L’emigrazione ed il frontalierato in provincia di Sondrio (III capitolo) — Lombardi nel Mondo

L’emigrazione ed il frontalierato in provincia di Sondrio (III capitolo)

Presentiamo la tesi di laurea discussa dalla dottoressa Maddalena Schiantarelli, originaria della provincia di Sondrio, presso l’Università degli Studi di Pavia. Un interessantissimo lavoro che analizza i fenomeni dell’emigrazione e del frontalierato nella provincia valtellinese, una costante storica nelle valli alpine, per secoli caratterizzate da un’economia senza sbocchi e spesso al limite dell’autosostentamento.

LA SOCIETA’ VALTELLINESE ALLA FINE DELL’OTTOCENTO

Il lento progredire economico della provincia di Sondrio non incide granché sulla società, che rimane essenzialmente chiusa: il progresso, quando c’è stato, ha quasi sempre interessato una fascia ristretta della popolazione. Va anche detto che la Valtellina, per oggettive condizioni naturali sfavorevoli, si è spesso trovata in situazioni di clamoroso ritardo rispetto agli eventi. L’Austria realizza, tra il 1818 ed il 1825, arterie stradali di notevole importanza che avrebbero facilitato gli scambi commerciali attraverso la valle. I benefici però dureranno per un periodo relativamente breve in quanto, con l’apertura del traforo ferroviario del Frejus e del Gottardo, la provincia di Sondrio viene improvvisamente tagliata fuori dalle vie di transito verso il centro ed il nord Europa.

Le cose non cambiano sostanzialmente neppure con l’avvento della strada ferrata: nel 1902, con la Sondrio-Tirano, si ebbe l’elettrificazione delle ferrovie (la prima in Europa!), ma, accanto al moderno mezzo ferroviario, si trovavano mezzi alquanto arcaici di trasporto, come i “navét” per l’attraversamento dei fiumi e le vetture a cavalli. Le innovazioni tecniche non intaccano, quindi, il tessuto sociale e, in modo determinante, nemmeno quello economico.

Per quanto riguarda l’aspetto sociale, vale la pena di rilevare l’assenza di coscienza proletaria dovuta al fatto che, in una società costituita principalmente da contadini, erano questi ultimi che andavano a formare la classe operaia, le cui radici rimanevano, però, saldamente ancorate alla lavorazione della terra.

Ritornando agli aspetti economici, permane la scarsa possibilità di sostentamento di tutta la popolazione con le inadeguate risorse locali. Di qui il fenomeno massiccio dell’emigrazione, sia continentale, perlopiù verso la vicina Confederazione Elvetica, sia extra¬oceanica, la cui prima imponente ondata si ha proprio negli ultimi anni dell’Ottocento verso gli Stati Uniti e l’Australia. Chi non ricorre all’espatrio e risiede nelle zone di confine spesso integra il reddito con l’attività illegale del contrabbando: fenomeno giustificabile solo alla luce del basso tenore di vita dell’epoca.

QUADRO ECONOMICO PROVINCIALE DALL’INIZIO DEL NOVECENTO AL SECONDO DOPOGUERRA

Alla vigilia della prima guerra mondiale, gli emigranti valtellinesi che erano partiti alla volta della Svizzera e del Nord Europa alla ricerca di un impiego nel settore turistico e nell’edilizia, sono costretti a tornare in patria a causa dell’improvviso venir meno del lavoro. Questo fenomeno non fa altro che aumentare il numero dei disoccupati in provincia che, per motivi congiunturali, era già molto elevato.

Nel 1915, l’Italia entra in guerra. In Valtellina l’aumento dei prezzi e dell’inflazione, accompagnati dalle requisizioni da parte dell’esercito, dal razionamento e dal mercato nero, non fanno altro che aumentare il malcontento popolare. La situazione economica subisce un lieve miglioramento solo quando, a seguito di nuovi accordi commerciali, diviene possibile incrementare le esportazioni verso la vicina Svizzera. Non si ha nessun miglioramento, invece, per la popolazione, per la quale la situazione rimane assai precaria.

Con la fine della guerra e superata la crisi postbellica, si sviluppano e riprendono diverse attività, come quelle volte alla costruzione di impianti idroelettrici che giungono ad impiegare cospicue quote di addetti. A tale forza lavoro, tuttavia, spesso concorrevano lavoratori immigrati, soprattutto dal Veneto e dalla Calabria.

Quando la situazione economica comincia a migliorare, nel 1929, ha inizio la grande crisi economica mondiale. In provincia di Sondrio, per le solite ragioni di isolamento, la crisi tarda a farsi sentire, con l’eccezione della disoccupazione che, nei maggiori centri porta a conseguenze non indifferenti. Oltretutto, nel periodo fascista, viene del tutto a mancare la tradizionale valvola dell’emigrazione: il governo, infatti, scoraggiava l’emigrazione all’estero e, nel contesto della valorizzazione del mito della ruralità, poneva un grosso vincolo anche alla migrazione interna, i lavoratori potevano abbandonare i luoghi di residenza solo dietro l’autorizzazione del prefetto.

