Flussi migratori: dialogo con padre Lorenzo Prencipe, da Progetto Radici
I Flussi Migratori sono, ancora Oggi, un Tema Delicato e le Necessità di chi Lascia la propria Terra per cercare Fortuna altrove rimangono le Stesse di Sempre.
<<Un’onda di pensieri mesti mi faceva nodo al cuore. Chi sa qual cumulo di sciagure e di privazioni, pensai, fa loro parer dolce un passo tanto doloroso! Quanti disinganni, quanti nuovi dolori prepara loro l’incerto avvenire? Quanti nella lotta per l’esistenza usciranno vittoriosi? Quanti soccomberanno fra i tumulti cittadini o nel silenzio del piano inabitato? Quanti, pur trovando il pane del corpo, verranno a mancare di quello dell’anima, non meno del primo necessario, e smarriranno, in una vita tutta materiale, la fede dei loro padri?>>
Queste le parole di San Giovanni Battista Scalabrini davanti alla vista, da spettatore, fino a quel momento, inconsapevole, di una scena che gli <<lasciò nell’animo un’impressione di tristezza profonda>>.
Mentre era di passaggio alla stazione Centrale di Milano, la vide <<invasa da tre o quattro centinaia di individui poveramente vestiti, divisi in gruppi diversi. […] Erano emigranti>> da allora non poté più togliersi dalla mente quegli sguardi, quella pelle cotta dal sole, quegli occhi che sembravano dire “parto perché questa patria non ha più posto per me, parto e non tornerò più”.
Da quel momento ripenserà spesso a quei <<meschinelli sbarcati su terra straniera>> soli, spaesati in mezzo a persone che non parlano la loro lingua e <<facili vittime di speculazioni disumane>> e avrà nella mente e nel cuore una domanda <<come poter rimediarvi?>>.
La Congregazione dei missionari di san Carlo Borromeo
Nel tentativo di rispondere a questo interrogativo Scalabrini fonderà la Congregazione dei missionari di san Carlo Borromeo per la cura degli emigrati italiani, istituirà un comitato per la protezione dei migranti “Società San Raffaele” e, non da ultimo, darà vita alla Congregazione delle Suore missionarie di San Carlo.
La Congregazione dei Missionari per gli emigrati (Scalabriniani), nata nel 1887 e ancora viva e operante, è chiamata ad annunciare il lieto messaggio di Cristo e a comunicare la carità al mondo fragile dei migranti e dei rifugiati, in particolare coloro che per vere necessità esigono una cura pastorale specifica e vivono “più acutamente il dramma delle migrazioni”.
Con la loro attività apostolica, i missionari si impegnano a cooperare al risanamento dei mali derivanti dai movimenti migratori, sia nelle cause che negli effetti, e a far scoprire il disegno che Dio attua in tutte le migrazioni, anche se originate da ingiustizie.
Gli scalabriniani servono i migranti in ambito spirituale, morale e sociale in 32 nazioni in Asia, Oceania, Europa, Africa e nelle Americhe, con centri di ascolto e di accoglienza per migranti e rifugiati con opere che per la loro varietà e importanza mi hanno lasciato a bocca aperta.

Padre Lorenzo Prencipe e il Centro Studi Emigrazione di Roma
In questa storia vasta e millenaria si inquadra la figura di padre Lorenzo Prencipe con il quale ho avuto l’onore di dialogare su interrogativi, prima di tutto miei e spero anche vostri, proprio circa il fenomeno migratorio, a seguito anche delle ultime notizie di cronaca e delle recentissime normative europee. Dal giugno 2016 padre Lorenzo Prencipe è presidente del Centro Studi Emigrazione di Roma e direttore della rivista scientifica Studi Emigrazione, dopo il primo incarico del 2003.
Proprio del Centro Studi Emigrazione mi piacerebbe fare qualche accenno per spiegarne la funzione e l’utilità, forse non abbastanza nota ai più. Il CSER è un’istituzione con finalità culturali avviata dai Missionari di San Carlo e studia il fenomeno migratorio con un approccio interdisciplinare, approfondendo gli aspetti sociologici, demografici, storici, economici, legislativi, etici e religiosi della mobilità umana.
