Mais, di Vittorio Bocchi

Mais non è solo un romanzo di emigrazione. Evoca un’epopea della pianura padana dall’Unità d’Italia alla Prima guerra mondiale, stagliando i destini dei protagonisti oltre i conflitti del Novecento. Introdotto da una citazione dalla canzone di Paolo Conte Diavolo Rosso: «Quelle bambine bionde / con quegli anellini alle orecchie / tutte spose che partoriranno / uomini grossi come alberi…», esso è una vera e propria saga che si snoda attraverso le vicende di tre generazioni di braccianti. La campagna sul fiume Po nell’estremo lembo orientale della Lombardia, le lotte contadine, l’emigrazione avventurosa verso le giungle tropicali dell’America centrale, la Parigi della modernità, gli stravolgimenti politici e sociali di un secolo. Il tutto calato in un’ambientazione storica ricostruita nei minimi particolari.

Presentato ancora inedito al Premio Calvino 2015, ecco uno stralcio del giudizio emesso dal Comitato di lettura: «Partendo da una grande cascina di pianura (vero centro emanatore, quasi protagonista più che umano…), i protagonisti negli anni dell’emigrazione si spingono fino in America. Ma non l’America più prevedibile, bensì il Costarica. E nelle pagine dedicate all’avventura tragica nelle giungle tropicali, tra malattie e ben poco folclore, va forse identificato lo snodo più originale del romanzo. Oltre al Costarica, un ramo della saga va a radicarsi nella Parigi del 1913, segnata dall’esplosione del Sacre du Pintemps e di Joséphine Baker (e anche questa ricostruzione è perfetta e molto godibile)».

 Di seguito, l’introduzione al romanzo.

C’è una canzone di Paolo Conte, il testo della quale condensa in pochi secondi quello che molti libri e film non sono riusciti a dire fino in fondo riguardo la civiltà rurale della Pianura Padana. Essa è fotografata all’apice della sua catarsi, se così si può affermare, che allo stesso tempo ha segnato anche l’inizio della sua dissoluzione, tra l’ultimo trentennio dell’Ottocento e il primo ventennio del Novecento; mentre l’Italia si trasformava in un incandescente crogiolo sociale, politico, artistico. Egli canta il suo nord-ovest, ma questo piccolo poema vale per tutta la valle del Po.

Quelle bambine bionde
con quegli anellini alle orecchie
tutte spose che partoriranno
uomini grossi come alberi
che quando cercherai di convincerli
allora lo vedi che sono proprio di legno
[…]
Guarda le notti più alte
di questo nord-ovest bardato di stelle
e le piste dei carri gelate
come gli sguardi dei francesi
un valzer di vento e di paglia
la morte contadina
che risale le risaie
e fa il verso delle rane
e puntuale
arriva sulle aie bianche
come le falciatrici a cottimo
Voci dal sole altre voci,
da questa campagna altri abissi di luce
e di terra e di anima niente
più che il cavallo e il chinino
e voci e bisbigli d’albergo:
amanti di pianura
regine di corriere e paracarri
la loro, la loro discrezione antica
è acqua e miele
[…]
Girano le lucciole
nei cerchi della notte
questo buio sa di fieno e di lontano
e la canzone forse sa di ratafià

Voglio raccontarvi una storia, ma tremano i polsi, perché temo di non riuscire a rendere giustizia a quelle «bambine con quegli anellini alle orecchie» e a quegli «uomini grossi come alberi». Riconosco una delle bambine nella fotografia che ho sottomano di mia bisnonna – lei non è bionda come quelle di Conte. Sta in piedi dietro il bisnonno, seduto davanti all’obiettivo, in uniforme, pronto a raggiungere il fronte della Prima guerra mondiale. Tiene una mano sulla spalla di lui, impietrita nello spasmo della posa. Indossa un cappotto scuro col bavero di pelliccia, ai piedi due stivaletti logori ma ben lustrati. Non si sorrideva allora davanti all’aggeggio fotografico, era un lusso che poteva permettersi qualche stravagante signore o gli uomini e le donne di spettacolo; gente poco seria. I contadini e i braccianti ridevano fra loro, a tavola, nelle osterie, nelle veglie notturne, nei campi assolati, tra i canali e gli argini

del fiume. Un riso spesso rabbioso di vita e miseria, per niente frivolo; un riso terrificante, che si faceva minaccioso quando risuonava dalle moltitudini in rivolta che emergevano dalle valli seminate a mais. Un riso che sapeva prendersi gioco di tutto, della fame, della storia, della morte. Nel paese dove sono nato è vissuto un mio omonimo. Spesso raccontava di quando, giovane militare, faceva la guardia alla

regina, in uno dei palazzi reali. Alla domanda se sapeva il perché della nascita di Umberto di Savoia, così sfacciatamente alto rispetto al padre, si lisciava i baffi, mostrando tutta la sua imponenza, che ancora in vecchiaia sovrastava ognuno di quelli che lo stavano ad ascoltare all’osteria. Rimaneva lì, muto, con il

sorriso sospeso, beffardo e visibilmente compiaciuto. È andato nella tomba con lo stesso sorriso, senza mai aggiungere altro al racconto della sua giovinezza al servizio del re. La storia che voglio raccontarvi ha bisogno dell’odore di «fieno e di lontano» e di veder girare «le lucciole nei cerchi della notte».

 

Vittorio Bocchi, editore e autore mantovano (1964). Ha pubblicato romanzi: Tre Concerti, Strix Sive Ars Moriendi; narrativa: Altitudo, Viaggio sulla Luna – Messico, L’Oca della Neve, Matilda e il Capitano – ovvero il Moby Dick perduto, Matilda e il Capitano nella Linea d’Ombra, Mississippi Border, Matilda e il Capitano in Una Stagione all’Inferno; saggi di storia e biografie: L’Altro Italoamericano, Il Cigno degli Andreasi, Il cavalier Francesco Bisighini – Ritorno da Buenos Aires. Autore del documentario Francesco Bisighini – Ritorno da Buenos Aires.