La Turchia e l’Europa — Lombardi nel Mondo

La Turchia e l’Europa

La decisione della Commissione di esprimere un parere favorevole all’entrata in Europa della Turchia, benché condizionato alla fissazione di una data di apertura dei negoziati di adesione con il paese stesso, ha innescato un dibattito non irrilevante e ad ampio raggio sul destino del continente.

La Commissione europea di Romano Prodi, a poche settimane dal termine del suo mandato, si è pronunciata sulla possibile adesione della Turchia all’Unione. Prodi ha raccomandato ai capi di Stato e di Governo di “aprire i negoziati di adesione“, ma ad alcune condizioni:Si può dire che, sul piano dei testi fondamentali relativi all’organizzazione della democrazia in Turchia – dalla Costituzione a tutti i testi giuridici interni –, sul piano dell’adesione della Turchia alle diverse convenzioni internazionali di cui ormai la Turchia riconosce il primato e sul piano del diritto interno, la Turchia ha raggiunto, o meglio raggiungerà, con l’entrata in vigore del nuovo Codice penale appena adottato dal Parlamento, il livello richiesto dalle norme europee in materia, tuttavia, molto resterebbe ancora da fare per avvicinare la realtà concreta in Turchia a quella che si vive nei nostri Paesi“.

L’attenzione è stata sollevata da Prodi in materia di tortura, diritti della donna, diritti sindacali, libertà religiosa, rapporti tra i civili e i militari. I progressi ancora da compiere in questi campi spiegherebbero la posizione dell’Unione, “positiva ma allo stesso tempo prudente “. I pareri a tal proposito sarebbero discordanti: secondo il Professore italo-francese   Romain Rainero, che per 10 anni è stato Presidente dell’Associazione italiana di amicizia con la Turchia, oggi ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano quella per cui ha optato l’Unione è una soluzione mediana, che mette acqua nel vino delle aspirazioni di adesione della Turchia “.

L’aspirazione della Turchia di inserirsi in una proiezione europea risale all’immediato dopoguerra. Si proclamava l’avanguardia europea nei confronti del mondo asiatico e comunista “. Con i cambi avvenuti nel sistema internazionale, la prospettiva di adesione sarebbe stata messa da parte dall’Unione, più attenta al funzionamento del regime interno e alle gravi repressioni che questi portava avanti nei confronti delle opposizioni e delle minoranze etniche, “circostanze che non avevano nulla a che vedere con la concezione europea di democrazia e del rispetto delle minoranze“.

Sarebbero state le nuove situazioni internazionali, caratterizzate dall’esplodere della questione mediorientale, con le due guerre del Golfo a scaraventare la Turchia al centro dei calcoli di potere strategico, economico, politico e militare. “ L’ipotesi di candidatura è stata rinnovata per ragioni commerciali, soprattutto dopo l’allargamento verso est -afferma Rainero -, dopo che la Turchia era stata relegata in una sorta di anticamera di punizione“. Ma il processo istituzionale, ieri scandito da una nuova tappa, sembra non portare ad alcuna prospettiva concreta, secondo Rainero. Il documento che è approvato non fa che ribadire quanto detto negli ultimi trent’anni; non vedo la risoluzione come determinante“.

L’assenso della Commissione all’apertura dei negoziati è smorzato da quelle che suonano come valvole di sicurezza che l’Ue adotta per non chiudersi dietro le spalle la porta del rifiuto. “Il negoziato potrà essere sospeso, nel caso si verifichi una persistente violazione dei principi di libertà, democrazia, del rispetto dei diritti umani” ha affermato Prodi e ha aggiunto che potranno essere considerate clausole permanenti di salvaguardia per limitare la libertà di movimento dei lavoratori.