Esso è un’istituzione con finalità culturali avviata nel 1963 dai Missionari Scalabriniani ed è stata costituita fondazione nel 1966 operante in piena continuità ed assonanza con l’esperienza della “Congregazione dei Missionari di San Carlo”.
La Fondazione svolge le attività documentazione, ricerca, pubblicazione, analisi, sensibilizzazione e formazione dei responsabili nei vari settori dell’emigrazione e dell’opinione pubblica. L’esperienza sul tema migratorio del nostro ospite è, dunque, ampia e profonda, ovviamente non unicamente legata alla presidenza del CSER ma anche all’intero suo excursus lavorativo e vocazionale. Entriamo quindi nel merito e mettiamoci in ascolto delle risposte che molto gentilmente, accuratamente e in maniera semplice ha acconsentito a dare ad alcuni miei quesiti.
La prima domanda che le faccio riguarda il nostro mondo, la nostra società e la Chiesa. Da un lato, viviamo un tempo in cui siamo tecnologicamente interconnessi e in cui le migrazioni fanno incontrare e, a volte, scontrare popoli e persone diverse, ma d’altro lato gli individui soli o in piccoli gruppi cercano di trovare il loro spazio con azioni inconsulte e violenti (vedi quanto accaduto a Modena per mano di Salim El Koudri o a Taranto con l’assassinio di Sako Bakari ad opera di quattro minorenni). Quale azione pastorale la Chiesa può svolgere in questa realtà?
<<Nel mese di maggio, a distanza di qualche giorno, due episodi di irragionevole violenza hanno interessato le cronache e l’opinione pubblica italiana.
Il primo riguarda l’omicidio, a Taranto, di Sako Bakari, un immigrato del Mali che, prima di poter raggiungere il pullman per recarsi a lavoro come bracciante agricolo, è stato accerchiato, percosso e accoltellato da una banda di quattro minorenni, ragazzi italiani, il tutto per futili motivi.
Il secondo episodio ha come protagonista Salim El Koudri, un cittadino italiano, nato a Bergamo ma di origini marocchine, che ha falciato con la sua auto diversi pedoni, ferendone otto di cui due molto gravemente, nel pieno centro della città di Modena.
Anche se i due episodi hanno cause e motivazione a se stanti, nell’opinione pubblica è riesplosa forte la polemica sull’immigrazione considerata come pericolosa e sempre causa di reazioni di odio e di xenofobia.
I media e i politici sembra che aspettino con impazienza i tragici episodi cronaca per poter elencare le loro drastiche ricette per liberare il paese dagli immigrati, irregolari o regolari che siano! Poco interessa se gli immigrati sono loro stessi le prime vittime degli atti di violenza, la sola presenza dello straniero “provoca” la rabbia e l’odio degli italiani, siano essi anziani o giovanissimi.
Poco importa anche se un giovane è in preda ad un forte disagio psichiatrico. Quello che conta è che gli si possa appiccicare l’etichetta di “immigrato”, anche se è nato in Italia, anche se non ha mai conosciuto la migrazione in quanto tale ma scorrendo nelle sue vene sangue di origine straniera, è, quindi, criminale.
In un clima sempre più avvelenato dalla rabbia, odio, paura verso il diverso, il povero, lo straniero, l’immigrato è chiaro che sono necessari nuovi e urgenti educativi che partano dalle famiglie, attraversino la scuola e arrivino a pervadere il mondo del lavoro e della politica.
È proprio in questa sfida educativa che anche la Chiesa deve e vuole fare la sua parte aiutando a far comprendere che le migrazioni sono parte strutturale e non rimovibile di processi più ampi di trasformazione sociale, culturale, economica delle società, sia essa una migrazione in partenza o in arrivo.
In tale spirito, la Chiesa tutta non può non essere al fianco dei migranti. Al fianco, cioè, della madre che attraversa i confini per sfamare i propri figli, del padre che lavora in silenzio per costruire un futuro migliore, dei giovani che sognano sicurezza e stabilità.
