Lettere dal fronte e dalla prigionia di soldati lombardi — Lombardi nel Mondo

Lettere dal fronte e dalla prigionia di soldati lombardi

Lo studiosa Paola Chiesa ha raccolto con cura le lettere che i reduci, i caduti e i dispersi avevano inviato alle famiglie dai vari fronti di guerra e dai campi di prigionia.

Pubblichiamo le schede degli altri tre volumi sui militari lombardi durante la seconda guerra mondiale

 

I primi due volumi sono quelli che colpiscono di più perché rivelano la parte più intima dell’uomo di fronte alla vita agra e alla possibile morte.

Paola Chiesa, LETTERE DAL FRONTE E DALLA PRIGIONIA DI SOLDATI LOMBARDI OPERA IN DUE VOLUMI (2008), OPERA IN DUE VOLUMI,

PP. 421 + PP.349.GUARDAMAGNA EDITORE IN VARZI.

 

“Le cose che si dimenticano – come scrisse Mario Rigoni Stern – possono ritornare. È un dovere far ricordare”. E il modo migliore, a mio avviso, di ricordare i soldati lombardi è farne conoscere le lettere, a volte le loro “ultime” lettere, scritte dal fronte e dalla prigionia durante il secondo conflitto mondiale.

Questa pubblicazione è una restituzione di memoria.

Una pubblicazione in cui ritrovano voce quei “sommersi” della storia che il silenzio delle fonti ufficiali si ostina a soffocare.

Ho raccolto con cura le lettere che i reduci, i caduti e i dispersi avevano inviato alle famiglie dai vari fronti di guerra e dai campi di prigionia. Lettere commoventi, lettere toccanti, lettere che fanno riflettere.

Una serie di lettere inedite che ci restituisce l’intenso scambio di informazioni che il soldato tenne con la sua famiglia, con la moglie e con i suoi cari.

Stupisce, sfogliando i due volumi, non solo la quantità e la varietà delle carte, quanto il numero di scriventi. Presumibilmente tutti i soldati partiti dalla Lombardia scrissero a casa almeno una volta. Una comunicazione, quella scritta, estranea al mondo a cui appartenevano. Un mondo prevalentemente contadino, che per la prima volta si cimenta con carta e penna per mantenere vivi i rapporti con il proprio paese e con i propri familiari.

La lettura di queste preziose lettere ci offre la possibilità di ricostruire l’immagine della guerra attraverso scritture dense di capacità comunicativa, solo all’apparenza omologate dalla censura militare.

Tutti gli scriventi hanno sostanzialmente il medesimo bagaglio culturale: si tratta di giovani con un percorso di studi modesto, solo i più istruiti hanno frequentato la classe quinta elementare. Nonostante ciò, tutti sentono la necessità di scrivere.

Caratteristica costante di molte missive è quella della presenza di formule di apertura e di chiusura che si ripetono sempre uguali. Nelle frasi di apertura spesso leggiamo “godo di ottima salute e spero il simile di voi tutti”  al fine di tranquillizzare la famiglia sul proprio stato di salute.

In quelle di chiusura compare invece “termino con la penna ma non con il cuore”.

I soldati al fronte hanno la necessità di scrivere come di ricevere posta per sentirsi meno soli.

Il desiderio dei soldati è infatti quello di ricevere posta quotidianamente, avere notizie dei propri cari e del proprio paese: “mandatemi lettere lunghe”, “scrivete sovente”.

Essere informati sulle piccole questioni di casa – “com’è la campagna?”, “è piovuto?” – aiuta a sentirsi ancora parte della collettività.

Attraverso la paziente e sempre dolorosa raccolta di lettere conservate negli Archivi del Comando Militare Esercito Lombardia, ne ho selezionate 300 che per contenuto risultano le più significative. Ho preferito riportarle alfabeticamente per autore e non in ordine cronologico.

Le 150 lettere scritte dai vari fronti – alpino occidentale, greco, albanese, africano, russo – e dall’Italia, come ultima data riportano settembre 1943. Unica eccezione il bellissimo scritto di Francesco Gnecchi Ruscone, inviato alla famiglia nel dicembre 1944, perché al momento dell’armistizio era ancora in attesa di chiamata.

