Il conflitto ucraino-russo visto dall’Europa

Analisi geopolitica e militare di una guerra alle porte d’Europa

Daniele Marconcini di Lombardi nel Mondo intervista: Alessandro Verdoliva di Civitas Europa (Roma),  Umberto Mastropaolo analista militare (Berlino), Federico Quadrelli  sociologo (Berlino) e Arturo Winters ricercatore (Berlino).

Il conflitto in Ucraina si sta allargando a causa delle sanzioni economiche nei confronti della Russia, e ora si assiste a una disputa mondiale per le ritorsioni che Putin minaccia o ha già deciso di mettere in atto. Una delle quali riguarda il costo del gas russo, che d’ora in poi dovrà essere pagato in rubli. Una decisione sconcertante, sotto certi punti di vista, perché considerando l’enorme svalutazione della Divisa russa porterebbe da un lato indubbi vantaggi sull’acquisto da parte di nazioni dotate di valute forti, però dall’altro si presterebbe a un gioco di aumenti in grado di rendere difficile l’approvvigionamento. Ed è in questo campo che si inserisce una geopolitica che ricalca in parte pure quella di epoche che  ormai dovrebbero essere cadute nell’oblio.

Può l’Occidentale, svincolandosi dalle risorse energetiche russe, liberarsi dalla influenza di questo Paese?

La risposta sta non solo nella conclusione del conflitto ucraino, ma anche, per l’immediato futuro, nelle azioni di certi Paesi che, benché facenti parti delle democrazie occidentali, hanno nel tempo mantenuto e mai reciso stretti contatti economici con l’Oriente. Caso particolare quello della Francia che, di fatto, è stata la nazione UE che più ha tentato, attraverso il suo presidente Macron, di giungere a una soluzione diplomatica riguardo alla situazione bellica creatasi.

In questa logica, bisogna senz’altro dire che un vincitore di questa guerra c’è già ed è la Cina, la quale, con la sua visione strettamente economicistica e lontana dalle tragedie di una guerra, alla fine otterrà per forza di cose di monopolizzare le risorse energetiche russe a vantaggio della propria economia.

C’è poi da considerare la questione dell’armamento della UE e in particolare quello della Germania che, una volta terminato il processo di aumento della spesa militare del 2% del PIL comune ad altri Paesi dell’Unione, sarà in pratica la terza potenza bellica a livello mondiale. Tutto questo dopo la sua smilitarizzazione seguita alla fine del Secondo conflitto mondiale. La crisi ucraina ha di fatto cambiato diametralmente le decisioni sugli armamenti dei vari Paesi, tanto che pure in Danimarca un referendum deciderà se procedere in questa direzione. Il cambio di paradigma nell’esercito tedesco significherà un rafforzamento tecnologico e di qualità degli armamenti; di certo, non su un sostanziale rafforzamento numerico. Anche perché la decisione sulle spese belliche, repentinamente presa dal solo primo ministro, dovrà essere approvata da un Parlamento, che conta di aderire solo qualitativamente al progetto.

Per quanto concerne l’Italia, la sua situazione è in termini critici, non solo per la perdita di zone di influenza storiche a favore della Turchia e della Russia stessa, ma anche per la ridotta capacità professionale del nostro esercito, ormai in gran parte impostato sulla riserva o sull’occupazione nel settore burocratico dei propri addetti. In pratica, la parte operativa è di 150.000 addetti con una spesa di 25 miliardi annui (la Germania ne ha 200.000 con 50 miliardi di spesa). Quindi, l’esercito italiano in questi anni è stato utilizzato in numero molto ridotto, ma con buona efficienza di armamento e di preparazione, per operare nei vari scenari internazionali. Ora occorre una sostanziale riforma che aumenti l’efficienza delle nostre truppe, portandone il numero a circa 250.000 unità, e perfettamente addestrate. Cioè, passare da unità fondamentalmente operative per il mantenimento della pace in altre operative anche al combattimento in caso di guerre in cui venissimo coinvolti. Situazione che fino a poco tempo fa era comune per un eventuale esercito europeo, ma che negli ultimi anni è cambiata in maniera notevole, con l’uniformazione degli armamenti a disposizione degli eserciti e con catene di comando comuni a livello europeo.

Un altro problema riguarda la radicalizzazione di un centrismo culturale occidentale a scapito della conoscenza del mondo slavo e cinese da sempre ritenuti inferiori. La Cina sopratutto, benché comunista al pari della scomparsa Unione Sovietica, ha dimostrato di poter evolvere il proprio modello con l’intelligenza culturale derivante dal Confucianesimo di cui è permeata e di svilupparsi economicamente seguendo la globalizzazione attraverso anche uno sfruttamento intenso delle proprie risorse, ma sempre rimanendo nell’ambito della sudditanza di un intero popolo a un unico partito. La focalizzazione fatta da un mondo atlantista attraverso i suoi parametri, ha spesso portato ad errate valutazioni riguardo ad altre culture, come nei casi degli interventi militari in Siria e Afghanistan .

Per quanto concerne il mondo slavo, a volte ci risulta difficile capire, per esempio, l’ostinazione al combattimento portata avanti dall’Ucraina, perché non la inseriamo in un contesto storico fatto di massacri perpetrati dalla Russia nei confronti degli ucraini che si ripetono da più di  dieci anni e   recentemente con gruppi etnici fomentati dall’esterno per destabilizzare il potere di un Paese che ha scelto un altro percorso rispetto alla sudditanza alla sfera russa. E questo la gente non lo può dimenticare e dobbiamo capire la loro volontà di non arrendersi mai. È ovvio che un Paese che vuole scegliere liberamente il proprio futuro non può sottostare a chi con la forza si vuole imporre.