Non è un impegno facile, ma è il cuore della missione della Chiesa nel nostro mondo e nella nostra società.>>
Certo, la missione della Chiesa cattolica è quella di “annunciare la buona notizia del Vangelo di Gesù Cristo”. Oggi però non può più, come nel passato, «alzare la bandiera del possesso della verità, perché la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere» come afferma Papa Leone nella sua enciclica Magnifica humanitas. Si tratta di un bel cambiamento di prospettiva. Cosa ne pensa?
<<Quando parliamo di umanità, solidarietà, bene comune, giustizia, libertà, dialogo, condivisione, partecipazione non è tutto o nero o bianco, o buono o cattivo, o amico o nemico, come in una guerra senza fine, tutto è pieno di sfumature e la vita quotidiana ce lo insegna.
Altrettanto vale nella comprensione delle migrazioni. Esse vanno intese come processi umani, di ogni tempo e “normali” di cui sarebbe bene capire natura, cause, conseguenze al fine di poterle vivere al meglio. Non serve a nulla, dunque, chiedersi se si è pro o contro questo fenomeno.
In tale processo conoscitivo e educativo, pensare di imporre con l’autorità verità immutabili e valide per ogni circostanza non è certo il cammino migliore per raggiungere soluzioni condivise ed efficaci.
Davanti alle nuove sfide che interpellano la società e la Chiesa, cercare, costruire e favorire il confronto, il dialogo, la collaborazione con tutte le persone e gli organismi che hanno a cuore il bene del creato e dell’umanità, è la strada migliore ed è quella che la Chiesa vuole percorrere, sulla scia dell’appello di Benedetto XVI.
Nella sua enciclica Caritas in Veritate quest’ultimo ribadiva, infatti, che «…l’attuale situazione di crisi ci pone improrogabilmente di fronte a scelte che riguardano sempre più il destino stesso dell’uomo… Le interrelazioni planetarie, … gli imponenti flussi migratori, spesso solo provocati e non poi adeguatamente gestiti, lo sfruttamento sregolato delle risorse della terra, ci inducono oggi a riflettere sulle misure necessarie per dare soluzione a problemi non solo nuovi rispetto al passato, ma anche, e soprattutto, di impatto decisivo per il bene presente e futuro dell’umanità» (n. 21).
In tale ottica, la Chiesa è cosciente della necessità per le nostre società di educare al rapporto, sviluppando una comunicazione e una relazione interpersonale e intercomunitaria, considerando l’alterità come relazione da costruire e non barriera da fuggire, e favorendo la nascita di uno spirito critico delle proprie identità particolari, religiose, nazionali e etniche, sempre da relativizzare in riferimento all’ appartenenza a spazi più ampi come l’umanità condivisa, tenendo a mente sempre la sua dignità ed i suoi diritti fondamentali.>>

I fatti di cronaca non smettono di interrogarci, Penso ai tragici eventi che hanno coinvolto i lavoratori agricoli in Calabria – con l’omicidio di quattro braccianti ad Amendolara –portando alla luce l’esistenza, non così tanto celata, di quelli che san Giovan Battista Scalabrini non esitò a definire “mercanti di carne umana”, di coloro, cioè, che speculano sulla disperazione di queste povere persone, le quali non cercano altro che una vita dignitosa e un lavoro onesto. Che opinione si è potuto fare dell’accaduto e cosa andrebbe fatto da ogni singolo per iniziare a scardinare un sistema così incancrenito?
È vero. Sui principi universali troviamo abbastanza facilmente l’accordo e il consenso. Quando invece vogliamo calare nel quotidiano questi principi e valori ci scontriamo con una realtà dura e, a volte, spietata, fatta non solo di cattiveria spicciola ma anche di tanta crudeltà che sfocia in episodi brutali come quelli di Amendolara, in provincia di Cosenza.
<<In questo comune della Calabria, il 1° giugno 2026, quattro immigrati pakistani – di età dai 19 ai 29 anni – sono stati brutalmente uccisi dai loro caporali-carnefici. Questi caporali, nuovi “mercanti di carne umana”, non solo hanno sfruttato il duro lavoro di queste persone, ma per “punizione”, li hanno bruciati vivi dando fuoco al veicolo su cui essi si trovavano.