Anche i prigionieri di guerra, come i soldati al fronte, erano autorizzati a spedire e a ricevere lettere o cartoline.

Le 150 lettere dalla prigionia – Africa, America, Germania, Grecia, India – raccolte nel secondo volume, colpiscono per la profondità dei messaggi scritti da soldati consapevoli di trascorrere purtroppo gli anni migliori, quelli della gioventù, privi di libertà e circondati da filo spinato.

Ogni prigioniero di guerra era messo in condizione, dal momento della sua cattura o al più tardi, una settimana dopo il suo arrivo in campo di transito, come pure di malattia o di trasferimento in un lazzaretto o in altro campo, di inviare direttamente alla famiglia una cartolina per informare della sua prigionia, del suo indirizzo e del suo stato di salute. Potevano scambiarsi al massimo 25 parole sia di domanda che di risposta e solo di notizie famigliari.

Da segnalare nei due volumi la presenza di lettere censurate. La necessità di salvaguardare la sicurezza nazionale ed evitare che notizie trasmesse dai militari e dai civili potessero essere divulgate anche inconsapevolmente e danneggiare la collettività fece si che il 23 Maggio 1915, il giorno prima dell’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria – Ungheria, con Regio Decreto venne istituita la censura postale da attuarsi con opportune commissioni militari e civili su tutta la posta inviata sia dai militari che dalla popolazione civile. Il sistema censorio dipendeva dal Servizio Informazioni del Comando Supremo Militare. Le tracce postali della censura sono numerose sulle corrispondenze del periodo bellico del secondo conflitto mondiale. Le buste da censurare erano aperte, veniva bollato con numero del censore il foglio della corrispondenza ed ispezionata la busta per accertare eventuali scritti interni specie sulle alette gommate di sigillatura e sotto il francobollo. Successivamente le buste venivano richiuse con una fascetta di censura, solitamente un nastro gommato prestampato che riportava la scritta“ Verificato per censura”. Eventuali frasi non concesse di lieve entità, come nelle lettere qui pubblicate, erano cancellate con inchiostro di china. Se gli invii rientravano in normative non concesse erano restituiti al mittente, se invece le frasi erano considerate gravi, la corrispondenza era trattenuta dalla censura che segnalava il fatto all’autorità militare per i provvedimenti che potevano essere anche molto pesanti per i civili e pesantissime per i militari.

Nella trascrizione dei testi ho cercato di non perdere le caratteristiche e i tratti della scrittura autografa e dell’impaginazione rispettando tutte le anomalie e rimanendo per quanto possibile fedele alla forma grafica originale.

Le lettere qui raccolte sono accompagnate tutte da note biografiche. Biografie essenziali per dare ancora maggior risalto alle lettere.

I cenni biografici dei reduci si fermano volutamente, come nei rispettivi fogli matricolari, al congedo illimitato.

Mi auguro che la pubblicazione possa essere oggetto di attenta lettura da parte soprattutto di giovani, che potranno trarne stimoli importanti per crescere, per rafforzare il proprio senso di identità e di comunità, in una dimensione di rispetto per l’altro, per i propri padri, per le generazioni future.

Il quarto volume di cui si traccia la vicenda è invece una storia più articolata, molto diversa dalle schegge cui siamo abituati, brevi lettere, cartoline, messaggi che nascondono personalità inespresse.

Questo diario di guerra è la storia della trasformazione di un uomo in seguito alle traversie della vita in guerra e dopo. . 

 

Paola Chiesa, VIENE LA SERA IN UN TRAMONTO ROSSO”. DIARIO DI GUERRA, LETTERE E POESIE DI MARCELLO CAGNONI (2008) PP. 150, GUARDAMGANA EDITORI IN VARZI ( IN CORSO DI STAMPA).

 

La storia di Marcello Cagnoni è la storia di un’anima. È la storia di un uomo eccezionale. È la storia di un marito, di un padre, prima ancora che di un Ufficiale.

