Giovani italiani in cerca di lavoro: 1 su 4 pronto ad allontanarsi da casa — Lombardi nel Mondo

Giovani italiani in cerca di lavoro: 1 su 4 pronto ad allontanarsi da casa

Si rivolgono a proprie conoscenze personali o in modo diretto ad aziende per verificare eventuali disponibilità, 8 su 10. Sperano nel tempo indeterminato, ma sono pronti ad accettare tutte le altre possibilità, anche andando a lavorare “fuori” (il 23%) e per compensi non certo elevati

Milano – Erano quasi 1 milione e 200 mila i giovani italian under 35 disoccupati attivamente impegnati nella ricerca di lavoro nel primo semestre 2011, col “fai da te” in netta prevalenza: 8 su 10 si rivolgono a proprie conoscenze personali o in modo diretto ad aziende per verificare eventuali disponibilità. Sperano nel tempo indeterminato, ma sono pronti ad accettare tutte le altre possibilità, anche andando a lavorare “fuori” (il 23%) e per compensi non certo elevati.

Solo il 30% si è recato recentemente nei Centri per l’Impiego, sottolineando una delle criticità dell’incontro domanda-offerta di lavoro: i servizi attivi ottenuti dai giovani disoccupati (offerte di lavoro, orientamento o opportunità di corsi di formazione) appaiono infatti inefficaci. Sono i dati emersi dall’ultima ricerca realizzata da Datagiovani, gruppo di studio nato nel 2010 come spin-off di Panel Data – Istituto di Sondaggi per fotografare in modo scientifico la situazione dei giovani italiani, troppo spesso legata ad “aspetti negativi o fenomeni di costume del momento”, se non ad etichette tipo “bamboccioni”.

Giovani a caccia di lavoro: prevale il fai da te. Dei circa 1 milione e 200 mila disoccupati under 35 italiani nel primo semestre 2011, 820 mila (il 79%) per trovare lavoro si rivolge prevalentemente a parenti, amici o sindacati ed il 75% presenta domande di lavoro o curriculum a privati; un ulteriore 58% esamina offerte sui giornali ed il 54% va su Internet. Solamente 3 giovani su 10 si sono rivolti recentemente ai Centri per l’Impiego.

Differenze territoriali marcate tra Nord e Sud. Al Nord è più diffusione della media nazionale il canale delle agenzie interinali (36%), che superano i CPI. Al Sud invece queste modalità sono sfruttate molto meno, con i CPI che catalizzano solo un giovane su quattro. Se le relazioni di conoscenza sono le più gettonate in tutto lo stivale, al Sud sale la quota di domanda e partecipazione ai concorsi pubblici (9%). Molto più bassa in generale appare la ricerca di lavoro fai da te nel Mezzogiorno, probabilmente per la maggiore rarefazione delle opportunità lavorative.

I Centri per l’Impiego non funzionano. Focalizzando l’attenzione su quelle che dovrebbero essere le strutture istituzionali privilegiate per l’incontro tra domanda e offerta di lavoro nei territori, emerge invece una delle criticità del nostro Paese: se nel corso della loro “vita di ricerca” del lavoro, il 72% dei giovani italiani ha avuto almeno un contatto coi CPI, ben il 30% è rappresentato da soggetti che da 3 anni non hanno più niente a che fare con essi (40% al Sud) e solo il 18% nell’ultimo mese. Il motivo della “disaffezione” si spiega immediatamente verificando che sono quasi irrilevanti le quote di giovani che hanno beneficato nell’ultimo anno di azioni attive, quali un’offerta di lavoro, di partecipazione ad un corso di formazione professionale o per ottenere orientamento nel trovare un impiego.

Il lavoro “desiderato”: pronti a tutto. I giovani cercano in larga misura il lavoro dipendente (75%) piuttosto che quello in proprio, soprattutto al Nord (84%), ma in generale per uno su quattro è indifferente. Solo il 14% cerca lavoro sotto casa, mentre ben il 23% è pronto a muoversi: il 15% in tutto il Paese e l’8% (quasi 85 mila giovani) sarebbero pronti ad emigrare per lavorare. Il guadagno medio desiderato punta più sui 900 che sui mille euro netti al mese, precisamente 927. Ma quattro su dieci si accontenterebbero anche di meno di 800 euro.

Il pericolo della flexicurity all’italiana. Questi dati – sottolineano i ricercatori di Datagiovani – evidenziano una volta di più quello che altri attori istituzionali e ricercatori del mercato del lavoro dicono da tempo: è impossibile parlare nel nostro Paese di flexicurity per i giovani prendendo a modello le buone pratiche europee, senza riformare profondamente il sistema dei Centri per l’Impiego, in modo che possano effettivamente rappresentare il punto di congiunzione tra domanda e offerta di lavoro, fornendo servizi efficaci ed efficienti per chi si deve collocare, o ricollocare, sul mercato.

 

Fonte: (aise)

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martedì 28 Gennaio, 2020