Questi immigrati, questi lavoratori, queste persone dovevano “essere punite” perché reclamavano un salario giusto per il loro lavoro e un contratto regolare. Questo per i loro carnefici, anch’essi immigrati, era inconcepibile, così come lo era per quei “padroni”, proprietari terrieri o di grande distribuzione, che, nascosti dietro le quinte, affidano il lavoro sporco – quello di abusare e sfruttare altri esseri umani – a “caporali” senza scrupoli.
Questo brutale assassinio è l’occasione per ricordare che nel nostro Bel Paese sono circa 450 mila (80% di migranti e 20% di italiani) le persone che, soltanto nel settore agroalimentare, sono abbandonate in un sistema tirannico che le riduce in condizioni di grave sfruttamento e schiavismo, obbligandole a lavorare sottopadrone, a restare in silenzio, e a diventare soggetti della cronaca solo dopo morte.
Il fattaccio di Amendolara è accaduto, per una tragica coincidenza, il 1° giugno, giorno in cui Missionari Scalabriniani e migranti del mondo intero ricordano la morte di Giovanni Battista Scalabrini (1839-1905), santo patrono dei migranti. A fine XIX secolo quando milioni di italiani emigrarono verso le Americhe spesso vittime di reti organizzate di agenti reclutatori senza scrupoli, Scalabrini denunciò la legge del 1888, troppo indulgente con gli agenti di emigrazione, “veri sensali di carne umana”, che formavano, ormai, un vero esercito di parassiti della miseria.
Scalabrini affermò allora che non sarebbe bastato sostenere la libertà di emigrare, ma che, allo stesso tempo, era doveroso opporsi alla libertà di far emigrare, affermando con convinzione che i dirigenti di un Paese hanno il dovere morale di creare le condizioni di lavoro per le masse popolari e di impedire lo sfruttamento della buona fede dei poveri lavoratori da parte di ingordi speculatori.
Oggi, dopo 140 anni dagli eventi che hanno visto Scalabrini lottare contro i “vecchi agenti di emigrazione”, ci ritroviamo ancora spettatori, nostro malgrado, delle malefatte di “caporali” implacabili nello sfruttare la povertà, di datori del lavoro incuranti della dignità umana e di politici desiderosi di “legittimare e legalizzare” i “novelli agenti di re-migrazione” che al soldo dei governi anti-migranti, saranno autorizzati a sfruttare le difficili condizioni di vita dei migranti in modo che, invece di difendere gli interessi dei loro assistiti nei ricorsi contro le loro espulsioni, li convinceranno ad accettare un rimpatrio “volontario” (se così si può definire il frutto dello stravolgimento del diritto) nel loro paese d’origine.
Quando la sicurezza, legata in questi casi al tema dell’immigrazione, diventa ossessione a livello familiare, educativo, economico e politico, si tende a sfornare provvedimenti sempre più duri e implacabili, pensando di poter contrastare i reati con la sola forza si finisce per generare un senso di insicurezza per tutti.
In realtà, sia per garantire la sicurezza come per gestire le migrazioni in entrata e in uscita, è indispensabile cercare l’equilibrio tra diversi fattori. Bisognerebbe promuovere l’applicazione di leggi fondate sull’uguaglianza e sulla dignità delle persone, il perseguimento del bene comune capace di conciliare interessi particolari, nazionali e internazionali e la difesa dello Stato di diritto capace di difendere i diritti-doveri di tutti, soprattutto dei più poveri e impoveriti che hanno nello Stato l’unico baluardo possibile di sopravvivenza.
Non si dovrebbe mai dimenticare che il diritto nasce proprio per proteggere i più deboli dalla legge del più forte e, anche se oggi il mondo sembra aver imboccato la strada in cui la legge dei forti sembra dominare, noi – come San Giovanni Battista Scalabrini – senza continuare a lottare, non possiamo rassegnarci alla constatazione che “al peggio non c’è mai fine”!>>
Proviamo, infine, ad allargare i confini della nostra conversazione. Qual è la sua opinione in merito al patto Ue sui migranti che entra in vigore il 12 giugno? Cosa pensa delle critiche riguardanti una possibile compressione dei diritti di difesa, le restrizioni nell’assistenza ai minori, l’aumento dei tempi di detenzione amministrativa e le procedure di frontiera che rischiano di violare le tutele umanitarie fondamentali?
