Indios, c’è poco da festeggiare — Lombardi nel Mondo

Indios, c’è poco da festeggiare

Nella Giornata che ricorda il primo Congresso indigenista interamericano, il Consiglio Missionario denuncia: più i motivi per rammaricarsi, dalle terre sottratte alla sanità disastrosa ,di Alessandro Armato.

La  Giornata dell’Indio, celebrata ieri in Brasile, ha fornito l’occasione per effettuare un bilancio generale sulla situazione dei popoli indigeni nell’immenso territorio nazionale.

La ricorrenza venne istituita per decreto legge nel 1943 sotto Getúlio Vargas. La data venne scelta appositamente per ricordare il primo Congresso indigenista interamericano, tenutosi nel 1940. Ma nonostante l’attenzione ufficiale ai popoli indigeni vanti ormai una lunga tradizione, secondo Edina Pitarelli, rappresentante del Consiglio Indigenista Missionario (Cimi) Regional Norte I, allo stato attuale sono più i motivi per rammaricarsi che quelli per celebrare.

Pitarelli premette che “dobbiamo celebrare la relazione affettuosa dei popoli indigeni con la natura, la madre terra… perché senza di loro la situazione ambientale sarebbe ancora più grave”, ma subito dopo lancia l’allarme per il continuo peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni indigene, soprattutto in alcune aree del Paese.

Secondo la consigliera del Cimi, la politica di grandi opere promossa dal governo per sostenere l’impetuoso sviluppo economico del Paese è una delle principali minacce per i popoli indigeni. Molte delle loro terre ancestrali, infatti, vengono occupate da megaprogetti idroelettrici o minerari, e se gli indigeni tentano di rivendicare il diritto ad essere previamente consultati, la loro protesta viene spesso criminalizzata. Alcuni leader scomodi sono anche stati assassinati, come è successo nel Mato Grosso do Sul a Nísio Gomes, ucciso da sicari nel novembre del 2011.

“Oggi dobbiamo lamentare il fatto che il 50% delle terre indigene non sono state ancora demarcate, cosa che doveva essere fatta per tutte le terre entro il 1992. Ci rammarichiamo e condanniamo la PEC 215, che vuole trasferire la responsabilità della demarcazione delle terre indigene dal governo al Congresso nazionale, danneggiando in questo modo i diritti delle popolazioni indigene. Ci rammarichiamo anche per il modello di istruzione che non rispetta la modalità di organizzazione propria dei popoli indigeni”, afferma la rappresentante del Cimi.

Ma è nell’area della salute dove si registrano i problemi maggiori. Edina Pitarelli denuncia che la Segreteria speciale per la salute indigena (Sesai) non presta sufficente assistenza ai popoli originari e che ciò ha permesso la diffusione di malattie come la malaria e la tubercolosi, ma anche di  patologie di facile trattamento come la helmintiasi. Cita in particolare quanto sta accadendo nel Vale do Javari, in Atalaia del Norte, municipio di Amazonas, dove la popolazione indigena sta letteralmente morendo per mancanza di cure mediche. Ricorda in particolare il caso di una epidemia di epatite che ha colpito l’87,5 per cento della popolazione locale indigena.

“Le popolazioni indigene vogliono vedere rispettati i loro diritti. Vogliono che la Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro venga rispettata, ma ciò che si vede ora è che il governo li ignora completamente e non tiene in considerazione i diritti degli indigeni”, conclude Pitarelli.

Fonte: missioneonline

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martedì 28 Gennaio, 2020