Intervista al Sen. Luigi Augussori (Lega), Segretario della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, su riforma elettorale e il voto degli italiani all’estero

È d’accordo sulla affermazione che l’attuale sistema di voto per corrispondenza per gli italiani all’estero, abbia dimostrato in questi anni tutti i suoi limiti, soprattutto per ciò che attiene alla segretezza sancita dalla Costituzione. Ritiene ancora possibile intervenire sulla questione nel corso di questa legislatura?

È un’affermazione assolutamente condivisibile. Il voto per corrispondenza non consente di garantire la segretezza, che è uno dei presupposti affinché l’esercizio del voto sia effettivamente libero. Non solo: l’invio per corrispondenza non garantisce che le schede giungano a destinazione o che non siano contraffatte. Insomma, una riforma delle modalità di espressione del voto estero è opportuna.

Sempre nel corso della Conferenza Stato-Regioni-Cgie diversi interventi, sia di autorità diplomatiche che dei rappresentanti dei partiti, si sono espressi a favore di misure sanzionatorie contro coloro che commettono brogli elettorali nella Circoscrizione Estero. Quali sono a suo avviso i correttivi da introdurre per garantire un voto democratico e partecipato?

Sanzionare chi commette brogli elettorali è sacrosanto. Ma sarebbe opportuno modificare il procedimento elettorale per evitare, per quanto possibile, brogli ed irregolarità, in particolar modo penso alla valorizzazione degli uffici diplomatici e consolari, dove possibile, per consentire un voto regolare e controllato oppure al voto elettronico. Può sembrare rischioso e manipolabile, ma in definitiva presenta controindicazioni minori rispetto al voto per corrispondenza.

La magistratura e la Giunta per le elezioni del Senato, della quale lei è membro autorevole, si stanno occupando degli episodi avvenuti in Sudamerica nel corso delle ultime elezioni; lei crede che questa volta si andrà fino in fondo, individuando precise responsabilità e, se ciò avverrà, arrivando alla perdita del mandato parlamentare di chi si sarebbe beneficiato di tali brogli? A suo avviso le procedure per gli accertamenti di casi come questo sono adeguate? Da più parti, da esponenti delle nostre associazioni come da consiglieri e Presidenti di Comites, abbiano infatti ricevuto commenti di questo tipo: “Anche questa volta non succederà nulla o se si farà qualcosa sarà solo pochi giorni prima della fine della legislatura”. Come reagisce e cosa possiamo rispondere a questo sentimento di impunità dei responsabili o di inutilità del libero voto che serpeggia sempre più tra i nostri connazionali all’estero?

Essendo io, all’interno della Giunta per le elezioni, membro del comitato ristretto che ha ancora in corso l’esame del caso cui Lei si riferisce, mi permetta di non fare commenti specifici per le ovvie ragioni che ben può comprendere. Occorre però considerare che, in situazioni del genere, la Giunta e l’autorità giudiziaria procedono seguendo logiche differenti: la Giunta è competente a verificare la regolarità delle operazioni elettorali, o se preferisce a verificare che il singolo senatore sia stato eletto avendone i requisiti, personali ed oggettivi, mentre l’autorità giudiziaria agisce per valutare condotte potenzialmente rilevanti sotto il profilo della responsabilità penale. È ovvio che se ci sono dei brogli, e l’autorità giudiziaria li accerta, la Giunta non può non tenerne conto. Ma quest’ultima agisce su un piano diverso: un’elezione può essere annullata anche per semplici errori materiali. Quanto ai tempi, comprendo l’obiezione, ma va detto che annullare un’elezione richiede verifiche approfondite e per farle serve tempo. Quel che posso assicurare è che se ci sono stati dei brogli o delle irregolarità la Giunta agirà per ripristinare la legalità cosa che ha già dimostrato di fare, ad esempio, sovvertendo il risultato del collegio senatoriale di Modena.

L’idea di fare sistema e valorizzare al meglio il fattore identitario che accomuna gli italiani all’estero è molto affascinante.

