Gli incanti di Itaparica con intervista a Giuseppe Barbaglio — Lombardi nel Mondo

Gli incanti di Itaparica con intervista a Giuseppe Barbaglio

Correva l’anno 1501 quando il navigatore italiano Amerigo Vespucci scopì la baia di San Salvador de Todos os Santos, l’anno successivo alla scoperta, da parte del navigatore portoghese Pedro Álvaro Cabral, del Brasile in localitá Porto Seguro. Di Marco Stella

Con intervista a Giuseppe Barbaglio

Di Marco Stella

Correva l’anno 1501 quando il navigatore italiano Amerigo Vespucci scopì la baia di San Salvador de Todos os Santos, l’anno successivo alla scoperta, da parte del navigatore portoghese Pedro Álvaro Cabral, del Brasile in localitá Porto Seguro.

 

 

 

La Baia do todos os Santos, come oggi è conosciuta, si apre in faccia a Salvador, la prima capitale del Brasile. È un’ampio specchio d’acqua sul quale si affaccia il  recôncavo, ricco di storia e tradizione, la stessa capitale, Salvador, e interessanti isole. La maggiore delle isole di questo incantevole angolo del Brasile tradizionale e coloniale è Itaparica.

Oltre alle spiaggie incantevoli, alla calma del luogo, alla natura ricca e generosa due particolari uno storico ed uno antropologico hanno lasciato un ricordo vivo dell’isola che non vedo ormai da anni: le rovine della chiesa di Nosso Senhor de Vera Cruz e il culto degli antenati di origine africana.

Il primo è un monumento interessantíssimo, si tratta in realtà di ruderi di scarso rilievo artistico, ma che rappresentano per la soria della colonizzazione del continente americano una testimonianza molto importante. La chiesa di Nosso Senhor de Vera Cruz fu fatta costruire dai Gesuiti nel 1560 agli albori della colonizzazione ed era parte del progetto gesuitico di catechesi dei nativi, una catechesi che, nonostante il fatto possa esser vista agli occhi di uomini moderni come una arma coloniale per assoggettare gli indios alla corona, fu  un modo di salvar la vita di moltissimi indigeni. In effetti è questa una delle ragioni che portarono il governo portoghese a decretare l’espulsione dei gesuiti nel 1768. Questi progetti di catechesi, che anni più tardi prenderanno il nome di riduzioni (la più famosa è  quella di San Miguel das Missões nel sud del Brasile rese note dal film Mission) iniziarono proprio nel 1560 ed è per questa ragione che la chiesa di Nosso Senhor de Vera Cruz acquisisce un valore storico molto importante. Oggi è una struttura ruderea, nei pressi di Baiacu, isolata ed immersa nel verde, dove grandi alberi con le loro fronde ne continuano la struttura facendo da tetto naturale, molto interessante.

Altro aspetto che mi colpì parecchio fu l’aver potuto partecipare ad una cerimonia religiosa molto particolare nei pressi di Ponta de Areia, si tratta dell’evocazione degli Eguns (spiriti degli antenati) in cerimonia religiosa notturna. Si tratta di un rituale interno alla religione animista africana in terra Brasiliana (candomblè) che nell’isola di Itaparica ha mantenuto la purezza e la rigidità tradizionale dal momento della sua fondazione (fine del XIX secolo). Per tutta la notte ho assistito a sorprendenti fenomeni di estasi di iniziati e incorporazione spiritualistica. Il rituale era in lingua africana e accessibile ad un ristretto gruppo di persone, io avevo potuto partecipare come invitato di un’iniziato. Un’esperienza unica.

Queste le due cose che più mi colpirono ma non sono da tralasciare le spiaggie ed i borghi trai quali spicca Itaparica, località che da il nome all’isola.

Gli incanti dell’isola possono esser scoperti tenendo come punto di riferimento Giuseppe Barbaglio, cremasco, che per il secondo anno sta vivendo sull’isola tropicale e che già avevo intervistato presentandolo come scrittore (autore de “Dopo Il Terzo Giorno”).

 

D – Caro Giuseppe, in questi due anni, quali sono state le maggiori difficoltà per ambientarsi e lavorare in paese diverso dal nostro e sopratutto in un’area dove non si possono trovare il conforto ed i servizi di una metropoli?

R – Difficoltà vere e proprie non ne ho incontrate.  Mi sono ambientato abastanza in fretta sentendomi fin dall’inizio come un “collega” degli altri ristoratori e sentendomi accettato da loro stessi.  Forse, più che altro, sono rimasto stupito dalla facilità con cui si possono realizzare attività commerciali  ed iniziative personali ma, al tempo stesso, dalle difficoltà che si incontrano nel voler rendere competitiva la propria attività.

Le difficoltà che si incontrano invece nei rapporti sociali sono le stesse che uno straniero incontrerebbe in Italia, dovute piu che altro a differenti abitudini e differenti culture che, comunque, non creano mai vere situazioni di incomprensione.

Per quanto riguarda l’assenza di servizi e comodità devo invece dire che è una situazione che mi sono cercato, un modo per vivere piu a contatto con la natura e con il tempo, un modo per riuscire ad immaginare, anche se con i dovuti limiti, come era la vita in italia ai tempi dei miei nonni.

 

D- Quali angoli di Itaparica ti incantano maggiormente e quali argomenti utilizzeresti per spingere gli italiani a visitare la tua isola?

R -Posti suggestivi e di potenziale interesse turistico l’isola ne ha diversi ed interessano sia l’amante della storia quanto quello del mare e delle Belle spiagge, l’appassionato delle religioni come quello dell’artigianato. Ci sono paesini di pescatori fermi nel tempo e luoghi sacri che emanano atmosfere suggestive, ci sono chiese intrappolate dagli alberi e splendidi Castelli affacciati sul mare.

Io penso comunque che per apprezzare veramente l’isola, il visitatore dovrebbe girarla solamente guardandosi attorno, senza ricercare alcun punto turistico prestabilito ma meravigliandosi di quanto capiterà davanti ai suoi occhi ad ogni angolo girato.

 

Di Marco Stella

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martedì 28 Gennaio, 2020