Intervista a Umberto Broggi : da Albiolo, Como a Phoenix, Arizona — Lombardi nel Mondo

Intervista a Umberto Broggi : da Albiolo, Como a Phoenix, Arizona

A partire dagli Anni Settanta la nuova emigrazione lombarda ha cominciato a ritornare negli USA. Questa volta, però, il Literacy Act, non serviva proprio.

Ho conosciuto Umberto Broggi negli Anni Settanta. Era a Boston da poco e aveva incontrato uno dei tanti lombardi emigrati a Boston, Claire Macchi figlia di emigrati di Arnate di Gallarate che vivevano laggiù dal 1890. E anche (Ermene)gildo Milani che aveva lasciato Arnate di Gallarate subito dopo aver combattuto nella Prima guerra mondiale. 

Volti amici che erano necessari per capire meglio la vita americana. Altri tempi, altre difficoltà.

Ho ritrovato Umberto dopo tanto tempo. Adesso è ai margini del deserto dorato dell’Arizona.

 

   D. Raccontami un po’ della tua vita prima di arrivare in America

.

Sono venuto alla luce (fioca per “oscuramento”) la sera del 14 febbraio 1942 in quel di Albiolo (Como),

tra i probabili accidenti della “levatrice” sbalzata dal letto e obbligata a farsi 3 o 4 chilometri a piedi con vento

gelido, solo per darmi il benvenuto. Niente di eccezionale per i prossimi parecchi anni : asilo, vaccinazione,

prima comunione, orecchioni, tonsille,medie a Varese e diploma di perito elettronico al famoso Feltrinelli

di Milano. Dopo un paio d’anni di pochissimi danni all’ENI e un altrettanto periodo indolore di “naja”, eccomi

nel 1965 alla ditta che strapazzero’  ( o, molto probabilmente, viceversa) fino al 2004 : SGS che, cambiando

nome diverse volte, diventera’ STMicroelettronica.

 

D. Quando sei partito per gli USA ?.

 

Arriva il 1972 e raggiungo un collega (il mio nuovo capo) che a Boston, nel retro di un negozio di TV e elettro-

domestici, cerca di istigare gli Americani all’impiego di semiconduttori italiani; si lavora duramente; non ci sono

orari; si supplisce con l’inventiva alla lontananza della Santa Casa in Italia (si usa solo il telex), ecc.

I primi 3 anni sono durissimi ma, finalmente, incominciano ad arrivare i primi successi con il riconoscimento

e l’accettazione del nostro prodotto presso clienti di prestigio (Ford, Chrysler, Zenith, Burroughs).

 

D. Hai sempre lavorato negli USA?

 

Dal 1980 (anno di matrimonio) al 1984 sono in Brasile a far nascere una figlia, gioire per la vittoria dell’Azzurra

sul Brasile e, soprattutto, a far partire e prosperare la SGS-ATES Semicondutores, avendo per quasi 3 anni

la mia camera da letto come quartier generale per le operazioni.

Dopo 4 anni, ritorno stabilmente in USA a Phoenix/Arizona, occupandomi dell’ America Latina rappresentata

 come importanza, da Brasile, Messico e, a notevole distanza, Argentina.

 

D. Quando hai smesso di lavorare attivamente?

 

Arrivato al 2004, appendo il semiconduttore italiano al chiodo e vado in pensione, rimanendo in Arizona a

lavoricchiare un pochino, fare volontariato, continuare a pagare un sacco di soldi per il college delle 2 figlie,

andare per il deserto a piedi o con una gloriosa mountain-bike Bianchi, rompere l’anima a chi mi passa vicino

(beh! sono un tipo abbastanza socievole), cambiare canale di RAI International durante i teatrini (squallidi a dir poco)

 dei politici ai vari Telegiornali e  venire in Italia ogni tanto.  

 

D. Perché hai deciso di emigrare? 

Beh! Arrivato a 30 anni, ho avuto l’occasione di soddisfare una certa passione di fare cose nuove, di avere

esperienze diverse, di visitare e incontrare paesi e genti mai viste prima. Eravamo nel 1972. Oggi le

distanze in termini di usi, di costumi, di mentalita’, di istruzione, di modi di vita, si sono molto accorciate.

In ogni caso, l’idea era di rimanere all’estero per un po’ di tempo. Poi, i casi della vita hanno deciso in modo

diverso. In ogni caso, rifarei tutto ancora oggi.

 

D.. Come è stato il tuo rapporto con gli americani?

 

Senza rinunciare alla mia etnia e personalita’, ho sempre cercato di assimilare il modo di vita “locale”.

Pertanto, non ho avuto particolari problemi di adattamento e accettazione. Sin dall’inizio, stimolato forse

anche dal tipo di lavoro svolto, ho avuto amici e conoscenti americani in aggiunta chiaramente a italiani.

Anche nel campo professionale, l’esperienza e’ stata subito positiva. Gli americani, nel campo degli affari,

hanno certamente una “open mind”. Anzitutto, ti stanno ad ascoltare. Se poi hai da offrire un prodotto interessante e al prezzo giusto, non devi certamente fare salti mortali per continuare la promozione ed arrivare eventualmente a risultati soddisfacenti. In ogni caso, mai dare segni di inferiorita’ o superiorita’ e trattare tutti normalmente;  parlare e lasciar parlare.

