La (ir)responsabilità dei Paesi Arabi, da extrema ratio di Greta Cristini
La (ir)responsabilità dei Paesi Arabi
Nessuna NATO araba alle viste. I paesi del Golfo, ora minacciati dal progetto teocratico della Grande Israele più che da un Iran indebolito, continuano a ricercare garanzie di sicurezza esterne.
Il peggiore incubo dei paesi arabi dalla fine della seconda guerra mondiale si sta facendo realtà: trovarsi nel fuoco incrociato di un conflitto regionale su vasta scala, senza la protezione garantita dagli americani.
Così, l’idea di una NATO araba è riemersa, come avvenuto quasi regolarmente negli ultimi anni. Nel 2015 il piano della Lega Araba esortava all’istituzione di una forza antiterrorismo congiunta. Nel 2017 l’Arabia Saudita proponeva di stabilire un’alleanza per la sicurezza in Medio Oriente proprio con il nome di “NATO araba”, ricevendo il pieno sostegno dell’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
La formula è tornata anche in questi giorni nella bocca degli osservatori con il rilancio di una proposta egiziana durante il vertice straordinario di due giorni convocato a Doha fra ministri degli Esteri e Capi di Stato di 57 paesi arabi o islamici, dopo l’attacco israeliano a una villetta a due piani nel complesso residenziale del quartiere Leqtaifiya/West Bay Lagoon di Doha, vicino a Wadi Rawdan Street il 9 settembre scorso, dove era in corso una riunione dei membri negoziatori di Hamas volta a esaminare l’ultima proposta americana per un cessate il fuoco a Gaza.
Focus: Il Qatar sta affrontando uno dei suoi momenti più tesi. Con un peso geopolitico specifico legato principalmente al suo ruolo neutrale di mediatore, facilitatore, forte della presenza nel suo territorio della base militare americana più grande del Medio Oriente, ma anche delle delegazioni di attori considerati “paria” nella regione dalla prospettiva occidentale (come i membri di Hamas che lì risiedono dal 2012 su esplicita richiesta statunitense), il paese arabo è stato violato nella sua sovranità con due attacchi provenienti dalle due principali minacce securitarie nella regione. Prima dall’Iran a giugno, durante la guerra dei 12 giorni, quando Teheran ha colpito proprio la base militare statunitense di al Udeid a Doha. E adesso da Israele, con la morte di 5 membri di Hamas e un agente di sicurezza del Qatar.
Ma è davvero possibile stabilire un’alleanza quando nella regione i vari paesi hanno rapporti e relazioni così poco chiari, oltre a posizioni divergenti sul conflitto in corso?
Analizziamo i risultati di quest’ultima conferenza, per esempio. Al di là di una forte retorica, non solo di condanna verso Israele, ma sopratutto sulla necessità di una struttura di difesa congiunta che sembrerebbe farsi sempre più urgente a causa del percepito assottigliamento della garanzia di deterrenza e sicurezza offerta tradizionalmente dagli Stati Uniti – presi da crisi interne, gradualmente disinteressati a una presenza militare stabile in Medio Oriente e sempre più incapaci di imporsi diplomaticamente sull’oltranzismo militare dello Stato ebraico – nei fatti, c’è ben poco da rimarcare o ritenere.
Certo, il Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) – composto da Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – ha affermato l’impegno all’implementazione di un meccanismo di difesa congiunto per cui sarebbero già in corso consultazioni fra i rispettivi organi militari. Ma la proposta egiziana sulla creazione di una Nato araba composta da 20 mila uomini e pronta a intervenire è stata rinviata alle prossime riunioni.

Sopratutto, diversi fra i principali Stati della regione, tradizionalmente al centro dell’attenzione per i loro rapporti con Israele, non hanno preso posizione in modo marcato. Non tutti i monarchi presenti, per intenderci, si sono esposti con un discorso ufficiale al podio dell’assemblea plenaria, preferendo la riservatezza degli incontri bilaterali.
- L’Emiro del Qatar è stato il relatore principale, ha parlato di “terrorismo di Stato” riferendosi al “barbarico” Israele, aggiungendo che con il piano per una Grande Israele, Gerusalemme “sogna che la regione araba diventi una zona di influenza israeliana”. E d’altronde, ha posto una domanda retorica facile, ma essenziale: “Se vogliono insistere sulla liberazione degli ostaggi, perché allora assassinano tutti i negoziatori?”.
- Il Marocco era rappresentato dal Principe Moulay Rachid, da cui sono arrivate le dichiarazioni ufficiali della delegazione, ma non dal re Mohammed VI.
- Nemmeno il Bahrein ha mandato il re in persona: la voce ufficiale di Manama al summit è stata quella di HH Sheikh Abdullah bin Hamad Al Khalifa, rappresentante personale del sovrano.
- Gli Emirati Arabi Uniti hanno partecipato con una delegazione guidata da Sheikh Mansour bin Zayed Al Nahyan (vice-presidente e responsabile della corte presidenziale), che ha pronunciato le dichiarazioni ufficiali per Abu Dhabi; il presidente, lo Sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan, ha invece condotto una visita diplomatica nella regione il giorno dopo il raid israeliano, ma non si è fermato per la plenaria.
- L’Arabia Saudita era rappresentata dal Principe Mohammed bin Salman, presente a Doha e coinvolto nei colloqui e nei briefing, ma benché i comunicati ufficiali sauditi rilancino sue dichiarazioni di posizione, il sovrano non ha preso la parola al vertice.

Dal punto di vista più concettuale attorno all’idea di una declinazione mediorientale di NATO permane poi una domanda di fondo a cui nessuno ha tentato di dare risposta e che palesa quanto sia ancora del tutto indefinito un linguaggio condiviso fra i paesi potenzialmente membri dell’Alleanza.
Chi sarebbe il nemico comune, il bersaglio?
Nel caso della NATO europea, lo sappiamo, il nemico è la Russia. Allargando l’orizzonte e prendendo a prestito le parole del primo Segretario Generale della NATO Lord Ismay “lo scopo dell’Alleanza Atlantica è tenere i russi fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto”. In altre alleanze, come il Quad e l’AUKUS, pur diversi nella forma e nella sostanza, è facile rinvenire il target nella Cina.
E nel caso della NATO araba? Se Stati Uniti e Israele non avrebbero problemi a specificare l’Iran, il fatto che se ne sia tornato a parlare dopo l’attacco israeliano al Qatar e in una riunione di soli rappresentanti arabi o islamici (fra cui proprio l’Iran) mette in discussione questa tesi e getta luce sulle nuove preoccupazioni securitarie di questi paesi.
Ma è possibile, immaginare un’alleanza fra paesi, alcuni dei quali hanno rapporti buoni o comunque dialoganti con Teheran, altri con Israele e che mantengono percezioni diverse della minaccia che questi due Stati rappresentano per la regione?



