Svizzera: Quando anche i Paesi sicuri scoprono di essere fragili. di Paolo Vendola
La notte di Capodanno avrebbe dovuto segnare un passaggio, come sempre: un confine simbolico tra ciò che è stato e ciò che verrà. In Svizzera, invece, si è trasformata in una ferita profonda, di quelle che non si rimarginano in fretta perché non toccano solo i corpi, ma l’immaginario collettivo.
Qui, dove la sicurezza è quasi una lingua madre, la tragedia ha avuto un effetto spiazzante. Non tanto per l’orrore in sé – che accomuna ogni dolore umano – ma perché ha incrinato una convinzione silenziosa: che l’ordine, le regole, la precisione bastino sempre a tenerci al riparo.
La reazione della comunità è stata composta, dignitosa, quasi sommessa. Nessuna isteria, nessuna caccia immediata al colpevole. Piuttosto un raccoglimento diffuso, fatto di gesti concreti, di presenza, di rispetto. È in questi momenti che si riconosce una società adulta: non nel rumore, ma nella capacità di fermarsi.
Eppure, sotto questa calma apparente, si muove qualcosa di più profondo. Una domanda che attraversa confini linguistici e culturali: come è potuto accadere? Non per assolvere o condannare in fretta, ma per capire. Perché capire, qui, è parte della responsabilità collettiva.
La credibilità di un Paese non si misura solo nei momenti in cui tutto funziona, ma nella lucidità con cui affronta i propri fallimenti. E questa tragedia, per la Svizzera, è anche questo: una prova di verità. Una crepa che non va nascosta, ma osservata, studiata, trasformata in apprendimento.
Forse è proprio in questo passaggio che si gioca il futuro: accettare che anche i sistemi più solidi possono cedere, e che la sicurezza non è uno stato acquisito, ma un equilibrio fragile da rinnovare ogni giorno.
Come dopo una tempesta in mare, quando la nave è ancora a galla ma l’equipaggio sa di non poter ripartire senza aver controllato ogni tavola, ogni nodo, ogni vela. Non per paura, ma per rispetto verso chi non c’è più e verso chi verrà.
Quel pragmatismo elvetico che riporta a compattare la società dove tutto si misura nella responsabilità condivisa.
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Il presidente svizzero Guy Parmelin ha definito l’evento “una delle peggiori tragedie che il nostro Paese abbia mai conosciuto” e ha dichiarato un periodo di lutto nazionale con bandiere a mezz’asta. Infatti, in molti centri sono state cancellate celebrazioni pubbliche in segno di rispetto.
La comunita’ di Crans Montana ha risposto con fiaccolate, veglie e memoriali improvvisati vicino al luogo della tragedia creando una rete di supporto psicologico é molto attiva. Ora salta fuori la sicurezza. Si pensava alla Svizzera come un Paese più che sicuro per quanto riguarda le infrastrutture in generale anche se ogni Cantone ha un suo vademecum sulla gestione della sicurezza per i locali pubblici. Le autorità elevetiche attualmente stanno analizzando materiali antincendio, vie d’uscita e controllo degli affollamenti del locale in cui e’ avvenuta la tragedia di Capodanno . Ma alcuni video che girano in rete mostrano chiaramente le gravi carenze sul livello di sicurezza in quello scantinato, ripresi anche nei TG italiani. In Svizzera questa tragedia di Capodanno non viene vissuta solo come un evento drammatico, ma come una frattura simbolica. Qui il dolore non riguarda soltanto le vite spezzate – che già basterebbe – ma il crollo improvviso di una certezza collettiva: l’idea che “qui certe cose non possono succedere ” . La reazione della comunità è stata profondamente svizzera nel suo stile: niente clamore, niente rabbia urlata, ma una solidarietà concreta e ordinata, quasi pudica con donazioni immediate, senza bisogno di appelli, con supporto psicologico attivato in tempi rapidissimi e poi una presenza silenziosa nei luoghi del lutto, più che parole. La credibilità di un Paese non si misura infatti solo nei momenti in cui tutto funziona, ma nella lucidità con cui affronta i propri fallimenti. Questa è la Svizzera!
Paolo Vendola