 

D. Qual è il tuo rapporto con la famiglia e gli  amici in Italia?

 

Aiutato dalle numerose visite per lavoro e per ferie in Italia, dall’accorciarsi delle distanze con gli aerei

e dalla facilita’ delle comunicazioni, ho pressoche’ eliminato il fatto di essere a 9 ore di fuso orario.

Avendo inoltre sempre parlato in italiano con le figlie (in inglese con mia moglie americana, con discreta

conoscenza dell’italiano), ho pure facilitato l’inserimento dell’intera famiglia con parenti e amici in Italia.

Senza alcuna pressione da parte mia e senza secondi fini, le figlie hanno voluto il passaporto italiano

solo perche’ si sentono anche “italiane” (beh! non si occupano molto di centro-destra e centro-sinistra).

 

D. Che rapporto hai con gli altri  italiani in USA

 

Onestamente, c’e’ poca comunanza con le “seconde” e “terze” generazioni di italiani. Non e’ certamente

per un fatto di discriminazione o di “puzza sotto il naso”. La ragione e’ che in molti casi, vengono da

situazioni e esperienze molto diverse. Non conoscono l’Italia attuale ed e’ pertanto difficile mantenere una

conversazione che non sia sul cibo e su eventuali viaggi in Italia.

Ben diversa e’ la situazione con i “nuovi arrivati”, in USA per motivi di lavoro o di studio (e, probabilmente

rimarranno per sempre). In Arizona ce ne sono parecchi. Come e’ facile immaginare, si puo’ parlare, discutere,

trovarsi in disaccordo e mantenere continui rapporti con coloro che ci sono piu’ affini e congeniali.

Altri lombardi? Certamente ma, come pure in Italia, non sono particolarmente distinguibili da altre regioni.  

 

-D. Come vedi i nuovi emigranti espatriati presso ditte italiane in USA?

 

Il profilo odierno è molto cambiato, anche rispetto a 30 anni fa. Ai miei tempi, gli italiani venivano da un’esperienza

abbastanza dura essendo cresciuti con pochissimi mezzi economici, con notevoli sforzi delle famiglie per

assicurare un po’ d’istruzione, con l’attitudine a fare sacrifici per assicurarsi un avvenire migliore, ecc.

Questo per arrivare a dire che, una volta all’estero, si aveva un approccio molto positivo all’adattamento (stringere,

Cioe’, un po’ i denti) e si era molto incentivati a fare quel famoso “extra mile” per arrivare quanto prima a

situazioni soddisfacenti e, in alcuni casi, brillanti. Insomma, non si faceva troppo conto sull’aiuto “esterno”.

Ora, le cose sono notevolmente cambiate. In meglio. Il livello economico in Italia e’ superiore come pure il grado d’istruzione. La maggior parte dei giovani, cresce senza troppi problemi economici e, purtroppo, senza molte responsabilita’. E questo si riflette anche sull’emigrazione.  Limitando il mio giudizio piu’ agli espatriati che agli emigrati, devo dire che oggigiorno l’attitudine e’ indirizzata piu’ a “ricevere’ che a “dare” : beh! i risultati sono

meno brillanti che nel passato.

(Per verificare quanto dico, consiglio di leggere “Italians” sul sito del Corriere)

 

-D. Che consiglio daresti ai giovani che hanno in mente di andare al di là della siepe?

 

E’ sempre antipatico farlo. Come minimo si rischia di non essere capiti. Ad ogni modo, tenendo presente come

si evolve la situazione economico/lavorativa italiana (ed europea), vorrei dire che il periodo “delle vacche grasse”

e’ finito. Occorre “responsabilizzarsi’ con qualche anno di anticipo, a partire dagli anni della scuola. Rendersi, anche

parzialmente, indipendenti dalla famiglia il più presto possibile. Le opportunita’ posso assicurare che non mancano;

basta accettare quello che “passa il convento”. Provvisoriamente.

Aggiungo, e concludo, che non esprimo concetti letti su libri o riviste specializzate per “la terza età”, come la mia.

Propongo un’esperienza valida e implementata in altre parti del mondo 

 

D. La tua famiglia

La moglie Sue di origini tedesco-britanniche, conosciuta a Boston attraverso un comune amico che, in tempi diversi, aveva venduto una macchina usata ad entrambi.

Da allora compro solo macchine nuove da un rivenditore nel Burkina-Faso. Parla italiano ma si confonde ancora un po’ quando il discorso cade sulla caccia alla volpe.

La primogenita Julia ( con padre alpino, non poteva che trovarsi appiccicato il nome della grappa) diventerà avvocato il prossimo anno all’università di Tucson, dove ha pure trovato un ottimo ristorantino  italiano “Caffè Milano” frustrato interista di Milano ( mai andarci in caso di sconfitta della Beneamata. Oltre ai libri di diritto digerisce in modo eccezionale Gianduiotti e gelato italiano.

La secondogenita Lisa ha invece terminato adesso il college a San Diego, California che le ha pure dato la possibilità di un anno di studio ( si fa per dire ) a Firenze. Non ho ancora ben capito la specialità, ma posso garantire che è imbattibile nel trafficare con Ryanair e simili, per scovarsi viaggi vacanzieri nelle sue frequenti trasferte in Italia.

Eccezionale, pure, nell’usare le carte di credito ( del padre) per gli scopi del paragrafo precedente.

In famiglia tutti fanno uso di pasta, riso, funghi secchi e vino. Per la grappa invece, ho il monopolio.,

 

 

 Ernesto R Milani

ernesto.milani@gmail.com

 9 giugno 2006

 

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