Nasce a Montù Beccaria (PV) il 30 marzo 1915 da Mario e da Luigia Vercesi. Il padre decede in prigionia a Mauthausen nel 1918. Frequenta l’Istituto Magistrale “A. Cairoli” di Pavia diplomandosi il 30 luglio 1936. Ottiene l’incarico di Maestro presso le scuole elementari di Broni e di Stradella.

Nel maggio 1936 è privato anche dell’affetto della tanto amata madre. Un dolore mai sopito che lo accompagnerà tutta la vita.

Si iscrive all’Università Cattolica di Milano per conseguire la laurea in materie letterarie ma non continua gli studi per il richiamo alle armi. Il 9 febbraio 1937 ha l’obbligo di frequentare i Corsi per Allievi Ufficiali di Complemento.

Il 28 giugno 1937 si unisce in matrimonio a Montù Beccaria con Lina Bedini.

Nasce Marika il 13 aprile 1938.

È ammesso quale Allievo Aspirante Ufficiale ai Corsi per Allievi Ufficiali di Complemento presso la Scuola di La Spezia, Arma di Fanteria, il 10 settembre 1938. È nominato Allievo Ufficiale di Complemento il 12 dicembre 1938. Tale Aspirante Allievo Ufficiale di Complemento Arma di Fanteria nel 38° Reggimento Fanteria il 21 aprile 1939. Giunge nel 38° Reggimento Fanteria il 10 aprile 1939 per prestarvi il servizio di prima nomina. È nominato Sottotenente il 12 ottobre 1939.

Partecipa dall’11 al 25 giugno 1940 alle operazioni di guerra svoltesi alla frontiera alpina occidentale. Comanda un Plotone Mortai da 81 rimanendo tre giorni con i suoi uomini assiderati da una temperatura glaciale, senza vitto e senza collegamento con il Comando nella zona del Passo del Diavolo.

Partecipa dal 6 al 18 aprile 1941 alle operazioni di guerra svoltesi alla frontiera italo jugoslava. Partecipa dal 5 al 25 maggio 1941 alle operazioni di guerra svoltesi in Balcania.

Al suo ritorno la moglie, ammalata di tubercolosi, è ricoverata nella clinica dell’Università di Pavia.

Deve così provvedere, da solo, alle cure della figlia.

È nominato Tenente il 1° agosto 1941.

Parte per la Russia il 17 giugno 1942 con il 38° Reggimento Fanteria “Ravenna” mobilitato facente parte dell’A.R.M.I.R.

La moglie, dimessa dalla clinica di Pavia e rimasta per un breve periodo di tempo a casa, è ricoverata nel Sanatorio di Ornago presso Monza.

Parte senza salutarla. Senza salutare lei e senza vedere la sua Marika sistemata da quattro anni dai suoceri. Alla stazione di Piacenza un tuffo al cuore: Marika è li, sulla pensilina accompagnata dal nonno materno.

Il diario e le lettere dal fronte russo sono anomale rispetto alle numerose pubblicazioni sull’argomento. Non contengono immagini di epiche battaglie, non tragiche marce su piste disseminate di cadaveri, non la descrizione delle temperature polari che riducono la vita al limite della sopravvivenza. Niente di tutto questo in Marcello Cagnoni. Spesso la tragica guerra di Russia assume gli aspetti di una scampagnata faticosa, ma pur sempre scampagnata.

Ecco le lunghe e tediose giornate in cui vengono invertite le abitudini normali: di notte è in agguato con i compagni, di giorno dorme. Solo le sentinelle sono continuamente in osservazione. Alla sera, subito dopo il rancio, attende il momento più bello della giornata, l’arrivo della posta. 

