Nostra intervista a Gianluca Galletto — Lombardi nel Mondo

Nostra intervista a Gianluca Galletto

Durante l’incontro con la comunità italiana a la Città del Messico abbiamo intervistato il candidato PD-SEL-PSI alla Camera dei Deputati nella Circoscrizione Nord e Centro America

Città del Messico 6 feb 2013 – Incontro con la comunità

E’ la tua prima visita qui in Messico come candidato, è stato un incontro con alcuni appartenenti alla comunità, provenienti da vari settori intellettuali e produttivi. Che problematiche e inquietudini hai percepito e che proposte porti come candidato? Beh, innanzitutto ho auto un’ottima accoglienza e già questo è importante.

Ho capito che ci sono delle problematiche che riguardano da un lato l’assistenza a persone e a famiglie disagiate. C’è un problema di questo tipo che non riguarda solo Città del Messico, ma anche altre zone ed è un primo dato. Secondo. C’è la questione che riguarda invece gli Istituti di Cultura, i corsi di lingua e quindi la lingua e la cultura italiana che hanno bisogno di essere potenziate. Vanno migliorati i servizi di questo tipo e mi sembra che questo sia un punto comune a molte aree di questa circoscrizione. E la terza: i servizi di alcune nostre istituzioni che, a quanto pare, potrebbero essere molto migliorati, ma questo non riguarda di certo solo il Messico e parlo dei consolati, delle Ambasciate, eccetera.

Dal lato delle proposte?

Ho cercato sempre di dire in questa campagna che le proposte che noi portiamo devono essere incentrate, ed è una premessa questa, su un’offerta che anche noi facciamo al paese in un momento difficile. E allo stesso tempo, però, chiedere che venga effettuato un miglioramento di tutta la rete dei consolati e istituti di cultura potenziando gli investimenti, insomma la spesa per la politica culturale perché secondo me è uno strumento di politica estera, quindi serve gli interessi strategici del paese, non è soltanto per servire gli italiani all’estero. Un’altra cosa. Il sistema Italia va riformato e migliorato perché se cambia il “sistema Italia”, diciamo, a seguire cambia anche la pubblica amministrazione e sarà migliore: per esempio, possiamo parlare di alcuni problemi che l’INPS ha creato ai pensionati all’estero, con una serie di errori che hanno creato un indebito e un effetto a catena. Quindi c’è un problema a monte che va risolto, non basta avere rivendicazioni ma anche la capacità di affrontare i problemi generali del paese.

Cosa pensi della proposta di un Contratto Etico per i Docenti di Lingua e Cultura italiana all’Estero, cioè di uno strumento o un documento che preveda un minimo standard lavorativo e qualitativo, soprattutto quando i docenti sono scelti e contrattati in loco, nelle istituzioni italiane all’estero? Parlo degli Istituti Italiani di cultura, delle sedi della Società Dante Alighieri o di tante altre realtà che si riconoscono a vario titolo o si legano economicamente al nostro paese. La proposta era stata portata avanti dagli ex deputati del PD Gino Bucchino e Franco Narducci a partire dal 2008 con la firma di accordi tra le scuole e altre istituzioni “garanti” che avrebbero dovuto creare una forma di controllo su quanto avviene nella diffusione linguistica e culturale all’estero. E’ un po’ come una “Corporate Social Responsability” per gli enti diffusori di cultura.

Penso che il contratto etico sia un tentativo utile che però si lascia alla fine alla volontà delle parti se non c’è un meccanismo per farlo osservare. Ovvero non c’è un meccanismo di, perdonami l’inglese, “enforcement” e quindi non ci sono sanzioni, si dovrebbe passare da un “contratto etico” a qualcosa che possa anche essere sanzionabile se le regole non sono rispettate per cui secondo me vanno introdotti degli standard un po’ più rigidi di controllo del rispetto delle leggi italiane da parte degli enti e da parte dell’amministrazione centrale che poi anche fornisce i finanziamenti agli istituti e centri culturali. Se i soldi del contribuente italiano sono dati per diffondere la nostra cultura e la nostra lingua, lo Stato italiano deve imporre degli standard per cui l’ente che li gestisce debba mantenere dei diritti e degli standard di contrattualistica del lavoro che sono poi una questione di civiltà.

Che senso avrebbe un “partito degli italiani all’estero” specifico oppure la formazione di un gruppo o blocco in Parlamento o prima delle elezioni dedicato esclusivamente agli italiani all’estero? Potrebbe funzionare?

Direi di no. E’ vero che ci sono una serie di problematiche comuni a tutti i partiti che non hanno in effetti nessun colore politico, cioè, per esempio migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione o, per essere pratici, migliorare i servizi consolari: queste cose non sono né di destra né di sinistra. Però è completamente velleitario pensare di fare un “gruppo” all’estero, solo di italiani all’estero. Primo, perché i numeri non garantirebbero comunque nessun tipo di forza e secondo invece per essere incisivi bisogna stare nei partiti di maggioranza dove viene decisa la linea politica, poi, del governo e quindi anche le priorità su come vengono approvate le leggi in commissione che dopo vanno in aula e quindi vengono approvate.

Ma in questo senso quanto e come sarebbe possibile dentro una futura maggioranza o coalizione influire come italiani all’estero allora?

Penso che comunque gli italiani all’estero possano fare delle azioni comuni, soprattutto di sensibilizzazione, e su quelle si può restare insieme. Se si fa un’iniziativa su un problema specifico, perché non farlo tutti insieme, cioè c’è bisogno di un’opera molto incisiva di sensibilizzazione nei confronti della leadership in generale italiana, della classe dirigente italiana, anche dei partiti, e sulla quale si può lavorare insieme sicuramente per fare capire che alla fine ci sono problematiche che sono comune in quanto italiani, oltre che italiani all’estero. Far capire che anche risolvendo questioni legate agli italiani all’estero si servono interessi del paese e che è utile considerarli una risorsa utile per il paese e allo stesso tempo che investire su questi ha un ritorno per il paese, cioè non siamo in contrapposizione, anzi.

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