Secondo Rainero dietro all’atteggiamento temporeggiatore dell’Unione si celerebbe la chiara volontà di evitare l’ingresso della Turchia in Europa .I turchi sono occidentali quando sono all’estero, ma non in casa – commenta -; specialmente dopo l’elezione dell’ultimo Governo, che ha fatto leva sulle fasce più deboli della popolazione con slogan di tipo religioso“. L’Unione, pur non avendo nessuna voglia di aprire le porte alla Turchia, non si deciderebbe a far cadere la candidatura per questioni di interesse strategico . “Politicamente sarebbe assurdo sacrificare l’unico alleato mediorientale, per motivi che possono suonare discordanti con la politica americana“. A ben poco varrebbero le prospettive economiche dinnanzi alla discordanza degli ordinamenti interni, secondo Rainero. “L’Unione non ha intenzione di abbandonare le minoranze etniche e politiche turche“. E non ci sarebbe una via, nell’immediato, che la Turchia potrà imboccare per avvicinarsi in maniera certa all’Europa . “Può aprire carceri decenti e abolire la lapidazione, ma è tutto il resto – afferma il Professore -; Kemal probabilmente non è riuscito a iscrivere il suo messaggio in maniera stabile nella mentalità turca”.

Intanto in Italia, il Vice Ministro alle Attività Produttive con delega al Commercio Estero, Adolfo Urso, esprime in merito all’apertura del negoziato per l’adesione della Turchia alla Ue un giudizio estremamente positivo ribadendo che l’ingresso della Turchia nella UE è una enorme opportunità per il made in Italy “La Turchia, dove già operano oltre 150 pmi, è una miniera per il Made in Italy e l’ingresso in Europa continuerà a favorirne l’internazionalizzazione“, ha affermato, definendo il candidato – pur sotto condizione – “una piccola Cina” per l’Italia.

“La Turchia, dove già operano oltre 150 pmi, è una miniera per il Made in Italy e l’ingresso in Europa continuerà a favorirne l’internazionalizzazione”. È stato questo il giudizio che il Vice Ministro alle Attività Produttive con delega al Commercio Estero, Adolfo Urso, esprime sull’apertura del negoziato per l’adesione della Turchia all’Unione Europea.

“Nel mese di agosto – ha dichiarato Urso – il nostro export è cresciuto del 21,4% e nei primi otto mesi dell’anno del 27,5%. Un vero record, capace di trainare, quella ripresa delle esportazioni che è così sostenuta grazie ai nuovi mercati emergenti. Per questo noi consideriamo la Turchia come “la nostra piccola Cina”, un paese dalle enormi potenzialità economiche e con un ampio mercato interno. L’Italia si conferma, come nel 2002 e nel 2003, con 3,24 miliardi di dollari di interscambio, il secondo partner commerciale di Ankara, dopo la Germania (6,44 miliardi di dollari) e prima della Francia (3,19 miliardi di dollari)”.

 Oltre il 70% delle forniture italiane è legato ai beni strumentali ed ai beni intermedi, confermando la stretta complementarità fra i due sistemi produttivi. L’aumento delle importazioni dall’Italia è stato particolarmente significativo nei seguenti settori: macchine utensili (+120%), autoveicoli (+30%), parti di ricambio per autoveicoli (+38%), prodotti chimici (+22%), apparecchi per uso domestico (+22%). Quanto alla presenza delle nostre imprese, le aziende italiane che operano in Turchia sono circa 150, un numero che è triplicato negli ultimi 10 anni, a testimonianza di una tendenza decisamente positiva, che non si è arrestata neanche a seguito della crisi economico-finanziaria del 2001. Nel paese ci sono anche investimenti italiani di rilievo: UniCredit opera in una joint-venture con Kot Financial Services, il braccio finanziario di uno dei maggiori conglomerati turchi. Ma è presente anche la Fiat che produce la Doblò a Bursa, Pirelli che fabbrica pneumatici e cavi a Izmit e il gruppo farmaceutico Menarini, mentre Tim è presente con una quota del 40% in TT&Tim, terzo operatore turco di telefonia mobile. E proprio il comparto delle telecomunicazioni appare il settore più dinamico dove si prevede tra l’altro la prossima privatizzazione di Turk Telekom, colosso da 6 miliardi di dollari di ricavi annui con 60mila dipendenti. Nostre aziende sono anche presenti nei settori infrastrutturale, metallurgico, elettronico, chimico, tessile e dell’abbigliamento, alimentare, turistico e della difesa.

