nella regione dopo anni di dominio ghibellino.

Non solo luci nella biografia

A corredo di una trattazione storica ricca di elementi ed informazioni ben organizzate, l’autore riporta anche, con uguale attenzione, in merito agli aspetti oscuri che hanno caratterizzato l’epopea di Federico. Dall’abbandono della moglie Isabella di Brienne alla repressione dei saraceni ribelli, fino alle violente repressioni dell’opposizione interna per mezzo di torture e pratiche a dir poco macabre, senza tralasciare la decisione di circondarsi di despoti del rango di Ezzelino da Romano come principali alleati in Nord Italia, la lista nera dell’operato di Federico rende bene l’idea di come il sovrano svevo, in preda ad un vero e proprio culto della personalità, non possa essere del tutto considerato un “despota illuminato”. Ciò nonostante, sopratutto tenuto conto delle usanze dell’epoca, nella quale concetti come diritti umani e libertà personali godevano di scarsissima popolarità, l’autore presenta Federico come un precursore di Rinascimento ed Illuminismo in quanto a visione del mondo ed impostazione intellettuale e dottrinale.

Un sovrano sui generis, come sottolinea l’autore, che ha superato il suo tempo con una visione machiavellica del potere intesa a realizzare i propri fini “nonostante tutto e tutti”.

Jerzy Hauziński, Fryderyk II Hohenstauf Cesarz Rzymski, Widawnictwo Poznańskie, 2015