Dopo il referendum pensare per l’estero e al voto elettronico

di Luciano Ghelfi

In un sistema democratico, quando il popolo sovrano si esprime le chiacchiere stanno a zero. Il voto con cui gli italiani hanno approvato il taglio del numero dei parlamentari è stato così netto da archiviare per sempre ogni discussione sull’opportunità o meno di questa scelta per il nostro apparato costituzionale.

Il taglio riguarda anche gli italiani all’estero, la cui rappresentanza alle Camere verrà ridotta della stessa percentuale del taglio dei seggi, un terzo. Si scenderà da 18 a 12, 8 deputati e 4 senatori. E gli elettori all’estero si sono pronunciati per il sì ancor più convintamente rispetto a chi ha votato in patria, 78,24% contro il 69,64%. Non è in discussione, si badi bene, il principio della rappresentanza in Parlamento della nostra emigrazione. Dal 2001 è iscritto agli articoli 56 e 57 della nostra Costituzione, e in pochissimi oggi mettono in dubbio che gli italiani all’estero possano fare sentire la loro voce nelle scelte decide del Paese.

All’indomani del voto si apre però una nuova discussione, quella sull’adeguamento dell’intera legge elettorale ai nuovi numeri. Bisognerà ridisegnare i collegi in base al ridotto numero dei seggi da assegnare: è chiamato a farlo il governo attraverso un decreto legislativo da adottare entro due mesi dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale della legge che è stata oggetto del referendum, promulgata dal presidente Mattarella il 19 ottobre scorso. Per il voto all’estero si parla di circoscrizione unica, o al massimo di due circoscrizioni, al posto delle attuali quattro.

C’è però anche la forte probabilità che la legge elettorale sia soggetta a un ripensamento radicale di modello dal parte del parlamento. Per quanto riguarda chi partecipa alla vita politica stando al di fuori dello Stivale, potrebbe essere l’occasione per ripensare lo strumento del voto per posta, oggetto di forti critiche per la sua farraginosità e la possibilità di manipolazioni, con inchieste aperte dalla magistratura, soprattutto intorno al voto in Sudamerica e in alcune zone del continente europeo.

Nell’epoca dei computers e delle reti superveloci è forse venuto il tempo di ragionare intorno alla introduzione del voto telematico. Tante solo le ragioni che spingono in questa direzione. C’è, anzitutto la possibilità di favorire la partecipazione, oggi decisamente bassa: se alle elezioni politiche in genere si raggiunge il 42-43%, per l’ultimo referendum ha partecipato al voto meno di un elettore su quattro (il 23,30%). Con gli opportuni accorgimenti tecnologici, poi, il voto telematico potrebbe offrire maggiori garanzie di regolarità rispetto a quello postale.

Esistono ormai tantissimi modi per evitare incetta di plichi elettorali, e verificare l’identità di chi vota (invio di un codice via sms al momento del voto, ad esempio). Se con il telefonino ci occupiamo con successo dei movimenti del nostro conto bancario, non si capisce perché lo stesso non possa accadere per l’esercizio del dovere civico del voto.

Primo piano di Luciano Ghelfi

Bisognerà ridisegnare i collegi in base al ridotto numero dei seggi da assegnare

La Circoscrizione Estero potrebbe essere anche lo spazio di sperimentazione di uno strumento da estendere anche al resto del corpo elettorale, quando avrà dimostrato di funzionare. E nella fase di avvio potrebbe essere mantenuto il doppio canale: possibilità di voto postale, oppure di voto elettronico, magari previa registrazione da effettuare entro una certa data. Il rinnovo dei Comites, i comitati che rappresentano la nostra emigrazione nelle varie circoscrizioni consolari, dovrebbe avvenire entro l’autunno del prossimo anno e potrebbero costituire il primo banco di prova del voto elettronico. Su questo il confronto e’ già in atto.

Il ventaglio delle possibilità offerte dalla tecnologia è estremamente ampio, gli strumenti efficaci non mancano per trasferire lo stesso meccanismo al voto politico nazionale per l’estero.

L’importante sarebbe non perdere l’occasione di avviare senza pregiudizi la discussione in Parlamento.

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