I rapporti tra la Turchia e la Comunità europea/Unione europea, sono però di antica data. La Turchia ha presentato domanda di associazione alla CEE il 31 luglio del 1959 (due anni dopo la sua nascita). Il 12 settembre del 1963 è stato dato avvio ad una prima forma blanda di integrazione, un accordo di Associazione per consolidare le relazioni commerciali ed economiche. La domanda di adesione piena all’Unione è tata presentata nel 1987 e due anni dopo è venuta la prima riposta, un parere negativo della Commissione ad un negoziato di adesione in tempi brevi. Mentre nel 1996 entra nell’ultima fase l’Unione doganale tra Unione europea e Turchia, nel dicembre del 1997 il Consiglio di Lussemburgo, pur non accogliendo la candidatura ha, comunque, riaffermato la disponibilità a prendere in considerazione la domanda di adesione ai fini dell’ammissibilità. Il 4 marzo 1998 la Commissione ha adottato la “Strategia europea per la Turchia”. Nel marzo del 2001 l’Unione ha infine adottato il partenariato per l’adesione della Turchia (cd. Preadesione) che dall’anno successivo ha comportato una imponente assistenza finanziaria tutt’ora in corso. Sul versante del dialogo politico, poi, la Turchia è sempre stata coinvolta negli ultimi anni: nel 2000 dalla Conferenza europea (nata nel 1998), un forum di consultazione politico comprendente gli stati candidati veri e propri, fino alla Convenzione europea sul futuro dell’Europa (2003), alla quale ha partecipato con lo status di “osservatore” al pari degli Stati formalmente candidati, offrendo peraltro un contributo analogo sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. In altre parole la partecipazione della Turchia al processo di integrazione in senso ampio (comprese alle politiche di Euromed) non si è mai tradotta in una smentita delle aspettative circa una piena adesione in futuro. E’ stata riconosciuta la vocazione della Turchia a far parte come membro di pieno diritto dell’Unione a parità di criteri applicati agli altri Stati candidati.

Le ragioni che hanno rinviato tanto nel tempo la seria presa in considerazione della domanda di adesione piena occorre distinguere due fasi. Una prima fase a partire dall’81 e fino al 1996 risale alle conseguenze di una vicenda ben specifica: ovvero la questione cipriota. Fino a quella data, la Grecia, finalmente membro di diritto della Comunità, aveva opposto un veto formale, in un contesto internazionale che riconosce soltanto il governo greco-cipriota. Va detto, tuttavia, che superato il veto greco, la questione cipriota, pur occupando stabilmente un capitoletto delle Conclusioni di ogni Presidenza dell’Unione da innumerevoli anno. È formalmente scissa dal problema dell’adesione turca. Il problema della Turchia, quindi, va da allora ricondotto al più ampio quadro delle “condizioni di adesione”, ovvero i parametri messi a punto dal Coniglio europeo di Copenaghen (1993) ai fini dell’adesione di un paese associato. Come è stato ancora confermato nel 1999, il problema di fondo è la capacità della Turchia di soddisfare gli obblighi connessi all’adesione, adempiendo “alle condizioni politiche ed economiche richieste a tutti i candidati . Tali condizioni sono le più varie e riconducibili a tre filoni:

la stabilità istituzionale a garanzia della democrazia (comprendente la tutela dello stato di diritto, il riconoscimento della separazione dei poteri, la tutela delle minoranze e il rispetto dei diritti umani);

una economia di mercato efficiente e la capacità di far fronte alle spinte concorrenziali e alle forze di mercato interne all’unione; la capacità stesa dei paesi di assumere gli obblighi derivanti dall’appartenenza, a partire dagli obiettivi di unione politica, economica monetaria;