Il paese e la famiglia costituiscono il cordone ombelicale che tiene in vita le sue speranze ed alimenta la sua fiducia in un sicuro ritorno a casa, reso più concreto dalle lettere che colorano in modo diverso le sue giornate. Ma è solo un’apparenza, un velo per tranquillizzare i familiari in ansia e per rassicurare sé stesso che “la vittoria è vicina”. Scrive in una lettera indirizzata alla moglie datata 24 maggio 1942 “Se il destino vuole che i miei occhi si chiudano lontano da te migliaia e migliaia di chilometri, tieni per fermo che l’ultima mia parola a pronunciare sarà il tuo nome e quello della mia creatura idolatrata”. Qualunque cosa dovesse succedere, Marcello Cagnoni è tranquillo, sereno, perché è consapevole di compiere il primo dovere che gli aspetta, come cittadino, come soldato, come ufficiale. “Quando la Patria chiama – afferma nella stessa lettera – io credo che nessuno è tenuto a vantare dei diritti: tutti indistintamente abbiamo dei doveri”.

È decorato della medaglia di bronzo al Valore Militare sul campo il 12 gennaio 1943 con la seguente motivazione: “Comandante di Plotone Mortai da 81, durante aspro e violento combattimento con ammirevole abnegazione e sprezzo del pericolo da posizione avanzata dirigeva con grande perizia il fuoco delle sue armi concorrendo efficacemente a stroncare l’attacco nemico ed infliggendogli forte perdite” – Fiume Don, Krassno Orechovo (fronte russo), 16 dicembre 1942.

Rimpatria a Tortona il 20 maggio 1943.

La moglie nel frattempo era stata dimessa dal Sanatorio di Ornago. Le avevano fatto credere di stare bene. In realtà la sua degenza nel luogo di cura non era suscettibile di alcun miglioramento.

