Nicolò, di Francis Sgambelluri

Il romanzo Nicolò, di Francis Sgambelluri, racconta una storia d’emigrazione che dal Sud Italia porta prima in Francia e poi a Sidney, in Australia. Il ritorno alla terra natale è complicato. Il protagonista inizia una lotta interiore e con la realtà che lo circonda in cui rischia di perdersi. Il passato riemerge, implacabile, e lo mette con le spalle al muro.

Qui le prime 13 pagine:

I

– Mamma, mamma! – grida la bambina correndo in casa. – Su per la strada sta venendo un signore con una valigia in mano.

La madre apre la finestra, sporge la testa e vede l’uomo avanzare. Non le sembra di conoscerlo e si domanda chi mai sia.

Il forestiero, alto, brizzolato, cucito in un vestito scuro, non ha l’aria di appartenere a quel luogo. Cammina con passo deciso e di tanto in tanto si passa la valigia da una mano all’altra. Ha caldo, suda. Mentre si avvicina, cerca nella memoria un ricordo per identificare quel volto. Chi può mai essere? E la casa? È stata costruita senz’altro di recente. Si ferma, mette giù la valigia, guarda la donna. Gli è del tutto estranea. Si limita a un saluto di cortesia.

Lei risponde e chiude la finestra.

Lui riprende la valigia e continua per la sua strada.

Dopo un po’, arriva davanti a un casolare. Incredibile: è come l’ha lasciato. Da quando è morta sua madre, nessuno ci ha più abitato. Fermo, col bagaglio in mano, l’osserva, scrolla il capo, posa la valigia, va dove una volta tenevano le bestie e, sotto il solito sasso, trova la chiave. La prende. Apre la porta. Entra.

Un lezzo di cose vecchie colpisce le narici. Topi, scarafaggi e altri animaletti fuggono via. Apre le finestre. Stridono, sono sverniciate, sgretolate, decrepite. Un’enorme macchia nera copre il soffitto. La polvere, il vecchiume, lo sfacelo sono ovunque. Il tempo che paralizza e l’abbandono regnano lì dentro.

Vede che lo scudiscio è ancora al suo posto, appeso al muro vicino al camino. Sussulta, guarda altrove. La sua fotografia, l’unica che gli avevano fatto, è anch’essa là al suo posto, concava, unta, senza cornice e mangiucchiata dagli anni. La prende e la porta in camera da letto, dove si trova il solito pezzo di specchio rotto. Lo pulisce col fazzoletto e, tenendo la fotografia a distanza, cerca di intravedere se ci sono segni di rassomiglianza tra Nicolino e Nicolò. A prima vista non vede alcuna traccia di sé in quel bambino nudo e grasso al centro della foto, seduto su un cuscino, tutto assorto a guardare qualcosa. Continua a osservarlo. Poi, dopo un attento esame, percepisce la somiglianza. È lo stesso sguardo che aveva da piccolo e che ha ancora. Allora tutto gli sembrava uno splendido spettacolo, un grande parco giochi; ora lo spettacolo è diverso.

Esaminando con crescente attenzione la foto, nota che gli angoli della bocca erano leggermente predisposti, quasi pronti a sorridere al mondo. Che bontà, che spontaneità: Nicolino, il bambino Nicolino, pronto a sorridere al mondo!

Passando dalla foto a sé stesso e cercando di unire il bambino all’uomo e viceversa, gli viene da ridere. Ma la risata si trasforma in una smorfia.

La camera in cui dormiva è dominata dal disordine. Le ragnatele del soffitto, investite da un filo d’aria che entra dalle finestre, oscillano pigramente. I muri hanno delle crepe, in un angolo una sedia sgangherata, il letto è sepolto dalla polvere. Si avvicina. Lo preme. Sente il fruscio delle foglie di granoturco.

Continua a guardare e a toccare oggetti. Si accorge che ovunque metta i piedi, lascia orme come se stesse camminando sulla sabbia. Rimane immobile, pensieroso; ascolta, guarda, rivede della vita bagliori sfumati; si sente inondato da impressioni, percorso da brividi, circondato da creature ostili, e in questo ingorgo di immagini la mente è invasa dai ricordi; ricordi che scoppiano nella testa come fuochi d’artificio in un cielo buio.

Fuori passa un’auto, poi un’altra che non prosegue, si ferma. Nicolò si riscuote. Esce. Vede un uomo scendere da una Cinquecento, sente la sua voce forte e acuta: – Gesù Giuseppe e Maria!