<<Alcuni degli slogan più cavalcati dal nostro governo sono: “l’Italia sta facendo scuola in Europa”, “l’Italia è apripista di soluzioni innovative” o “la visione italiana è il faro d’Europa”. Il problema è che, anche se queste affermazioni fossero vere, esse non sarebbero comunque né belle né buone da potersene spudoratamente vantare, soprattutto in una prospettiva cristiana della vita e della dignità umana.
Proviamo allora a vedere nello specifico alcune delle implicazioni delle nuove misure europee su immigrazione e asilo. Il 12 giugno 2026 è entrato in vigore il patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo, vale a dire quell’insieme di nuove norme per la gestione della migrazione e per la creazione di un sistema comune di asilo a livello dell’UE.
Detto con le parole dell’austriaco Magnus Brunner, commissario europeo agli Interni e Migrazioni, l’Unione europea si prefigge con queste nuove norme di controllare di più chi può entrare nella Ue, chi può restarci e chi deve andarsene, il tutto – se possibile – «nel pieno rispetto dei diritti fondamentali». In realtà, con queste misure, il diritto d’asilo nell’Unione europea viene praticamente negato e consegnato ai paesi terzi.
Il Patto fissa nuove procedure accelerate alle frontiere, definisce una lista comune di cosiddetti “Paesi sicuri” (Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia) i cui cittadini sulla carta non dovrebbero avere asilo e di “Paesi Terzi sicuri” a cui affidare, con un semplice accordo bilaterale, in “esterno” e nei cosiddetti returns hubs tutte le procedure di riconoscimento del diritto d’asilo. Esso introduce un cosiddetto meccanismo di “solidarietà flessibile” tra Stati membri che permette, però, anche ai Paesi membri la non accoglienza, in cambio di contributi finanziari o concessione di mezzi operativi, e soprattutto permette più respingimenti, espulsioni di migranti e richiedenti asilo.
Infatti, tra le altre misure, la creazione di un «ordine europeo dei rimpatri» permetterà il riconoscimento reciproco delle decisioni di espulsione tra i 27 paesi membri, praticamente un foglio di via europeo. Allo stesso tempo saranno rafforzate le regole per i ritorni forzati, che diventano obbligatori in caso di resistenza da parte dei migranti, mentre, coloro che sono espulsi perché entrati illegalmente, potranno essere banditi dal territorio della Ue per 10 anni, che possono anche salire a 20, contro i 5 anni attuali. Il regolamento riguarda anche i bambini che rischiano di restare reclusi nei centri per migranti per un periodo che può arrivare fino a due anni. Inoltre, il ricorso del richiedente contro una decisione di inammissibilità di una domanda di protezione, non sospenderà più automaticamente una decisione di rimpatrio.
In Italia e nell’Unione europea il riconoscimento della presenza e dell’apporto dei migranti al processo di unificazione e integrazione europea subisce continui attacchi politici e culturali, caratterizzati da leggi e misure restrittive contro migranti e richiedenti asilo. Lo spirito inclusivo di una pacifica convivenza di popoli diversi che aveva ispirato i padri fondatori dell’Unione europea è reso sempre più irrilevante, se non chiaramente deriso, dalle narrazioni dominanti sulle migrazioni.
Tale approccio “securitario”, proprio del nuovo Patto europeo verso i migranti e richiedenti asilo, dimentica anche il bisogno che le società sviluppate hanno del lavoro immigrato. Dunque, se da un lato del Mediterraneo c’è una carenza strutturale di manodopera e dall’altro un surplus di offerta di manodopera, è forse arrivato il momento di cambiare la narrazione e le pratiche anti-migranti favorendo canali legali, regolari e strutturali di entrata, capaci di garantire sia una permanenza stabile sia liberi ritorni dei migranti.