Nell’agosto 1943 segue il Reggimento in Toscana, prima a Massa Carrara poi a Torrenieri in provincia di Siena. A Torrenieri lo sorprende l’8 settembre. Rimane nascosto per un periodo di tempo necessario ad un parziale ristabilimento dell’ordine e ritorna in famiglia alla fine del mese sfiduciato, deluso, avvilito. È spettatore degli avvenimenti per tutto il mese di ottobre, novembre e parte di dicembre. Sperava che la situazione cambiasse … ma non poteva tergiversare né vivere di speranze. La moglie peggiora ogni giorno di più. Alla fine di dicembre non è più in grado di stare alzata neppure per qualche ora. Rimane a letto dal dicembre 1943 al giorno della sua morte avvenuta il 6 aprile 1945. “Ad un moribondo – scrisse Marcello Cagnoni ricostruendo la sua biografia dal 1938 al 1945 – non si può negare la Luce né togliere la speranza; e mia moglie, assetata di Luce, ebbe fino all’ultimo respiro una divina speranza, una persuasione continua e certa che prima o poi avrebbe superato quello che definiva il punto morto della sua malattia e perciò mi costringeva a procurarle inefficaci ma in commercio costosissime scatole di iniezioni, sciroppi, specialità medicinali di cui aveva inutilmente sperimentato l’efficacia a Pavia ed a Ornago”. Per di più le occorreva una dieta particolare con cibi difficilmente reperibili come la carne, lo zucchero, il burro. “Intanto si organizzavano le prime squadre di Patrioti. Ad un pio e dotto amico avevo accennato alla possibilità di farvi parte. Mi prospettò tutti i rischi e le eventuali rappresaglie cui sarei incorso. Ritenni che avesse ragione. Va tenuto presente che Montù Beccaria è un piccolo paese dove sono conosciutissimo, per esservi nato, per avere, durante la guerra, rivestito il grado di Ufficiale e per essere stato a contatto di tanti giovani soldati del posto. La mia scomparsa da casa sarebbe stata immediatamente segnalata alle autorità nazi – fasciste con le conseguenze che si sono verificate in cento paesi circostanti. Fu così che decisi di presentarmi al Distretto Militare di Tortona comandato da un Ten. Colonnello che conobbi quando era Capitano e prestava servizio al Deposito del 38° Reggimento Fanteria. Fatta presente la situazione di famiglia, accettai la riassunzione in servizio solo a condizione di essere impiegato in un Ente territoriale. Il caso mi portò a reggere nello stesso Distretto l’Ufficio “Presenti alle Bandiere” che aveva ripreso la sua attività da poco tempo. In qualità di Capo Ufficio lavorai al Distretto fino al giorno in cui, ricevuta la comunicazione che mia moglie era in agonia, chiesi al Comandante una licenza per gravi motivi di famiglia. Alla sua affermazione che la zona di Montù era piena di ribelli, affermai la mia assoluta necessità di dovermici recare anche senza il suo permesso. Oso affermare che i Patrioti del luogo, alcuni dei quali abitano a non più di cento metri da casa mia, non mi hanno mai molestato in considerazione della mia condizione di famiglia e della mia attività al Distretto. Erano infatti a conoscenza di tutte quelle forme di assistenza con cui cercavo di alleviare la situazione economica delle famiglie che per causa dell’attuale guerra avevano figli, mariti, fratelli morti o irreperibili. Avvenuta la Liberazione io mi trovavo a Montù a disposizione delle autorità locali le quali non solo non mi hanno interrogato, ma mi risulta che hanno pienamente giustificato la mia attività. Al Distretto non ero visto troppo bene. Di tutti i subalterni in servizio, io solo rimasi: tutti gli altri, chi con un pretesto chi con l’altro, furono trasferiti a reparti mobilitati operanti. Di tanto in tanto gli Ufficiali del Distretto venivano interrogati per dare le loro generalità (come se dopo mesi e mesi di servizio prestato presso quell’Ente occorressero ancora dati personali) e sistematicamente veniva loro chiesto se erano o meno iscritti al P. F. R. Ho dato la mia adesione unicamente per avere la possibilità di rimanere al Distretto: Tortona dista poco più di 45 Km. da Montù cosicchè mi era comodo venire di tanto in tanto a casa per trovare mia moglie e la bambina. Non esito affermare che sono rimasto al Distretto solo per questa mia particolare situazione. Su quello che fu il complesso delle mie attività in servizio e fuori servizio posso onestamente deporre le migliaia di persone che si sono rivolte a me in qualità di Capo Ufficio Presenti Alle Bandiere, persone che trattai tutte indistintamente con umanità e con garbo illuminandole su particolari disposizioni di legge che gli impiegati municipali dei piccoli centri o ignoravano o s’infastidivano voler spiegare loro. Ho sempre tenuto presente che davanti a me stavano madri ansiose, spose legate all’eventualità dell’esistenza del marito da un tenue filo di speranza, sorelle dubbiose che avevano bisogno di parole buone e di tangibili aiuti per confortare a loro volta la triste esistenza dei loro genitori cui il grave peso degli anni non permetteva di scendere dalle montagne fino al centro di Tortona. Diverse volte, di mia iniziativa, ho scritto direttamente al Ministero per sollecitare il disbrigo di pratiche pietose eliminando così la burocrazia tediosa della via gerarchica. Ai molti conoscenti e paesani ho insegnato la via migliore per ottenere esoneri. Venuto a conoscenza che il soldato Fugazza Bruno doveva essere deportato in Germania, mi sono in più modi adoperato perché fosse sospesa la sua partenza: e vi riuscii. Al Partigiano Colombi Angelo ho fatto recapitare un congedo che – egli stesso lo afferma – lo ha salvato da sicura morte due volte durante i rastrellamenti effettuati in regione Torrone di Rovescala e nella zona di S. Maria della Versa. Trovandomi in permesso a Montù mi sono valso del mio grado e della mia autorità perché elementi delle Brigate Nere non incendiassero, come avevano divisato, la casa del predetto Colombi. Così ho tempestivamente avvertito il Cap. Magg. Fassini Peppino di Tortona, in servizio al Distretto, che doveva essere trasferito a Monza per poi essere avviato in Germania. Nei corridoi, passando, ho sentito il Colonnello che diceva: «se riesco a trovare la spia, la faccio fucilare in cortile!». Circa la fuga di 14 elementi del Distretto guidati dal Serg. Sozzi Angelo, divenuto poi “Tredici” nelle formazioni partigiane io ero perfettamente informato. Quando, nei giorni della Liberazione, i Partigiani di S. Sebastiano Curone scesero in Tortona seppi che alcuni di essi, già miei soldati al Distretto, vennero ad accertarsi nel mio domicilio se ero presente e se qualcuno mi avesse fatto del male. Ma io, dal marzo, ero già a casa e dopo la morte di mia moglie avvenuta il 6 aprile fui oberato di lavoro: disinfezione della casa, dei mobili e degli indumenti; sistemazione di svariate faccende di famiglia e di urgenti interessi. Poi ero moralmente depresso tanto che le giornate della Liberazione avvennero che io non mi ero ancora fisicamente risollevato dal duro colpo ricevuto. Quando, nel maggio, mi recai a Voghera per alcune commissioni incontrai “Tredici” ed il Cap. Magg. Poggi Teresio, pure a suo tempo al Distretto di Tortona: mi abbracciarono e mi baciarono. Nei loro occhi era il rimpianto di non avermi avuto con loro nelle giornate della Liberazione. E me lo dissero”.              