Lo riconosce. In un attimo si trovano l’uno nelle braccia dell’altro. Si stringono forte. 

– Potevi almeno informarci! Così all’improvviso? Dio mio, chi mai avrebbe pensato che ti avremmo rivisto! Non riesco a crederci – e lacrime cominciano a spuntare da quegli occhi piccoli e penetranti, pieni di emozione.

Nicolò, che ha già dimenticato le impressioni esplose in lui poco prima, rimane freddo, impenetrabile, stupito da tanta effusione. È da tempo che non condivide più tali fervori.

– Non l’ho fatto perché non sapevo dove e a chi scrivere.

– Come; non sapevi a chi scrivere? A me, naturalmente – fa l’altro, asciugandosi gli occhi.

– E se non abitavi più nello stesso posto?

– Da noi l’indirizzo si cambia raramente, e poi qui a Calvario il mio nome lo conoscono tutti.

– Hai ragione, cugino, avrei dovuto scriverti.

– Non fa niente. Dimmi, come sei arrivato?

– Con la corriera fino a Ferretti, il resto l’ho fatto a piedi.

– A piedi… – fa Amedeo, e gli sembra di ritrovare quel clima d’infanzia e di familiarità che c’era una volta tra loro.

Ha un paio d’anni più di lui. È più alto che basso, muscoloso, abbronzato e ha il viso scarno.

– Ti trovo bene, Amedeo.

– Anch’io ti trovo bene, Nicolò. 

– Anch’io… ah, non riesco a credere, non… mi ci vuole un po’ per abituarmi. Adesso, però, devo scappare. Ci sono due proprietari che mi aspettano per delimitare un terreno. È da anni che gli fisso i confini, ma loro continuano a spostarli, per poi accusarsi a vicenda per qualche centimetro di terra in più. La gente qui è così. Perché non vieni anche tu?

– No. Voglio pulire un po’ la casa. Dormirò qui stanotte.

– Se è solo per qualche notte, mia moglie potrà sistemarti da noi.

– Non è solo per qualche notte.

Amedeo gli dà un’occhiata.

– Non credo che tu voglia sistemarti di nuovo qui, dopo tutti gli anni che hai trascorso all’estero.

– Invece sì.

– Ne riparleremo stasera a cena. Non dire di no. Vengo a prenderti verso le sette.

– Non è necessario che ti scomodi. Vengo a piedi. Preferisco. Conosco la strada. E poi non è lontano.

– Come vuoi.

Amedeo corre via, s’infila nella Cinquecento e parte rombando sulla strada non asfaltata.

Nicolò segue l’auto con lo sguardo fino a quando non la perde di vista. Rimane pensieroso. Poi entra di nuovo in casa. Continua a osservare oggetti e a frugare tra i ricordi.

II

La stazione di Stìdero era animata da un gruppo di amici e conoscenti che erano andati a salutare Nicolello. Mentre il treno stava per partire, giovani braccia si alzavano, si stendevano, si mischiavano, si agitavano. Lui ne afferrava due alla volta e le stringeva forte. Tra quelle c’erano anche le braccia di Amedeo che, a treno già in movimento, urlò: – Scrivimi!

– Ho dimenticato tutto quello che ho imparato a scuola. Non so più scrivere.

Poi, dal finestrino, aveva fatto un ultimo saluto con la mano a quel gruppetto che continuava a gesticolare sulla banchina, aveva sbirciato verso le montagne di Fiermonte, dato un’altra occhiata al monte Agave, e poi si era seduto nello scompartimento con il cuore pesante e il viso rigato di lacrime, nonostante si fosse ripromesso di non piangere.

Sul marciapiede c’era altra gente, oltre a quel crocchio chiassoso. Due signori ben vestiti, uno alto, l’altro basso e tarchiato, passeggiavano su e giù a braccetto.

– Un altro straccione è partito – disse quello tarchiato.

– Magari partissero tutti, questi morti di fame – aggiunse l’altro.

– Il signor Lazzaro non vuole che i giovani vadano via.

– E come potrebbe volerlo? questa plebaglia a lui fa comodo. Più ce n’è, meno la paga e più si arricchisce. Per quello che mi riguarda, potrebbero partire o crepare tutti. Senza questi pezzenti tra i piedi si respirerebbe meglio.

Tra coloro che erano andati a salutare Nicolello alla stazione, soltanto il cugino Amedeo era un suo parente prossimo. Della famiglia, quando lasciò Calvario, gli rimaneva unicamente la madre.

