Prigionieri di guerra italiani negli Stati Uniti — Lombardi nel Mondo

Prigionieri di guerra italiani negli Stati Uniti

Durante la seconda guerra mondiale oltre 50.000 soldati italiani furono internati in campi di prigionia negli Stati Uniti. La loro vicenda merita una maggiore attenzione.

Durante il secondo conflitto mondiale migliaia e migliaia di soldati italiani furono catturati durante le operazioni belliche sui vari fronti e avviati in vari campi di concentramento in Russia, in Germania, in Gran Bretagna, Austria, Ungheria, ma anche a Bophal e Yol in India, in Sudafrica, in Egitto. All’inizio delle ostilità, nel 1940, cittadini italiani furono internati in Francia, come successe in seguito a molti italiani sia negli Stati Uniti sia in Canada.

La sconfitte italo-tedesche in Africa e Sicilia diedero vita al trasferimento in America di  51.156 soldati italiani (oltre a 310.000 tedeschi e giapponesi) che vi furono trasportati sulle navi tipo Liberty, navi cargo adattate al trasporto di prigionieri di guerra. Avevano una capacità variante tra i 300 e i 500 posti. Una di esse, la Benjamin Contee, colpita da un siluro, aveva a bordo oltre 1800 prigionieri italiani, di cui 320 morirono.

I campi di prigionia statunitensi erano localizzati in tutti gli stati della confederazione, ad eccezione del Vermont e del Nevada, ed anche negli allora territori dell’Alaska e delle Hawaii. In California erano 78,  nel Texas 73, nello stato di New York 43. La capienza di alcuni arrivò fino a 10.000 prigionieri, ma la media si aggirava attorno a 500.

Dopo l’armistizio del 1943, l’Italia si trovò divisa tra governo Badoglio e la Repubblica di Salò legata ai tedeschi a nord. Una circolare dell’ottobre 1943 dello stesso Badoglio invitò i prigionieri a cooperare con gli ex-nemici. Fu un grande dilemma che lacerò certezze e amicizie. La maggior parte dei prigionieri accettò di collaborare e ottenne un trattamento relativamente di favore: furono impiegati soprattutto in lavori agricoli per sostituire la manodopera mancante a causa della guerra. La paga era di 80 centesimi al giorno, oltre a buoni acquisto dati a fine mese, che davano accesso a  generi diversi allo spaccio del campo. La vita dei prigionieri divenne accettabile. Fu soprattutto importante la possibilità di ricevere visite da parenti o da membri della comunità italiana più vicina e di andare in libera uscita, pur scortati dai militari, frequentare quindi sia famiglie italiane sia americane e rendersi conto da vicino del sistema di vita americano di cui avevano sentito soltanto parlare. Questo relativo stato di libertà, sfociato poi in molti matrimoni con ragazze locali, causò molti risentimenti da parte di alcune frange dell’opinione pubblica. Questo succedeva pochi anni dopo il caso Sacco e Vanzetti ; la lealtà offerta dagli italiani strideva con la loro recente belligeranza, proprio nei confronti degli americani, che si ponevano domande riguardo ai prigionieri che fino a pochi mesi prima avevano  combattuto e magari ucciso i loro compatrioti. Si contestava pure la grande tolleranza loro concessa, mentre si temeva per il trattamento riservato ai prigionieri  americani in mani tedesche e giapponesi, di cui si avevano scarse notizie, spesso molto dolorose.

I sindacati aggiunsero il loro disappunto asserendo che l’utilizzo dei prigionieri, manodopera a buon prezzo, poteva causare problemi di crumiraggio durante gli scioperi ed essere addirittura pericolosa quando impiegata in opere d’interesse strategico come i lavori ferroviari. Il risentimento verso gli italiani sfociò in disordini razziali a Camp Lawton di Seattle, che coinvolsero americani bianchi e afro-americani culminati nell’omicidio del soldato Guglielmo Olivotto. Dell’omicidio furono accusati affrettatamente gli afro-americani, ma in seguito alla riapertura del caso dopo la recente pubblicazione del volume American Soil di  Jack Hamman, come ampiamente riferito dallo Skanner di Portland Oregon del 22 luglio 2008, tutte le accuse contro di loro sono state cancellate e tutti gli imputati di allora tardivamente riabilitati e indennizzati..

Mentre i collaborazionisti ebbero una vita relativamente facile, migliore di quella della prima prigionia in Africa, e certamente lontana dai combattimenti che infuriavano in Europa e altrove, i prigionieri che avevano deciso di non collaborare, per ferma dignità di soldati e  rispetto dell’ordine militare, ebbero un trattamento nettamente diverso. Innanzitutto furono separati dagli altri per evitare possibili dissidi e concentrati soprattutto nei campi di Hereford in Texas, in Wyoming, Arizona e Hawaii. La decisione di questo gruppo minoritario contribuì alla loro coesione che permise loro di affrontare con grande forza la durezza della prigionia secondo l’applicazione della Convenzione di Ginevra. Grandi privazioni soprattutto alimentari, paragonabili, in qualche periodo,  a quelle sostenute dai militari italiani e anche americani internati in Germania o in Oriente. I pochi decessi dei soldati italiani  sono però da imputare a cause precedenti la cattura e ad incidenti vari.

 I prigionieri non cooperanti furono molto attivi per evitare di cadere nella sindrome del prigioniero. Qualcuno accettò di lavorare secondo le regole, altri fecero ricorso alle proprie conoscenze per intrattenere i commilitoni. Alle Hawaii stamparono un giornale, che ha proseguito le pubblicazioni in Italia fino a poco tempo fa, per riunire i partecipanti di questa esperienza intitolato Volontà.

Questo gruppo, proprio per la sua peculiarità, ha trovato diversi narratori soprattutto della vicenda texana : ( Prigionieri in Texas di Gaetano Tumiati ; Fame in America di Armando Boscolo ; America Dolce e Amara di Ricciotti Bornia; Avevamo Vent’anni, Anche Meno di Fernando Togni). Esperienza finita in un film con Luca Zingaretti dal titolo Texas, 46, purtroppo inguardabile. A Hereford furono pure internati lo scrittore Giuseppe Berto che vi scrisse Il Cielo è Rosso, l’altro scrittore Dante Troisi e il pittore Alberto Burri.

Alla prigionia di Hereford è legata la storia degli affreschi della chiesa di St. Mary di Umberger,  che occupò alcuni soldati affamati al volgere della loro prigionia, grande testimonianza della perizia e vena artistica  di questi uomini in un tempo che sembra lontano, raccontata mirabilmente da  Donald Mace Williams nel libro Italian POW and a Texas Church, The Murals of St. Mary’s.

La maggior parte dei campi di prigionia americani è stata distrutta, oppure ristrutturata. Difficile trovare traccia dei nostri soldati. Tra poco anche questa rischia di diventare una storia d’archivio male raccontata.

 

 

Ernesto R Milani

Ernesto.milani@gmail.com

14 agosto 2008

 

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