Trova lavoro presso una ditta commerciale di acciai e dopo un solo anno ne assume la dirigenza.

È nominato Capitano il 5 aprile 1952.

Il 25 luglio 1964 gli è conferita la Croce di Merito di Guerra per la partecipazione alle operazioni durante il periodo bellico 1940 – 1943.

È nominato Maggiore il 13 maggio 1966.

Il 15 gennaio 1968 verga il suo testamento spirituale:

“Oggi, 15 gennaio 1968, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, ringrazio il Signore di avermi fatto vivere l’esperienza terrena e poiché sono in pace con tutti, prego il Signore di concedermi tale pace fino all’arrivo di Sorella Morte. Chiedo perdono a chi involontariamente ho offeso, com’io di buon grado, perdono a chi mi ha fatto del male. Nato e cresciuto nella religione cattolica, desidero finire la mia giornata terrena nelle braccia misericordiose della S. Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana. Chiedo alla misericordia del Signore di ricordarsi di me nell’ultima ora della mia vita terrena. Desidero che i miei funerali si svolgano a Montù Beccaria in forma estremamente semplice. Così dispongo oggi 15 gennaio 1968 – Marcello Cagnoni”.

È Presidente a Montù Beccaria dell’Associazione Combattenti e Reduci e dell’Associazione Caduti e Dispersi in guerra. Un doppio incarico intrapreso con la massima serietà. Lui, ex combattente, è  lieto ed orgoglioso di ospitare nella sua sezione altri ex combattenti e soprattutto nuove generazioni al fine di tenere sempre viva la fiamma del ricordo.

Nel novembre 1973, seduto con l’amico Maestro Angelo Vercesi all’ora del tramonto sul sasso denominato “trono romano” collocato poco distante dalla sua abitazione, decide di fondare il Complesso Bandistico Montuese. L’Amministrazione comunale, d’accordo con l’Associazione Combattenti e Reduci, festeggiò la data del 4 novembre 1973 facendo intervenire alla cerimonia la Banda musicale di Retorbido. Sorge così in Marcello Cagnoni l’idea di creare un complesso musicale anche a Montù Beccaria.

La storia della Banda musicale risale al dicembre 1874. Il 21 gennaio 1878 partecipa sotto la guida dal Maestro Gallo alla messa celebrata nella chiesa parrocchiale in memoria del compianto Re Vittorio Emanuele. Dopo gli anni bui delle guerre, il nuovo Corpo Bandistico si pone di dare folklore alle manifestazioni patriottiche, sagre, cerimonie al fine di riprendere la interrotta tradizione musicale dei loro padri, di tenere unite e legate alla propria terra la popolazione locale ed in modo particolare la gioventù, di costituire un richiamo per le popolazioni delle zone limitrofe. Aderirono a questa iniziativa: Bruno Bernini, Carlo Pasquini, Libero Quaroni, Albino Savini e Antonio Valla.      

Il 10 giugno 1973 nasce a Montù Beccaria la biblioteca “ Mariuccia Vecchi” e ne diventa uno dei principali e attivi membri. La sua partecipazione alla Commissione Dirigente in qualità di segretario è proficua grazie alla sua innata passione per la cultura. Una biblioteca immensa, all’epoca unica nel suo genere, composta di 5.000 volumi: classici italiani e stranieri, dizionari, enciclopedie, politica, arte, religione, geografia, storia, musica, scienze, medicina. Ai giovani e per i giovani è destinata la biblioteca, strumento validissimo perché dai libri viene il nutrimento dello spirito. 

