Il 33esimo membro al vertice Nato di Ankara è quello che contava di più. Di Paolo Bergamaschi
Era il rappresentante delle industrie della difesa che hanno cominciato a spartirsi contratti per 50 miliard
i di euro in linea con gli impegni presi dai Paesi membri l’anno scorso all’Aja di aumentare le spese militari al 5% entro il 2035. E’ stato un elemento decisivo, l’unico a convincere Donald Trump a non abbandonare un organismo che più che un’alleanza lui considera solo un lucroso “business” per l’industria americana.
utto sommato il vertice Nato di Ankara ha rispettato le attese. La bozza della dichiarazione finale negoziata meticolosamente dagli sherpa delle diplomazie dei 32 Paesi Membri circolava da giorni e non ha subito sostanziali modifiche dell’ultimo minuto. Quello che era imponderabile per quanto riguarda le esternazioni ma abbondantemente previsto come evento è stato lo show di Donald Trump. Sono le sue frasi pronunciate a ruota libera prima, durante e dopo i lavori del summit a smentire i commenti degli altri leader ridotti, come sempre, al ruolo di comparse.
“Ritrovata unità dell’Occidente” e “ricucitura” sono state le parole più abusate dai capi di Stato europei con molta ipocrisia e acidità di stomaco. Politica estera e politica di sicurezza e difesa sono due facce della stessa medaglia. Una non può funzionare senza l’altra. Il disallineamento di queste fra Ue e Usa è fin troppo evidente. Paradossalmente i bombardamenti americani in Iran sono ripresi proprio durante il vertice riattizzando un conflitto che l’Europa pensava fosse in via di risoluzione. E anche la questione Groenlandia, che il segretario della Nato Mark Rutte si vantava di avere disinnescato, è tornata prepotentemente alla ribalta. Per quanto riguarda l’isola formalmente parte del Regno di Danimarca è lecito aspettarsi nuove imboscate. C’è un orizzonte temporale di cui tenere conto ed è il 2028, anno nel quale terminerà il mandato di Trump. La sua incontenibile megalomania lo porterà nei due anni che mancano a utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione per passare alla storia come colui che ha allargato a dismisura i confini degli Stati Uniti. Improbabile che questo avvenga “manu militari” ma alquanto possibile che sia il frutto di una guerra ibrida di logoramento della quale, nei mesi scorsi, si sono già registrate le prime avvisaglie. L’Ue è riuscita a contrastare fino ad oggi efficacemente la guerra ibrida scatenata dalla Russia sul versante ucraino; vediamo se vorrà o potrà fare altrettanto contro gli Usa di Trump sul versante groenlandese.
Attorno al grande tavolo della Nato sedeva anche, in senso più o meno figurato, un trentatreesimo membro per conto dell’altra riunione che si era svolta il giorno prima ai margini del vertice. Era il rappresentante delle industrie della difesa che hanno cominciato a spartirsi contratti per 50 miliardi di euro in linea con gli impegni presi dai Paesi membri l’anno scorso all’Aja di aumentare le spese militari al 5% entro il 2035. E’ stato un elemento decisivo, l’unico a convincere Donald Trump a non abbandonare un organismo che più che un’alleanza lui considera, per il momento, solo un lucroso “business” per l’industria americana a cui sono destinate larga parte delle commesse. Non a caso ha caldeggiato l’accelerazione del percorso per raggiungere il prima possibile il tetto di spesa. In queste condizioni per l’Europa imbarcarsi in una corsa al riarmo rischia di essere una scommessa persa in partenza. “Un’Europa più forte in una Nato più forte” si legge nel documento conclusivo ma visto che l’Ue non sarà mai una superpotenza militare (Nota bene: tutti parlano di “autonomia strategica” ma nessuno crede veramente ad un esercito europeo; anche se è la cosa più logica non lo vogliono né i governi ne’ le opinioni pubbliche dei 27 Paesi) sarebbe più opportuno trovare strade più consone al progetto europeo che rafforzino la diplomazia e le capacità di interazione politica e economica ovvero il tradizionale soft power.
La dichiarazione finale del summit si apre ribadendo l’impegno incrollabile alla difesa collettiva sancita dall’articolo 5 del trattato di fondazione della Nato ma nessuno fra gli europei, a parte l’ineffabile Rutte, si sente di scommettere su quello che farebbe l’America di Trump in caso di minaccia concreta alla sicurezza del vecchio continente. In una Nato “europeizzata” o “de-americanizzata” più che per gli Usa, forse, l’articolo 5 vale per tenere agganciati all’Ue Gran Bretagna, Norvegia e Canada. Fosse solo per l’Unione potrebbe bastare la clausola di mutua difesa dell’articolo 42.7 del Trattato di Lisbona anche se la sua attuazione non è mai stata esplicitata. Rallegrarsi per la ritrovata unità dell’Occidente come hanno fatto alcuni capi di governo, fra cui Giorgia Meloni, è suonato davvero come una nota stonata. L’immagine dell’Occidente sembra irrimediabilmente compromessa con due visioni in stridente contrasto fra di loro sulle sponde opposte dell’Atlantico. Nato doesn’t make me happy avrebbe detto il presidente americano. Parole probabilmente condivise dai leader europei che, tuttavia, non avranno mai il coraggio di pronunciare.


