Gli italiani in Uruguay e Venezuela — Lombardi nel Mondo

Gli italiani in Uruguay e Venezuela

Italiani integrati fin dal loro arrivo, in paesi che l’hanno accolti senza problemi e che hanno attuato delle politiche che hanno facilitato e velocizzato questo processo. Questo il tratto che accomuna le comunità di Uruguay e Venezuela, i cui tratti distintivi sono stati illustrati da Filomena Narducci e Nello Collevecchio

Italiani integrati fin dal loro arrivo, in paesi che l’hanno accolti senza problemi e che hanno attuato delle politiche che hanno facilitato e velocizzato questo processo. Questo il tratto che accomuna le comunità di Uruguay e Venezuela, i cui tratti distintivi sono stati illustrati da Filomena Narducci e Nello Collevecchio durante la seconda giornata di lavori dell’assemblea plenaria del Cgie, in corso da ieri a Torino.

 

 

In Uruguay, gli italiani c’erano già 300 anni fa, ai tempi della grande guerra dei 100 anni, e fecero la propria parte nella ricostruzione del Paese. Terra in cui – ha ricordato Narducci in questo 2011 in cui celebriamo l’unità d’italia e il Risorgimento – in cui “Garibaldi visse con la sua Anita”.

 

La grande corrente migratoria arriva in Uruguay nel dopoguerra: “gli italiani si sacrificano e lavorano, ma sono inseriti subito anche grazie alle politiche promosse dall’Uruguay che hanno facilitato la totale integrazione sotto tutti i profili. La lingua non è stata una barriera, ma solo una difficoltà nell’immediato. Poi superata, soprattutto dai più giovani. Chi ha rinunciato alla cittadinanza italiana, lo ha fatto per lavorare nella pubblica amministrazione”.

 

In Uruguay, ha aggiunto, ci sono “associazioni centenarie che si occupano di insegnamento e sanità; mentre sono fallite le società di mutuo soccorso, a causa delle diverse crisi finanziarie e errori di amministrazione”. In ogni caso, l’integrazione “storicamente si è svolta senza grosse difficoltà: la nostra emigrazione ha seguito le sorti della popolazioni locali lasciando il segno nella storia del paese”.

 

Anche l’Uruguay ha pagato l’ultima crisi finanziaria (2002) che “ha comportato un grosso aumento della povertà e provocato una nuova migrazione verso l’Europa, soprattutto in Spagna per via della lingua e del riconoscimento dei titoli. Questa emigrazione di ritorno ha comportato grande lavoro per la rete consolare: s’è assistito ad un aumento massiccio di richieste di cittadinanza. Oggi all’Aire risultano 103mila, ma solo 6mila sono nati in Italia”.

 

I dati di Narducci parlano chiaro: 30mila istanze di cittadinanza dal 2002; ora sono 12mila e i tempi di attesa superano i 4 anni.

 

“La Rete consolare è ormai insufficiente e sprovvista di strumenti idonei ad affrontare questa mole di lavoro. Grande è il lavoro dei patronati che agiscono come agenzie consolari, anche perché la rete onoraria non ha risorse adeguate”.

 

Sul fronte assistenza diretta Narducci ha riferito che fino al 2010 il consolato ha dato 500 sussidi e le convenzioni per l’assistenza sanitaria ha coinvolto 150 persone; sul piano lingua e cultura, nel 2010 12mila alunni hanno  studiato l’italiano a scuola. Dopo la convenzione bilaterale di sicurezza sociale, sono 3mila le pensioni pagate nel Paese dal’Inps.

 

Ci sono oggi 60 associazioni tra regionali e nazionali, un solo Comites che però di 12 consiglieri ha 8 donne e 4 giovani.

 

“L’Uruguay come altri stati sta vivendo una trasformazione politico sociale ed economica. Nel 2005 per la prima volta e poi nel 2009 il Governo è stato affidato al centrosinistra; l’economia è tra le prime cinque emergenti del Sudamerica; si stanno sviluppando piani di lavoro alternativi agli aiuti sociali. Diminuisce la disoccupazione e aumenta  la protezione sociale inoltre è in atto un’importante riforma del sistema sanitario. Insomma c’è una Inversione di marcia, comincia a tornare chi era emigrato ai tempi della crisi anche dall’Italia. Un’ondata ancora “timida” composta da giovani e non più giovani, ricercatori, ma anche pensionati che cercano uno stile di vita più decoroso. Siamo fiduciosi nel futuro: attendiamo che siano le strutture socio sanitarie locali a garantire servizi necessari per una vita degna.  Infine, per noi italiani è motivo di gioia ed orgoglio che il nostro presidente, insieme a quelle dell’Argentina e del Brasile, sia stato invitato il 2 giugno a Roma per la festa della nostra Repubblica. Un invito dovuto proprio all’importanza delle comunità che vivono in questi tre paesi”.

 

Paese accogliente per gli italiani anche il Venezuela; vi arrivarono  -ha ricordato Nello Collevecchio – connazionali di tutte le estrazioni e ognuno, per parte sua, ha contribuito alla costruzione del paese. Un apporto riconosciuto dal popolo e dalle istituzioni venezuelane.

 

Gli italiani “consolidarono nel giro di pochi anni leloro posizioni economiche. Cominciarono una vita più agiata. I loro figli e i loro nipoti divennero grandi professionisti distintisi in tutti i settori, inserendosi facilmente e integrandosi senza ostacoli non solo per le loro capacità ma anche per la generosità del Venezuela”. Un paese che “non conosce l’aggettivo xenofobo. Qui i discendenti– terze e quarta generazione – sono venezuelani a tutti gli effetti, m non dimenticano le loro origine di cui vanno fieri, molti hanno il doppio passaporto”.

 

Persone “legate al paese di origine che mantengono la propria italianità, contribuendo a diffondere il made in italy nella nuova patria”. Una comunità, quella italiana, che ha dato al paese anche tanti personaggi della vita pubblica, ex presidenti e vari ministri, molto legata a lingua e cultura.

 

Cultura che “in venezuela ha avuto un portavoce straordinario: il giornale “la voce d’italia”  fondato dal grande giornalista giunto dall’Abruzzo, don Gaetano Bafile, che rapito dal fascino di quella terra decise di restare e fondò il giornale. Anche la maggiore università privata – la Santa Maria – è fondata da abruzzesi”.

 

Nel paese “operano imprese italiane “che hanno ottenuto grosse commesse”, c’è una ccie, case di riposo, associazioni regionali e centri italo-venezuelani (35 – praticamente uno in ogni importante città del Venezuela), segno di integrazione e fiore all’occhiello della collettività. Non sono circoli chiusi e riservati all’elite, ma creati –alcuni prossimi ai 60anni  – per consentire anche ai modesti lavoratori di avere un ritrovo e un luogo per incontrarsi. Oggi alcuni hanno sede in mega strutture”.

 

“Non si può essere esaustivi su quello che hanno fatto gli italiani in Venezuela e per il Venezuela, ma certo – ha concluso- hanno portato l’Italia nel cuore”.

 

Fonte: (m.cip.\aise)

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martedì 28 Gennaio, 2020