La prima uscita ufficiale della Banda, del suo “fiore all’occhiello” si registra il 4 novembre 1975. Una gioia immensa per tutta Montù, scesa in strada ad applaudirla. Durante l’estate 1976 i giovani bandisti ebbero nel corso di una cerimonia la tanto sospirata divisa completa di pantaloni e camicia beige, cravatta blu, giacca rossa con lo stemma comunale di Montù Beccaria “Mons Acutus”, bustina per le ragazze, berretto a visiera per i ragazzi. 22 giovanissimi di cui 10 ragazze uscirono dall’Associazione Combattenti e Reduci sfilando per le vie del Paese sotto la guida del Maestro Antonio Allegri. Un importante traguardo reso possibile ancora una volta dalla forza d’animo del suo fondatore. Un lavoratore instancabile che si sentiva responsabile della vita di tutte le persone con cui entrava in contatto.

Ai compagni di questa grande impresa ed ai “suoi” ragazzi sono destinate le ultime missive scritte il 16 dicembre 1976 in occasione delle festività natalizie. Lettere ricordate ancora oggi dai montuesi con strema commozione.

Marcello Cagnoni, dopo sessantuno anni vissuti intensamente, si spegne a Veruno il 18 dicembre 1976 nella clinica in cui da un mese era ricoverato per enfisema polmonare, malattia contratta in Russia.

C’è qualcosa di veramente unico in questa pubblicazione edita in collaborazione con l’Esercito Italiano: è la forza della memoria. Sono trascorsi trentadue anni dalla sua scomparsa. Eppure la memoria di Marcello Cagnoni a Montù Beccaria è ancora nitida e viva. Viva come vivi sono rimasti i combattenti nel cuore e nella mente dei loro figli, nipoti, parenti. Questo volume ha superato le mie stesse aspettative. Lettere su lettere, gelosamente custodite dalla figlia Marika, a testimonianza di una paternità vissuta in tutta la sua estensione. Le lettere e le poesie, disposte rigorosamente in ordine cronologico, ci svelano sempre un aspetto nuovo della sua personalità. Nel suo modo di essere, nel sorreggere, nell’incoraggiare, nel modo di comportarsi, c’era tutto il suo essere cristiano. Una fede che l’ha guidato nel corso degli anni senza mai abbandonarlo.

La vita e le opere di Marcello Cagnoni stanno diventando pagine sempre più feconde per la nostra Storia. Tocca a noi, oggi, il difficile compito di perpetuarne la memoria affinché la sua vita sia viva testimonianza di chi ha contribuito a rendere grande la Storia. Alla luce di documenti inediti ho riscritto una pagina importante della storia di Montù Beccaria, immortalato con rara bellezza nella prosa di “Settembre Montuese”. Questo piccolo comune, da allora, è cambiato ma ha saputo custodire nel proprio patrimonio di valori e nelle proprie radici socio culturali la memoria di un grande uomo.

La commemorazione sia quindi un momento di riflessione e di unità per tutti noi e soprattutto per i giovani del nostro Paese, che non conoscono le vicende di quegli anni di guerra se non attraverso le pagine di un libro di storia. 

Per molti giovani e meno giovani Marcello Cagnoni è colui che ha fondato il Complesso Bandistico Montuese.

Vorrei che da oggi il nome di Marcello Cagnoni fosse ricordato attraverso queste pagine, manifesto delle sue passioni, della sua profonda fede, dei suoi affetti sinceri, del suo altruismo, della sua voglia di vivere, delle sue scelte pubbliche e private. Un uomo – poeta, votato ai grandi ideali religiosi e familiari.

La Storia è fatta anche di questo: di uomini coraggiosi, definiti da Thomas Mann “avanguardia di una migliore società umana” che hanno lasciato una traccia indelebile per i posteri.

 

Prefazione al volume di Paola Chiesa

 

Ernesto R Milani

Ernesto.Milani@gmail.com

30 giugno 2008

 

 

 

 

 

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