Nel 1940, l’Italia scende in campo al fianco della Germania nella seconda guerra mondiale. Questo avvenimento porta con sé tutti i problemi, tipici di ogni guerra: il tesseramento dei generi di prima necessità, il rialzo dei prezzi ed il parallelo aumento dell’inflazione. I giovani sono al fronte per cui, almeno dal punto di vista occupazionale, non mancano posti di lavoro, soprattutto nella pubblica amministrazione. La provincia di Sondrio, però, resta immune da scontri e bombardamenti solo fino all’occupazione tedesca del 1943 quando i rifornimenti di sale e zucchero diventano problematici, così come quelli di materie prime necessarie al funzionamento di taluni impianti industriali, la benzina manca quasi del tutto, il carbone scarseggia ed i prezzi salgono alle stelle.

L’agricoltura

Con l’inizio del nuovo secolo, la provincia di Sondrio si presenta con tutti i caratteri di conversione produttiva ormai avviati, anche se in stato ancora embrionale. Il settore agricolo, in questi anni, non ha ancora messo in moto alcun processo consistente di accumulazione del capitale e di integrazione produttiva con l’esterno, se si esclude il settore zootecnico, dove la maggior integrazione con la Lombardia ha risolto i problemi degli alpeggi, della scarsità degli alimenti foraggieri necessari per nutrire il bestiame, della riorganizzazione dei caseifici e dell’allevamento. Le innovazioni apportate dalla Società Agraria Lombarda riguardano soprattutto l’aumento del numero di alpeggi per il pascolo estivo e l’allevamento di capi da rimonta di razza selezionata. Gli agricoltori rispondono positivamente alle novità e, di conseguenza, la produttività migliora sensibilmente. In provincia, perciò, si diffondono rapidamente conoscenze e pratiche riguardanti la zootecnia, la concimazione ed i metodi di coltivazione dei fondi fino ad allora sconosciuti. Si assiste inoltre ad un progressivo abbandono dell’allevamento di bestiame da lavoro a favore di quello da latte e da carne, allo scopo di aumentare le esportazioni e di rifornire i locali caseifici.

La deflazione del 1929 si manifesta anche in Valtellina sotto forma di una fortissima flessione nel parco zootecnico. La pressione sul capitale circolante delle aziende agrarie costringe gli allevatori a ridimensionare i loro investimenti, commisurandoli alle proprie disponibilità finanziarie. Nonostante le flessioni dei prezzi che si susseguono, in maniera alternata, fino al 1936, in questo periodo si realizzano importanti novità: aumenta la valorizzazione della razza per favorire l’esportazione verso tutta la Lombardia, nel settore caseario si sviluppano le latterie sociali ed il pascolo alpino gode di numerosi incentivi.

Più in generale, l’agricoltura della provincia, negli anni tra le due guerre, vive una fase di crisi che si ripercuote sull’occupazione e sul progressivo allontanamento degli uomini dalla terra. Le ragioni del calo sono molteplici: fino al 1916 esso è dovuto all’emigrazione dei braccianti rimasti esclusi dal processo di acquisizione della proprietà, allo spostamento degli agricoltori proprietari verso la pianura lombarda per godere di terreni meno costosi e più fertili; nel periodo successivo, invece, il calo è legato allo spostamento dei lavoratori nel settore industriale dove il salario si contrappone al declino del reddito agricolo. 

L’industria

Nel settore industriale valtellinese, significative novità si registrano con la realizzazione del primo nucleo di impianti per la produzione idroelettrica, avvenuta in due riprese negli anni 1898-1902 e 1910-1913. Dalle imprese idroelettriche ha così origine una forte domanda per il settore edile e quello del materiale da costruzione, con rilevanti effetti benefici sulla struttura occupazionale e sulla qualificazione professionale del lavoro locale. L’occupazione nell’edilizia, da un lato, trattiene manodopera altrimenti destinata all’emigrazione, ma, dall’altro, crea il problema della disoccupazione stagionale, che risulta aggravato dal contemporaneo rallentamento, durante i mesi invernali, dei lavori agricoli e di quelli relativi ai servizi turistici.

Se si prescinde dall’impulso dovuto agli impianti idroelettrici, il quadro industriale della provincia presenta un carattere di continuità rispetto alla situazione precedente: la spiccata polverizzazione di unità di piccola dimensione, con un’assenza rilevante di quelle di media entità. Sul piano dell’utilizzazione dell’energia, invece, la tradizionale abbondanza di forza motrice idraulica pone l’industria locale ad un livello avanzato, con un’accentuazione dei complessi medi e grandi (1).