E’ soprattutto nel primo filone di condizioni viene messa in discussione la compatibilità dei valori dell’ordinamento turco con quelli dell’Unione europea. Il consiglio europeo di Helsinki del 19999, ribadendo che i paesi candidati devono condividere valori e obiettivi dell’Unione come sanciti dai trattati, ha riconosciuto specificatamente che la Turchia è destinata ad aderire all’Unione senza alcun trattamento differenziato, né privilegiato, né deteriore. Tuttavia la Turchia continua ad occupare di fatto una posizione a sé tante rispetto agli altri paesi che chiedono di entrare nell’Unione e tale condizione osta anche al riconoscimento di candidature e preadesioni. Con Nizza, negoziati di adesione, prima separati e poi “riallineati”, sono stati avviati e conclusi con un folto gruppo di paesi. Ormai è prossimo l’ingresso di un secondo  gruppo, invero ridotto maluccio sui parametri (si pensi alla Bulgaria). La Turchia no. Una sorta di “tappo” rispetto all’evoluzione futura dell’Unione (si pensi alla Croazia, all’Ucraina ecc.). Nel novembre 2000, tuttavia, il Parlamento europeo rileva che allo stato la Turchia non ottempera ai criteri di adesione e la invita a “intensificare i suoi sforzi di democratizzazione, soprattutto nella riforma del codice penale, dell’indipendenza della giustizia, della libertà di espressione, dei diritti delle minoranze, della separazione dei poteri. Il Parlamento ricorda con particolare riguardo al problema curdo, che il mosaico culturale ed etnico turco ha bisogno di una soluzione politica “rispettosa della integrità territoriale” turca e purtuttavia va posto fine alle forme di discriminazione politiche, sociali e culturali. Quanto alla questione cipriota, il parlamento ha invitato il governo turco a partecipare senza condizioni alla creazione di un clima proficuo al raggiugimento di una soluzione, globale, equa e durevole ma non pare considerare la questione come una precondizione per l’adesione. Difficile fare diversamente se la Grecia, controparte del conflitto, ha ormai rimosso il veto.

Dopo il colossale mutamento geopolitica del settembre 2001, l’esplosione di una questione islamica, che certamente covava da decenni e in piena guerra fredda, ha avuto una appendice, forse inattesa anche in Turchia, dove in modo del tutto pacifico dal 2002 un governo musulmano sedicente moderato conferma l’impegno europeistico tradizionale. Per la prima volta si è ridotto il vincolo dalle forze militari, che hanno garantito la laicità e una certa democraticità dello stato turco, a costo di vari colpi di stato. A causa di tale notissima anomalia un fatto elementare per uno Stato di diritto la separazione tra fera politica e sfera militare con la subordinazione di questa alla prima (misura come si vedrà richiesta dall’Unione) è stato considerato con allarme proprio ai fini della tutela del debole Stato di diritto e democratico. A soffrire potenzialmente questa volta è il principio della laicità, anche se la vittoria di Erdogan a capo del partito di massa islamico “Giustizia e Sviluppo” (Akp) non è di per sè una insidia. Eppure paradossalmente proprio la presenza di un governo musulmano è diventata una delle argomentazioni più diffuse, quasi le uniche a circolare negli scenari post 11 settembre, nel ragionare pro e contro della questione turca. La Turchia di Erdogan mise a punto nel 2002 una serie di riforme: la riforma del codice civile, il ridimensionamento dei vertici militari, i progressi nella tutela dei diritti fondamentali, che non hanno uguali nel recente passato. Tuttavia tali misure non ottengono una patente di insufficienza dagli organismi comunitari e conducono di fatto alla mancata fissazione della data per passare ai negoziati veri e propri di adesione.  Al vertice di Copenaghen 2002 emerge una data fine dicembre 2004 per decidere se fissare i negoziati o rinviarli sine die. Così si arriva alle settimane antecedenti alle scadenze decisive, fissate per la pronuncia della Commissione (il rapporto fa data 6 ottobre 2004) e per la decisione dei capi di Stato e di governo (fissata per il 17 dicembre 2004. In questa situazione ambigua, dove nessuno dice di no, ma neanche si formalizza il si, il governo Erdogan ci mette del suo montando probabilmente una consapevole prova di forza per saggiare i veri umori dell’Europa e della sua opinione pubblica.

 

Anna Maria Minutilli

 

 

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