E francamente, colpisce molto sentire chi continua a dire all’Ucraina di arrendersi «perché tanto non potete fare nulla». L’esito di una guerra non sta mai scolpito su di una pietra. E noi dobbiamo supportare la loro resistenza attraverso sanzioni, senza intervenire militarmente.

Gli Stati Uniti stanno attraversando una fase che può essere denominata di «fatica imperiale», cioè di crisi di mantenimento di un sistema egemone che di per sé è antieconomico ed estremamente burocratico, ma funzionale al concetto di impero, quest’ultimo non necessariamente negativo . E quando tutto ciò viene contestato come un peso dalla società, il sistema inizia ad avere dei problemi.

Nel contesto del conflitto ucraino gli USA hanno adottato una misura «geniale», anche se non molto positiva, nel delegare in pratica la difesa continentale agli Stati della UE e la responsabilità NATO a quelli dell’ Europa dell’Est . La questione dell’espansione della NATO, che è un organizzazione prettamente difensiva, è poi falsa, perché i Paesi che voglio farne parte devono avanzare una richiesta, e non sono obbligati comunque a fare questo passo. Quindi, in pratica gli Stati Uniti sono riusciti dall’inizio della crisi a smarcarsi dal problema, per poi, una volta iniziato il conflitto, restringerlo all’ambito esclusivamente Europeo. In questo modo, si è in pratica salvata l’alleanza con l’Europa, dato che se il conflitto fosse rimasto limitato tra le due potenze, la sua ricaduta sul vecchio continente avrebbe incrinato le relazioni con gli USA.

Nell’ambito delle relazioni intereuropee, la Francia occupa una posizione di certo privilegiata, non solo per i suoi contatti con la Russia, ma anche per una minore dipendenza energetica dalla stessa, quindi ha la possibilità di effettuare scelte scomode e anche arrivare a essere l’ago della bilancia, cosa che Macron spera da più di un mese. Risulta ovvio che in caso di fine del conflitto, l’interlocutore privilegiato della Russia in Europa sarà senz’altro la Francia.

Altro interlocutore importante è la Turchia , che da circa una decina d’anni porta avanti una strategia mirante alla ripresa della sua influenza in un’area in cui ne ha sempre avuta; per questo approfitta della sostanziale inerzia della NATO (come nella questione libica) per infilarsi nel gioco diplomatico ed esserne protagonista, vista anche la sostanziale unità interna e la caduta di molti pregiudizi che la stanno riportando a «pensare» in termini imperiali ottomani.

Per quanto riguarda le «operazioni» militari nel suo tentativo di occupazione dell’Ucraina, Putin ha dato degli input politici in un modo completamente avulso dalle pratiche con le quali i militari russi sono soliti operare. Una strategia da sempre basata sulla velocità di azione, in modo da poter rapidamente dilagare in territorio nemico ma senza occupare i centri abitati; ad esempio, in caso di una Guerra mondiale la tattica Russa sarebbe quella di arrivare al massimo in una settimana ai confini con la Francia (senza invaderla) e da lì imporre le proprie condizione che, in caso di esito negativo, comporterebbero l’occupazione delle città, radendole al suolo. Con i carri armati non si occupano i centri, bensì con la fanteria, perché i mezzi corazzati sono estremamente vulnerabili in ambienti urbani. Ma bisogna pure considerare che la Russia ha totalmente sottovalutato l’esercito ucraino, e il suo grado di addestramento cresciuto in 8 anni di guerra nel Donbass; sia l’armamento anticarro che antiaereo e inoltre la volontà di resistenza del popolo ucraino. Certamente, i generali russi sapevano cosa sarebbe successo, visto che conoscono il proprio esercito, ma la volontà politica di Putin e i suoi colossali errori hanno cambiato tutto in peggio. Ora i russi non possono ritirarsi e devono per forza riorganizzarsi con almeno un numero di un milione di soldati (se vogliono occupare il Paese) e quindi si trovano in enormi difficoltà, anche perché sicuramente nessuno dei generali ha avuto il coraggio di rinfacciare a Putin i suoi giganteschi errori. Oltretutto, si sono avute perdite ingenti: 14.000 soldati sui 100.000 presenti sul suolo ucraino e calcolando i 50.000 in prima linea le perdite salgono al 25%, roba da Prima guerra mondiale; per cui si prevede non più la guerra lampo desiderata da Putin, ma un lungo conflitto, a meno di soluzioni diplomatiche che però sarebbero una chiara sconfitta per la Russia; che dovrebbe assoggettare circa 12 milioni di ucraini in un nuovo Stato, cosa che però porterebbe a una resistenza di tipo afgano sul territorio.

La posizione di potere di Putin in Russia è quanto mai chiara: non si tratta più della persona che dal 1999 ha gestito le oligarchie fornendo loro tutto l’appoggio negli affari, ma tenendole ben lontane dalle questioni di Stato; bensì di un personaggio che ha nel suo apparato di potere avversari importanti. Si pensi a Sergey Naryshkin , capo dei Servizi segreti e che, secondo molti, detiene un potere in grado di contrastare quello del Presidente stesso. La questione ucraina, quindi, rischia di minare alle fondamenta la politica di potere in Russia, se Putin non vincerà su tutti i fronti.

Daniele Marconcini

per Lombardi nel Mondo

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