 

Nel periodo immediatamente successivo alla prima guerra mondiale, l’energia elettrica, fornita anche dagli impianti valtellinesi, permette l’espansione, a livello regionale e nazionale, di industrie di grandi dimensioni, tecnologicamente avanzate, finendo così per mettere in crisi la maggior parte delle industrie valtellinesi, tipicamente di medie e piccole dimensioni e poco aperte alle nuove tecnologie. L’unica industria su larga scala che interessa la provincia di Sondrio è legata alla costruzione degli impianti idroelettrici: tuttavia, si tratta di un’attività essenzialmente temporanea ed intermittente, destinata a non creare alcun collegamento stabile con l’economia locale.

Il quadro complessivo che emerge da questo periodo di storia valtellinese è segnato da una lieve flessione nelle poche grandi industrie ed in quelle piccolissime e da una certa resistenza di quelle medio-piccole. L’industria tessile vive un periodo di crisi: le prospettive di inizio secolo si sono rivelate illusorie e, negli anni tra le due guerre mondiali, la ristrutturazione del settore, l’unico in provincia caratterizzato dalla presenza di grandi industrie, si fa sempre più difficoltosa. Al fallimento della grande impresa si contrappone, tuttavia, la formazione di piccole imprese molto dinamiche, basate su prodotti nuovi e su processi a bassa intensità di capitale. Il mercato di queste nuove realtà non è limitato a quello locale, ma si estende al di fuori della provincia valtellinese, in modo particolare all’estero.

L’artigianato

Se, tornando indietro nei secoli, in Valtellina abbiamo testimonianze di attività artigianali di altissimo pregio, nel corso di tutto l’Ottocento si è assistito ad una progressiva emarginazione di tale settore: il livello qualitativo è peggiorato sensibilmente, accompagnato da una scarsa imprenditorialità artigianale locale, da sempre orientata maggiormente all’agricoltura. Infatti, l’artigianato è perlopiù legato a prodotti storici, come i pezzotti valtellinesi, i manufatti di pietra ollare o di rame. Il settore resta comunque molto legato all’industria: molte imprese definite industriali nascono in quegli anni, ma, per il numero di addetti piuttosto esiguo, per i metodi di lavorazione arretrati e per lo scarso valore aggiunto ad esse attribuibile, la quasi totalità è da considerarsi impresa artigiana. All’inizio del Novecento l’artigianato locale è volto più che altro alla produzione ed alla riparazione di beni ed utensili di uso corrente, le attività tessili domestiche sono una rarità, così come la tintoria, i molini, le distillerie, le produzioni di utensili per l’agricoltura, le botteghe di conceria. Le cause della crisi sono molteplici: concorrenza nazionale ed internazionale, mancanza di qualificazione della manodopera e scarso spirito di imprenditorialità.

Il terziario

I primi decenni del Novecento si caratterizzano per uno sviluppo contraddittorio del settore dei servizi privati in provincia, stretti tra le restrizioni deflazionistiche ed autarchiche proprie del periodo storico e le oggettive premesse di espansione. La popolazione maschile attiva nel campo dei servizi è in crescita, ma prendendo in considerazione i singoli comparti, la crescita è continua solo nel commercio, mentre è piuttosto altalenante nei settori del credito, delle comunicazioni e del turismo (2). Quest’ultimo settore può beneficiare dei nuovi servizi di trasporto e dei nuovi servizi alberghieri e di ricezione nelle località di alta montagna. All’inizio del secolo, le ferrovie puntano ad organizzare in modo più funzionale il collegamento tra Milano e la provincia di Sondrio, sono potenziati gli allacciamenti automobilistici con le località periferiche e vengono estesi e generalizzati gli impianti per il turismo invernale, anche se era ancora prevalente il turismo estivo. Nel complesso, lo sviluppo del settore, pur ampliando e migliorando i servizi offerti e le infrastrutture, non è massiccio: dopo una rapida espansione nel primo dopoguerra, tende ad arrestarsi, anche se il turismo invernale continua la sua lenta crescita. Problemi legati ai prezzi, alla congiuntura negativa ed alla scarsa pubblicità contengono in questo periodo lo sviluppo del fenomeno che, in seguito, diverrà molto più rapido.

Per quanto riguarda il credito, la Banca Popolare di Sondrio è in ascesa e, nel 1911, diventa il principale istituto bancario da raccolta di depositi della provincia. Accanto ad essa, nel 1908, viene fondato un altro istituto, la Banca Piccolo Credito Valtellinese che imposta subito un rapido sviluppo territoriale, con l’obiettivo di legarsi prevalentemente al ceto contadino ed alle sue esigenze in termini di depositi e concessioni di prestiti di piccola entità.

 

Tratto dalla tesi “L’emigrazione ed il frontalierato in provincia di Sondrio” discussa, presso la facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Pavia, da Maddalena Schiantarelli.

 

Note:

(1) Rullani E., L’economia della provincia di Sondrio dal 1871 al 1971, a cura della Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1973.

(2) ISTAT, Censimenti demografici. Popolazione residente attiva in condizione professionale. Confronto tra i dati censuari 1951, 1961, 1971, 1981, 1991, elaborazione Ufficio Studi e Statistica della C.C.I.A.A. di Sondrio.

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