Avevano da poco ammazzato suo fratello mentre faceva il servizio militare. Un ufficiale ubriaco, una domenica pomeriggio, per sfuggire alla noia della caserma, era salito su un carro armato e aveva cominciato a pilotarlo sulla piazza d’armi e per le strade. A un certo punto, aveva perso il controllo ed era andato a cozzare contro il muro d’un deposito di munizioni. Dalle macerie, il fratello era stato tirato fuori morto.

La sorella, a sedici anni, si era innamorata d’un uomo sposato. Costui, ritornando un giorno dalla caccia, aveva trovato la moglie a letto con un venditore ambulante e senza pensarci due volte li aveva fatti fuori. Poi era scappato sulle montagne di Fiermonte e in séguito era diventato un bandito. La ragazza, dominata dalla passione, era fuggita con lui e ci era rimasta fino a quando non l’avevano catturato. Dopo l’arresto, non aveva più voluto ritornare a Calvario. Era sparita.

Nicolello, il più giovane dei tre figli, non era venuto al mondo per sbaglio, ma per un ben preciso piano dei genitori. La pensavano così: se fosse nata una femmina, avrebbero trovato il modo di farla morire, perché non avrebbero potuto nutrire un’altra bocca, né procurarle la dote. Se invece fosse nato un maschio, allora l’avrebbero cresciuto, perché un giorno sarebbe stato lui ad assisterli durante la loro vecchiaia.

Venne al mondo un maschio, ma le cose non andarono come loro le avevano progettate. Aveva due anni quando gli uccisero il padre. Un agguato, uno sparo, una pallottola, una cassa da morto, pianti, grida isteriche e pestate di petto; poi il funerale d’un morto ammazzato, il cimitero, il buco, la bara, la terra, la fine d’un essere umano.

L’assassino, un energumeno, si era dato alla latitanza – una cosa molto alla moda da queste parti. Sua madre si era messa a cercarlo con un coltello da scannatoio nella borsa, per vendicare il marito prima che il suo uccisore fosse arrestato. Non ci riuscì, la polizia gli aveva messo le manette prima. Allora la vedova decise che un giorno, quando l’assassino avesse finito di scontare la pena, sarebbe stato lui, Nicolello, a vendicare il padre.

Non andò neppure così. Nicolello non era diventato un assassino per volere della madre, per il vizio della vendetta, altra cosa molto alla moda nella regione di Schidiscita; non era rimasto neanche ad aiutarla nella vecchiaia, ma se n’era andato via che era ancora un ragazzo, in Francia, da una zia.

Quella sera, la sera in cui partì per la Francia, la madre non era andata alla stazione. Era contraria alla sua partenza. La donna aveva avuto il diavolo in corpo per tutto il giorno. Aveva pianto, imprecato contro il figlio e contro il destino. Solo all’ultimo momento e controvoglia, gli aveva preparato la valigia e qualcosa da mangiare durante il viaggio.

Quando era venuta l’ora di andarsene, Nicolello si era presentato a lei, teso, con le braccia puntate verso il basso come due bastoni, lo sguardo diritto davanti a sé, aspettando che gli dicesse qualcosa, che l’abbracciasse almeno quella volta.

Non l’aveva fatto. L’aveva fulminato con un’occhiata e mandato via con un gesto sdegnoso accompagnato da: – Tu non sei più mio figlio. Per me non esisti più. Puoi anche scomparire come tua sorella o morire.

Ormai il treno era sparito. Quelli che lo avevano accompagnato alla stazione, si erano salutati e avevano ripreso la via di casa.

I due signori erano rimasti soli a passeggiare su e giù per la banchina, respirando l’aria salubre del mare, godendosi l’azzurro del cielo che pareva toccasse loro la testa e disquisendo sulla cattiva sorte dei poveri e la buona fortuna dei ricchi.

Tutto ciò succedeva all’inizio degli anni Cinquanta. Da allora sono trascorsi molti anni, accadute molte cose, pensa Nicolò, mentre s’avvia lungo il sentiero che porta all’abitazione del cugino.

III

– Allora, – dice Amedeo – lasci a me la scelta?

– Puoi dargli fiducia, cugino – fa la moglie Lucia. – È un esperto in questo genere di cose. Ha passato più tempo a combinare matrimoni che a fare il suo lavoro.

– Proprio così. Non so come, ma mi viene facile maritare la gente.

– Perché non metti su un’agenzia matrimoniale? – suggerisce Nicolò.