Corrispondenza dal Brasile. Perché i bambini delle favelas ridono? — Lombardi nel Mondo

Corrispondenza dal Brasile. Perché i bambini delle favelas ridono?

Perché i bambini delle favelas ridono? Perché disegnano grandi cuori, sole, grandi prati verdi pieni di piante? È una fuga dalla realtà, è il mondo che desidererebbero? Ma se è così, allora perché ridono? Di Giorgio Santelli

Per due giorni siamo entrati a Manguinhos, insieme al gruppo di Redeccap e Cesvi e questa è stata la domanda ricorrente.

 

 

Vedi bambini felici, da una parte, e poi altri bambini, straziati dal crak sui bordi delle minuscole case di favela. E ne vedi anche altri, poco più che adolescenti, davanti alle bocas de fumos (i luoghi dello spaccio), armati, pronti a difendere i capi del narcotraffico. Vedi famiglie dove sembra forte la solidarietà.

Famiglie povere dove spesso esiste solo la madre a capo di un nucleo familiare fatto anche di più figli avuti da uomini diversi e che magari scelgono di adottare una “nonna” non propria, come è il caso della famiglia di Robson.

Vedi bambini che giocano senza nulla, ai bordi di un fiume che sembra un’immensa cloaca, confine di favela. E quando ti dicono che in quel fiume sono anche capaci di “farci i tuffi” dentro, ti si stringe il cuore e ti viene da piangere per la rabbia. Perché? Perché in favela ci arrivi con la metropolitana, partendo magari da Gloria, una delle stazioni di una Rio de Janeiro che lì sembra New York. E quando scendi a Maria da Graça, arrivi in quest’altra dimensione. 7milioni di bambini, ragazzi donne e uomini vivono delle favela.

E il turista che arriva a Rio può scegliere anche di comprare per poche decine di Reais un biglietto di un pulman che ti fa entrare in una favela (Rocinha) quasi fosse uno zoo. Povertà e disagio diventano oggetti di culto per i ricchi turisti che vengono a vedere come si vive sotto la soglia di povertà. Per questo ti viene da piangere per la rabbia. E, per assurdo, a consolarti sono proprio loro, gli abitanti delle favelas. Ti dicono che si sta male, ma sono addirittura orgogliosi delle loro minuscole case costruite come “congiunti abitativi provvisori (così vengono chiamati dalla municipalità) e che tali restano anche dopo 35 anni. Una provvisorietà permanente.

C’è chi dalle favelas esce per lavorare, chi esce perché fortunatamente è riuscito a crearsi un futuro migliore. Ma alle favelas, alla loro favela, rimangono attaccati, per dimostrare che è possibile anche con il lavoro onesto vivere bene. Non solo con la scelta della criminalità, che ti riduce l’aspettativa di vita a poco più di trent’anni. Queste storie positive poi si estendono a macchia di leopardo, dando vita a progetti che possono essere definiti, per semplicità, di rivalsa sociale.

I bambini, torniamo a loro, che spesso vivono da spettatori situazione di violenza, trovano poi in alcune oasi della cooperazione internazionale italiana, momenti di pace e serenità. Cesvi ha comprato una vecchia casa di registrazione, la Rocha. E’ l’ultimo palazzo con diritto di proprietà prima della distesa delle case di favela. E lì bambini e genitori conoscono un altro mondo. Disegnano, suonano, fanno iniziative di mobilitazione legate alla prevenzione della Dengue, hanno un’aula di informatica, un corso di fotografia. Si incontrano e discutono pensando e agendo alla ricerca di (come dice Leonildo) un altro mondo possibile.

Ci sarà da scrivere parecchio per raccontare quello che abbiamo visto e quello che ci hanno raccontato. Ma ora sono solo sensazioni. E l’ultima sensazione di oggi che vogliamo darvi è quella del parallelismo con alcune zone del nostro Paese.

Andrea, il responsabile dei progetti di Cooperazione del Cesvi in Brasile, sta cercando una copia in portoghese di Gomorra per regalarla a Leonidio, motore insieme a Beth del progetto Casa Viva di Manguinhos di Redeccap e Cesvi. Le Vele di Saviano non sono così diverse da questa realtà. Le dinamiche interne sono simili, come simili le difficoltà dello stato che prova ad intervenire per dare legalità e diritti ad un pezzo di mondo privato di tutto. Senza esaltare la politica di Lula che molto ha fatto ma che tanto di più potrebbe fare, qui hanno trovato una “strada” per riportare lo stato là dove c’è l’antistato. Entrare nella favela. Con opere infrastrutturali che abbattono le difese dei narcos.

La favela fatta di piccoli vicoli viene aperta da strade. Le abitazioni abbattute (sebbene costruite in modo illegale) vengono ricostruite in zone diverse per risarcire gli abitanti. La linea ferroviaria che delimita, insieme al fiume-cloaca, il territorio dei narcos, viene rialzata e sotto vengono abbattuti i muri di quella che loro chiamano “striscia di Gaza” per fare dei prati. 

 

Quei grandi prati verdi che i bambini di Manguinhos disegnano e sognano e che li rendono così felici.

 

Adotta a distanza la casa viva di Manguinhos

Fonte: www.cesvi.org

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martedì 28 Gennaio, 2020