Lima: il cambio di vita di un ex pandillero — Lombardi nel Mondo

Lima: il cambio di vita di un ex pandillero

“Ad un certo punto la banda diventa la tua unica famiglia. L’unico luogo dove la tua voce viene ascoltata e la tua opinione vale qualcosa. Perché – racconta Elmo – alla fine, le storie di vita in una pandilla (la banda, in spagnolo) sono quasi sempre storie di marginalizzazione e solitudine.”
Lima: il cambio di vita di un ex pandillero

Elmo nel video delle Iene- Foto: © Le Iene

Elmo Molina ha trentotto anni e fino a qualche anno fa si sentiva vecchio. “Vecchio dentro, perché stavo vivendo troppo in fretta, lasciando morire poco a poco sulla strada tutto quanto di buono era rimasto dentro di me.”

Le strade sono quelle di Lima, nove milioni di abitanti nel cuore del Perù. Megalopoli che cresce a ritmo veloce e disordinato. Dai quartieri esclusivi con le fuoriserie e le vetrine colorate alle favelas senza regole. Comanda la legge del più forte, lontano dalle vetrine colorate.

Elmo era tra questi, uno dei più forti, uno dei capi. “Quando sei capo ti senti invincibile e rispettato. Oggi, a distanza di anni, mi rendo conto che non ero rispettato, ero semplicemente temuto. Mi sono trovato a far parte di una banda che ero giovanissimo, quasi un bambino. Nel barrio Planeta, a pochi passi dal centro, comandavamo noi”.

Fissando gli anelli che porta al dito, chiedo a Elmo come ci sia entrato. “Ballando la break dance” mi risponde ridendo per la prima volta. “Da bambino non mi piaceva andare a scuola, passavo il tempo in strada, nel mio barrio (il quartiere), con i ragazzi più grandi e la musica a tutto volume che ci faceva ballare. Le ragazzine si avvicinavano ed avevamo un discreto successo. A casa mia non c’era mai nessuno ed io mi sentivo bene in strada. In poco tempo il nostro gruppo é cresciuto, abbiamo iniziato a spostarci, i primi furti, le prime risse con i ragazzi degli altri quartieri sono diventati qualcosa di più grande di un semplice gioco.”

Era la fine degli anni ottanta, gli anni degli attentati con le autobombe che scoppiavano ai bordi delle piazze. La polizia era occupata nella lotta al terrorismo e al narcotraffico, non nella semplice violenza di strada. “Credo che questo ci abbia facilitato le cose, potevamo agire come meglio credevamo, quasi impuniti. La legge la facevamo noi. Io avevo, e credo di avere ancora, un carisma particolare per il quale sono stato scelto come leader. Los Halcones (I Falchi), così si chiamava la nostra banda, era diventata la più temuta di tutta Lima. Furti, droga, violenza, era quella la nostra vita.”

Ed esistevano anche codici particolari? “Nelle pandillas peruviane, a differenza di quelle centroamericane, non esistono particolari codici o riti di iniziazione. Noi avevamo soltanto una regola, alla quale non si sgarrava: proteggi il tuo barrio, difendi i tuoi compagni e non fare mai la spia.”

Le stradine del barrio Planeta ci riempiono presto di polvere. In linea d’aria, siamo a poche centinaia di metri dalla Plaza de Armas, con la cattedrale ed il palazzo del governo, eppure sembra di essere in un altro mondo. Strade in terra e piene di buche, case costruite dalla necessità di chi le occupa, ognuna diversa dall’altra e tanta immondizia ai lati. Un piccolo tesoro per i gruppi di cani randagi che vi trovano sempre qualche resto da mangiare.

Elmo si avvicina ad uno dei venditori ambulanti diretti verso il centro, dove è più facile vendere qualcosa. Cerco di non perderlo di vista, so bene che senza la sua compagnia non passerei dei bei momenti. Mentre compra una bottiglietta di cola, mi racconta di quando è stato in carcere: “Ce ne hanno messo di tempo, ma alla fine sono riusciti a prendermi. Ormai il mio nome e la mia faccia erano il chiodo fisso di ogni commissariato di Lima. In carcere ho capito una cosa: la sola risposta che la società sa dare alla violenza è rinchiuderti in una cella. Quando mi liberarono non ero cambiato minimamente e questo mi fece riflettere. Aspettavo che mi assegnassero a qualche programma educativo, invece nulla. Dopo la cella, di nuovo la strada.”

“Il cambio nel mio caso è stata un’esperienza intima e personale. Un uomo ubriaco disteso semi incosciente tra la sporcizia di un marciapiede ha riflesso la mia immagine. Mi sono rivisto in quell’uomo e ho avuto paura. Paura di passare il resto della mia vita così. Ho iniziato a pensare: far parlare le pistole ed i coltelli, affrontarsi con le altre pandillas ed imporre la propria legge, altro non è che una lotta a circuito chiuso. Ci stavamo facendo la guerra tra di noi, tra gente con gli stessi problemi, le stesse difficoltà. Quella gente e quei problemi, però, li conosco perfettamente. Mi sono detto che la vita, qualsiasi vita, ti insegna sempre qualcosa e nessuno può privarti delle proprie esperienze. E così ho deciso di sfruttarla, questa esperienza.”

Parli della tua Associazione? “Si. Si chiama Central General de Agrupación Juvenil de Lucha Contra la Violencia y Resolución de Conflictos Hurbanos. Il nostro obiettivo è duplice: offrire ai giovani un’alternativa alla strada e sradicare il pregiudizio che da un pandillero non possa uscire nulla di buono. Sento che in questa società uno sbaglio è come un marchio a fuoco sulla pelle, la gente ti giudicherà sempre per quello che sei stato. In questo senso, la società è al contempo vittima e causa della violenza: vittima quando la subisce, causa quando marginalizza e non offre valide alternative. Con l’associazione stiamo organizzando corsi di falegnameria e di meccanica, tornei sportivi, incontri nelle carceri e nelle scuole. Attualmente stiamo seguendo una quarantina di giovani con un passato di droga e violenza. La settimana scorsa abbiamo ottenuto che una delle bande di Ventanilla (un altro dei quartieri di Lima) consegnasse pubblicamente le proprie armi alla polizia, come segno di riappacificazione”.

La sua storia è emblematica, tanto che la faccia di Elmo è passata dalle bacheche delle stazioni di polizia alle riviste di giustizia giovanile. Dopo aver lavorato come educatore per la municipalità è stato più volte intervistato e preso come esempio. Persino Le Iene, il noto programma televisivo, ha fatto un servizio con lui (qui il video).

“Da quando faccio l’educatore sento che ho trovato un ruolo e una missione nella vita. Non mi sento più vecchio, nonostante sia già nonno di un nipote bellissimo. Al quale, così come ai miei figli, non nasconderò nulla del mio passato. Anche perché – dice sorridendomi mettendo in mostra il suo dente d’oro – pur volendolo non potrei farlo. Basta guardarmi, porto ancora i segni di proiettile sullo stomaco”. Sollevando la maglietta dei Los Angeles Lakers mi fa vedere una grossa cicatrice, retaggio di una sparatoria tra bande rivali. Non posso far a meno di notare il dente di squalo che pende a mo’ di ciondolo da una delle catenine che porta al collo.

“Come vedi mi piacciono gli animali: sono più liberi di noi e non smettono mai di lottare. Non è un caso che la nostra banda si chiamasse Los Halcones”.

“Tieni – mi dice porgendomi il dente di squalo con la mano – te lo regalo”.

Andrea Dalla Palma

Fonte: Unimondo

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martedì 28 Gennaio, 2020