Nonostante le sempre forti pressioni securitarie di cui molta politica si nutre e di cui molti media si fanno portavoce, non possiamo continuare ad ignorare che qualsiasi dibattito sull’immigrazione è sempre una riflessione sul tipo di società che vogliamo costruire e in cui vogliamo vivere.
Questa società , per noi che ci richiamiamo ai valori cristiani, non può che essere una sistema in cui è sempre più necessaria, da un lato, una migliore sensibilizzazione delle opinioni pubbliche affinché non prevalga la narrazione dell’invasione, della paura e del respingimento e, dall’altro, un’efficace e condivisa azione di cooperazione internazionale per garantire la protezione dei rifugiati (contro discriminazioni e respingimenti massivi e con azioni positive d’integrazione), per sostenere i paesi di destinazione (assistenza finanziaria e tecnica per accoglienza e integrazione) e per arginare, nei paesi d’origine, le cause degli esodi umani (risoluzione dei conflitti, strategie di riduzione del rischio di disastri ambientali, progetti duraturi e a lungo termine di ritorno, reinsediamento e sviluppo integrale, in partenariato con i migranti di quei paesi e non contro di loro).
Solo in questo modo, come nel 1901 scriveva San Giovanni Battista Scalabrini al Papa Leone XIII, potremo capire e accettare “…che l’immigrazione è una risorsa straordinaria, un grande regalo per un paese…”.>>
Emigrazione come strumento di provvidenza
L’interrogativo di san Giovanni Battista Scalabrini è quanto mai attuale; rispetto all’epoca del santo “padre dei migranti” il flusso si è invertito, certo, ma le cause e le necessità di chi lascia la propria terra per cercare fortuna altrove rimangono le stesse, così come i disagi, le paure e i rischi che questi uomini e donne affrontano.
Sono sempre più necessari interventi di sensibilizzazione sociale e di mutuo aiuto tra stati in modo da spezzare questa catena di pregiudizi e atti violenti che ruotano attorno a questo tema. Una spirale che non avrà mai fine se non si fa qualcosa di vero mettendo da parte gli interessi e il tornaconto personale per tutelare finalmente l’essere umano.
Solo lo scorso 11 giugno ai fatti di cronaca narrati in precedenza se ne è aggiunto un altro molto triste. Un presunto tentato omicidio avvenuto lunedì 8 giugno a Belfast ha innescato una nuova ondata di violenze anti-immigrazione nel Regno Unito.
Ciò avveniva proprio mentre Papa Leone XIV pronunciava dal porto di Arguineguín queste parole accorate: <<Cari migranti: prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare. Ma voglio anche dirvi che la vostra vita deve essere protetta. Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono “canti delle sirene”, sono industrie di morte.>>
Da ultimo, questo mercoledì 17 giugno 2026, a Strasburgo è stato approvato “il regolamento rimpatri” al grido “Send them back” “Rispediamoli indietro”, per legittimare i “return hub” nei paesi terzi. Questa una delle dichiarazioni in merito presente nella Nota della Fondazione Centro Studi Emigrazione (CSER) dello stesso giorno <<Ormai, l’immigrazione nell’Unione europea, nata sulla libera circolazione delle persone (oltre che delle merci) non è più gestita come una realtà globale che riguarda molte vite umane, ma come un problema da reprimere sempre e con tutti i mezzi, seguendo una narrativa politico-elettorale dove tutto si fonda sull’approccio securitario, repressivo e di rifilare ad altri i “pacchi umani” da rispedire, come novelli Ponzio Pilato che si lavano le mani sporche di sangue (esternalizzazione).>>
Oggi alla vigilia della giornata mondiale del Rifugiato, nell’anno in cui ricade il 75° anniversario della Convenzione di Ginevra del 1951, pilastro del diritto internazionale dei rifugiati, nata per garantire che chi è costretto a fuggire non venga lasciato senza protezione, voglio consegnarvi questo pensiero: se l’emigrazione fosse ben diretta e assistita, potrebbe diventare quello che in realtà è sempre stata ed è davvero, ovvero «strumento di quella Provvidenza che presiede agli umani destini e li guida, anche attraverso a catastrofi, verso la meta, che è il perfezionamento dell’uomo sulla terra e la gloria di Dio nei cieli