Le Regioni italiane hanno leggi, normative e approcci molto diversi con le Associazioni che si occupano delle comunità italiane all‘estero. Questo ha comportato negli ultimi anni una drastica riduzione di risorse e spesso una abrogazione delle Consulte regionali. È’ possibile a suo avviso armonizzare con delle linee di indirizzo nazionali le attività regionali sulla emigrazione e nei rapporti con l‘Associazionismo?

L’autonomia regionale è un punto fermo che permette di valorizzare la tipicità e la varietà di ogni parte del nostro bellissimo paese. Anche in tema di emigrazione ogni territorio ha vissuto le sue differenze soprattutto distinguendosi per tipologie, epoche e destinazioni. È quindi positivo che ogni Regione possa articolare il proprio impegno e attenzione potendo modulare la propria iniziativa seguendo una propria linea di intervento. Temo che un intervento generalizzante che vada oltre, ad esempio, i paletti di una legge quadro porti ad un appiattimento poco utile.

Ritiene che debba essere modificata o cambiata l‘attuale normativa per l’ottenimento della cittadinanza da parte dei discendenti di emigrati italiani?

La parificazione con gli altri percorsi che prevedono il test linguistico potrebbe essere un elemento da valutare, potrebbe essere anche uno stimolo a sentirsi maggiormente parte di una comunità. Più in generale siamo aperti ad approfondire ogni proposta che possa migliorare aspetti specifici e ritenuti critici del sistema attuale.

Cosa ne pensa della visione “italica” contenuta nel Manifesto “Svegliamoci italici” di Piero Bassetti, rispetto al concetto tradizionale di identità nazionale e di italianità.

L’idea di fare sistema e valorizzare al meglio il fattore identitario che accomuna gli italiani all’estero è molto affascinante. Le comunità italiane sparse per il mondo possono, e devono, essere un grande strumento di soft power per un paese come il nostro: divulgano la cultura del cibo, lo stile di vita italiano, capacità artistiche, culturali e imprenditoriali, e sono ambasciatori del cosiddetto Made in Italy. Abbiamo fatto molte battaglie, soprattutto in Europa, a difesa di questi concetti. 

Infine avendo svolto una intensa attività di assistenza per gli italiani bloccati all‘ estero in collaborazione con Regione Lombardia, vorremo porle una ultima domanda su una questione a cui a nostro avviso non è’ stato svolta una opportuna riflessione: Quali interventi ritiene si debbano adottare per rafforzare la capacità di intervento dell’Unità di crisi della Farnesina e della Rete Consolare italiana all‘estero, alla luce della esperienza maturata con la vicenda della migliaia di connazionali bloccati all‘estero a causa della crisi pandemica?

È stato un tema dirimente nella prima fase dell’epidemia, di cui ci siamo occupati proponendo diversi atti di sindacato ispettivo. Prima di tutto abbiamo chiesto al governo di usufruire del Meccanismo di protezione civile europea (UCPM), che ha un budget di 368 milioni di euro, e tra i suoi scopi c’è proprio quello di fornire una risposta comune alle catastrofi. È un meccanismo che è stato fortemente usato dalla Germania, dalla Francia e dalla Spagna per il rientro dei propri cittadini, mentre l’Italia nella fase iniziale ha avuto difficoltà. Abbiamo inoltre spinto il governo ad operare maggiormente con voli speciali: inizialmente i cittadini all’estero sono stati lasciati soli, e abbiamo raccolto tantissime testimonianze di concittadini catapultati dentro un’odissea fatta di voli cancellati e rimandati. L’utilizzo della nostra rete diplomatica deve diventare il modello operativo sempre, non solo in fasi emergenziali: bisogna essere in grado di fare sistema, di intendere la nostra rete consolare non come un costo ma come un’eccellenza e uno strumento politico. Nella prima fase dell’emergenza epidemiologica abbiamo visto una notevole tendenza accentratrice, anche sul piano dei rimpatri, e poco coinvolgimento del nostro corpo diplomatico.

Condividi